testata4.png

 Home  |  L'Istituto  |  Archivio storico  |  Galleria editoriale  |  Notizie su MesagneNumeri specialiGalleria copertine  |  Ultimo numero

Roberto Antonucci (1912-1943)


di
Tranquillino Cavallo

Roberto nacque a Mesagne il 12 novembre 1912 da Oreste, farmacista, e da Maria Nacci. La fanciullezza fu il momento più felice della sua vita, trascorsa tra famiglia e scuola, come sono soliti fare i bambini. Terminate le scuole di primo grado e siccome faceva ben sperare, frequentò gli studi secondari al Collegio Argento di Lecce e al Convitto Nazionale Palmieri. I genitori, naturalmente felici, incoraggiarono Roberto negli studi. A 25 anni si laureò in Medicina e Chirurgia Generale presso l’Università di Pisa (1937) e successivamente, per approfondire gli studi, si iscrisse al corso di specializzazione in Pediatria, presso la Facoltà di Medicina di Bologna. Nel 1938 entrò giovanissimo nella Scuola Allievi ufficiali Medici di Firenze per uscirne sottotenente. Fu assegnato al 3° Reggimento Alpini. Con questo grado fu trasferito in Spagna, dove si distinse, come ufficiale medico di artiglieria, durante la guerra civile che portò al governo il dittatore Franco Bahamonde, leader della Falange espagnola tradicionalista y de la las juntas de ofensiva nacional sindicalista. Una guerra assurda anche per noi, ché alla fine del conflitto tracciava un bilancio negativo di 5.000 morti ed 11.000 feriti, tra i soldati italiani.

Assegnato nuovamente al Corpo degli Alpini della 4ª Armata, fu trasferito sulle Alpi, dove infuriava una battaglia che in appena quattro giorni, dimostrò l’impreparazione bellica dell’esercito italiano. Durante quei terribili giorni l’Antonucci, benché ferito due volte, continuò la sua opera di assistenza medica ai feriti, non comunicando alla famiglia le sue precarie condizioni di salute. Erano momenti di grande tensione per le nostre truppe che operavano in un terreno montano che raggiungeva, in qualche punto, altitudini superiori ai 3.000 metri con situazioni atmosferiche proibitive ed avverse. Intanto il 28 ottobre 1940 si era aperto un nuovo teatro d’operazioni, il fronte greco. Nell’estate del 1940 si trovavano in Albania, alle dipendenze del Comando superiore d’Albania, tre divisioni di fanteria, una divisione alpina, una divisione corazzata, il 3° reggimento granatieri di Sardegna e tre reggimenti di cavalleria, con il compito di provvedere alla difesa dei confini tra l’Albania e la Jugoslavia. In questo periodo Roberto Antonucci venne assegnato alla 3ª Divisione Alpina Julia - 34ª batteria.

Le operazioni contro la Grecia iniziarono il 28 ottobre e, mentre la difesa del Korciano restava affidata al XXVI Corpo d’Armata, le forze rimanenti operarono nell’Epiro e sul Pindo. Poiché fra la zona epirota e quella macedone si eleva la massa montuosa del Pindo, la divisione alpina Julia avrebbe dovuto occupare il passo di Metzovo, con lo scopo di proteggere il fianco sinistro delle unità avanzanti in Epiro e di assicurare il possesso delle comunicazioni fra i due settori. Malgrado le gravi difficoltà opposte dal terreno e dalle avverse condizioni atmosferiche, nonché dalle numerose interruzioni stradali effettuati dai greci, i raparti italiani avanzarono ordinariamente. Alcuni di essi dovettero compiere, sotto una pioggia torrenziale, marce di oltre 40 km. E, anche se i risultati conseguiti furono inferiori a quelli sperati, nei primi giorni della campagna le divisioni italiane riuscirono ad attestarsi e a resistere vittoriosamente nel Korciano. Forte di queste vittorie l’Antonucci chiese il trasferimento sul fronte russo non presagendo l’epilogo della sua vita. Ed il fato volle che l’intera divisione Julia fosse inviata in Russia a sostegno del II Corpo d’Armata, dove tra il 19 dicembre 1942 ed il 16 gennaio 1943, riuscì a contenere l’avanzata russa nella breccia aperta a sud delle posizioni del Corpo d’Armata alpino.

Il 14 gennaio 1943, i russi iniziarono una nuova grande offensiva, attaccando l’ala destra del Corpo d’Armata e raggiungendo, il giorno seguente, Rossosc, sede del Comando alpino. Nei giorni successivi l’operazione sovietica continuò in profondità con forze corazzate e il 17 gennaio raggiunse Ostrogozsk completando l’accerchiamento degli alpini che, per evitare l’annientamento, iniziarono il ripiegamento, sganciandosi dal contatto con l’avversario sull’intero fronte e abbandonando la linea ancora intatta.I nostri soldati cominciarono a ritirarsi, aprendosi la via con le armi nel cerchio di ferro e di morte che i russi avevano ormai saldamente stretto alle loro spalle, dilagando dalle opposte ali dello schieramento. Furono undici combattimenti, undici cerchi di ferro astiosamente saldati dal nemico, e undici volte spezzati dall’impeto irrefrenabile degli alpini. Furono quattrocento chilometri di marcia nella steppa bianca e sconfinata, sulla neve farinosa, agghiacciati dal vento gelido, flagellati dalla tormenta con 40 gradi sotto zero, senza viveri, con poche munizioni, faticosamente trascinati sulle slitte superstiti, bivaccando all’aperto, spesso marciando anche di notte, attaccati rabbiosamente dal nemico sotto l’incubo delle incursioni aeree. Gli autocarri si arrestavano per mancanza di carburante, le artiglierie rimanevano bloccate dalla neve, i muli cadevano estenuati dal freddo e dalla fatica, le armi s’inceppavano per il gelo, la fila dei combattenti andava man mano assottigliandosi per i caduti, i feriti, i congelati. Furono quindici giorni di marce, di combattimenti, di veglie, di fame, di stenti.

Fra tutti quei soldati vi era anche un sacerdote, cappellano degli alpini, che sosteneva i più stanchi, si chinava a benedire e ad assolvere quelli che cadevano sfiniti, che correva dall’uno e dall’altro come gli permettevano le sue deboli forze, che raccoglieva i lamenti di coloro che invocavano per l’ultima volta la propria mamma. Il suo nome era don Carlo Gnocchi. A noi piace pensare che, in quell’epica ritirata, don Carlo abbia potuto impartire l’ultima benedizione anche al nostro Roberto, prima che egli si addormentasse definitivamente. Successivamente tutte le divisioni furono trasferite nella zona di Gomel-Bobrujsk, da dove rimpatriarono entro il maggio del 1943. Ancora oggi non è possibile fornire cifre esatte delle perdite. I calcoli più attendibili indicano 43.282 feriti, mentre 89.838 furono i caduti ed i dispersi. Vista la profonda commozione, che la scomparsa di Roberto aveva lasciato nei cuori di amici e parenti, si volle cantarne la lode innalzando un monumento ad egli dedicato, alla cui realizzazione furono in molti a dare il loro contributo, in forma veramente partecipata. Esso venne realizzato dallo scultore livornese Giulio Guicci negli stabilimenti di Giorgio Puliti in Pietrasanta. Modello della statua sembra sia stato uno degli stessi fratelli Antonucci. Il 27 novembre 1947 ebbe luogo l’inaugurazione del monumento, alla cui erezione, con assidue laboriose ed intelligenti cure, provvide - oltre naturalmente al padre - un apposito comitato, del quale fecero parte amici e professionisti mesagnesi. L’austera cerimonia riuscì imponente e al cadere del panno che copriva il monumento, la commozione invase l’immensa folla, che accompagnò con applausi interminabili il getto di fiori intorno alla statua, la quale si profilò sullo sfondo del cielo in tutta la sua bellezza. In alto una epigrafe:

Amor patrio mi vinse  -  Il gelo mi uccise
ma vivo risorgo
indicando la via del dovere

    Tenente Medico                                   n.  Mesagne, 12 nov. 1912
Roberto Antonucci                                   Russia, Febbraio 1943

La benedizione fu impartita dal reverendo don Daniele Cavaliere, già tenente cappellano del 20° Reggimento Fanteria. Seguirono i discorsi degli amici: il dott. Fabio D’Alonzo, ufficiale medico ed il dott. Eugenio Cutrì, anch’egli ufficiale medico e reduce della campagna di Russia, e del dott. Giovanni Mengano. Il discorso commemorativo fu tenuto dall’avvocato Leonardo De Guido, il quale, con la sua smagliante parola, commosse l’auditorio. Per ultimo prese la parola il notaio Alceste Capodieci, che pronunziò frasi vibranti di sentimento patriottico salutate d’applausi scroscianti. Oltre a tutte le autorità e personalità convenute e all’immensa folla, ci fu anche un picchetto armato che fece gli onori militari. Ad oltre mezzo secolo di distanza quel monumento è ancora lì a ricordare a tutti noi l’inutilità della guerra, la sua irrazionalità e la sua barbarie; ma, nel contempo, può aiutarci a capire meglio e ad apprezzare, il sacrificio, la sofferenza e la morte, di quanti vi parteciparono, obbligati o volontari.

Vale la pena leggere l’ultimo scritto che il padre Oreste volle dedicare all’amato figlio Betto:

A noi non la vittoria, ma dei fiacchi lo scherno; non i felici oroscopi, ma il pallido dover (Cavallotti).

Roberto! Sul fronte di Francia riportasti due ferite e mai me ne rendesti edotto, e per due volte, sempre a mia insaputa, domandasti far parte della spedizione in Russia, come volontario.

Destino orrendo era il tuo! Vani furono i miei consigli, vane le mie insistenze e le mie preghiere; non volesti desistere dal tuo proposito. Partisti, soffristi, ne avesti la morte che orribile morte! Come fiore reciso cadde la tua giovane vita! Moristi nell’età delle soavi illusioni e degli affetti generosi quando l’anima ha slanci irrefrenabili, quando la vita appare tutta gioia! Moristi quando più lieto e più bello ti sorrideva l’avvenire lasciandomi, con “larga eredità di affetti” il dolore più cocente, lo strazio più atroce.

Ed ora, per me, da tanto tragico fato percosso, gelidamente affranto dall’angoscia, tutto il mondo è lutto e tutto ciò che mi circonda è pianto!

Forte stringendo l’affannoso petto
con la bruna vela
nel mar del dolore io mi sospingo!

Possa il tempo spiegare le sue ali consolatrici su questa mia grande sventura, lenirmi lo spasimo, mitigare l’immenso dolore! Ma quando, quale fu la tua fine? Mistero!

Soccombesti forse a Balasov sulla gelida terra d’un fetido “unnker" disteso su di un ghiacciato gradino, con le ginocchia appiccicate nell’incavo delle ginocchia d’un altro già morto, fra le scorie dei dissenterici, il lezzo morboso della cancrena che indisturbata ed inesorabile avanzava sugli arti congelati già in disfacimento, tra i gemiti strazianti, gli urli spaventosi, i deliri ossessionanti dei feriti e dei morenti che, giorno e notte, senza conforto, senza aiuto né speranza di tregua, spasimavano con la certezza d’una orrenda disperata fine?

Ove trascinarono i Mongoli il tuo cadavere, completamente nudo, legato per il collo? Quanto tempo rimanesti insepolto sulla neve, sotto il cielo spietatamente diaccio? La tua carne fu pasto di belve o di tuoi simili, che più di quelle, erano rabbiosamente affamate? E le tue povere ossa? Disperse sulle orrende steppe di Russia e senza pace di tomba. O fosti uno dei tanti che nella desolata, nevosa, sconfinata tundra disseminata di morti, al pallido chiarore lunare, al tenue lucore della neve sterminata, nella cupa turbinosa tempesta, esaurito dalla fame, dal freddo, dalle forzate interminabili marce, esausto, rattrappito, congelato, ti accovacciasti ai lati della lunga teoria di prigionieri, fantasmi nel grigiore della tormenta e, stremato dalle tue ultime energie, rimanesti li a Kalacì aspettando la morte col sistematico proiettile alla nuca?

Ed in quell’ora estrema, con la tristezza infinita della gioventù che si sente morire, quanti cari ricordi balenano nella tua mente, velata dalle sofferenze, già prossima ad offuscarsi, ed evocasti i tuoi cari, le persone amate e chiamando tua madre prorompesti in disperato pianto! Era l’ultimo, ineluttabile, fatale momento del tuo orrendo avverso destino!

Carne stanca e dolorante fuor di tempo e spazio! Non umanità, non amore, né carità, né speranza di aiuto confortarono i tuoi ultimi istanti di vita, “senza baci moristi e senza lacrime”!

Povero figlio, cui fu negato aver chiusi gli occhi da carezza materna o da mani amiche!

Pur sapendoti morto, mi risorgi quotidianamente in affermazione di vita e mi è di conforto ricordare un tuo gesto, una tua parola ove risuoni l’eco del tuo cuore che non ha battute più e che va al mio, che non si consolerà mai più.

Come da mare furente sospinto ad un porto, a te sempre torna il mio pensiero. Parmi sentire la tua voce, e, desioso, ti attendo mentre ho battiti di affetto e sussulti di amore; parmi che tu mi debba apparire improvvisamente per abbracciarmi e ti sento, Betto mio, vicino a me; ho la dolce illusione che l’amor tuo non potrà mai illanguidirsi o mancare; credo che tu , figlio mio, intendi tutti i miei dolori segreti e le pie memorie venerate nel sacrario del cuore! Ma , ahimè! Vaneggio. Invano ti attendo; tu, Betto, non torni più!

Anima eletta, cui non sorrise il sognato avvenire, ti chinasti al fato!

Betto, tu, che mi guardi dal lontano regno dei morti, vedi che tuo padre beve in silenzio la cicuta del pianto e lascia nel tuo ricordo, tutta l’anima sua!

Oh! non senti il sospiro dell’alma
che attraverso gli spazi , desolata, ti anela, ti chiama
lucente di amor patrio cadesti, nella lieta fioritura degli anni,
lasciando orgoglio a noi e agli amici grata Spirito angelicato
dal dovere, il tuo volto mi staglia nel cuore come lampada eterna!
A te penso, per te prego!
Non esiste che una sola virtù : l’eterno sacrificio
un sol fine ha la vita: il dovere.

(Mazzini)

E per il dovere, o infausti politicanti, gentaglia miseranda ed iconoclasta dei valori morali e spirituali che furono la stella orientatrice di tutti i martiri lungo l’ascesa dei loro calvari di strazi, di scempi e di morte, pel dovere tanti giovani lasciarono la loro patria per andare al sacrificio; partirono per andare a sentinella della loro tomba; nella gelida terra seppellirono tutti i loro sogni, tutte le loro speranze, tutti i loro affetti nel momento più bello delle loro aspirazioni verso l’avvenire, ebbero il martirio più infame e “ l’abbandon fraterno!”.

Ma più che la morte puote l’amor! La tua fede nei destini d’Italia; l’orrenda tua fine, le tue povere ossa sperdute in terra straniera, esacerbando il dolore, sublimando il mio affetto per te e perciò, prima di raggiungerti nel regno dell’infinito, ti elevo questo lacrimato marmo, inno, perenne dell’amore umano- ma ben triste e meschino conforto alla mia disperazione - perché il dolce tuo ricordo duri!

Tuo padre


Contatti: Casella Postale 100 - 72023 MESAGNE (BR) - Fax: 0831 776480 - redazione@radicionline.com - Sito realizzato da: webmaster