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Francesco Bardicchia (1913-1993)


di
Marcello Ignone

Francesco Lazzaro Bardicchia nacque a Mesagne il 2 novembre del 1913 ma, come spesso succedeva a quei tempi quando i bambini nascevano in casa, fu registrato all’anagrafe il quindici dello stesso mese. Il padre Augusto, commerciante d'origine leccese, tenne a Mesagne, in piazza Criscuolo, un piccolo negozio di generi alimentari; la madre Pia Cellino, mesagnese, era nipote dell'omonimo cartapestaio che  lasciò tracce del suo passaggio in molte opere e restauri. La coppia  ebbe sei figli, cinque femmine ed un unico maschio, Francesco. Durante l’adolescenza Francesco si ammalò di tifo e le sue condizioni si aggravarono a tal punto che  la famiglia fu costretta a preparare il necessario per il funerale. La madre si rivolse allora a Sant’Antonio che in cartapesta aveva in casa, opera del nonno, pregandolo di salvare l’unico figlio maschio che aveva e di prendere, in cambio, la migliore delle sue figlie. Francesco inspiegabilmente e in pochi giorni guarì dal tifo ma non molto tempo dopo morì la sorella Teresa.  L’evento fu interpretato dalla famiglia in modo miracoloso e condizionò non poco il giovane che, infatti, fu legatissimo alla madre, con la quale ebbe un rapporto intenso, basato su di un affetto sincero e forte ma talvolta esagerato.

Il giovane Francesco frequentò la scuola elementare, senza brillare molto ma conseguì ugualmente la licenza. In seguito frequentò da privatista e per alcuni anni la scuola media, ma senza successo. Ritiratosi da scuola preferì lavorare dapprima nel negozio del padre e in seguito ne aprì uno suo, prima in Piazza Porta Piccola e poi in Piazza Coperta. Dopo un fidanzamento durato dieci anni, nel luglio del 1939, Francesco si sposò con Dora Catarozzolo, nonostante che la madre del futuro poeta avesse manifestato intenzioni contrarie. Francesco fu a Brindisi, arruolato in Marina, durante gli anni della seconda guerra mondiale e precisamente a Forte a Mare. Fu durante questa esperienza che probabilmente maturò in lui la passione per  la poesia e l’enigmistica. Risalgono, infatti, a questo periodo (1940-42) le sue prime esperienze poetiche in lingua, per lo più sonetti . Il poeta conservò gelosamente tali componimenti sotto alcuni titoli comuni: Ricordi militari, Sonetti agli amici, Sonetti a tempo perso. Nella raccolta manoscritta il poeta inserì anche un sonetto in lingua, Romanticismo, sotto il titolo comune de I miei primi sonetti, nonostante che in questa raccolta ci sia solo questo componimento a farne parte; a piè di pagina lo stesso poeta, come del resto fu sua abitudine, riportò la seguente indicazione: Mesagne P.P.P. 932. Se l’indicazione è precisa, e non c’è motivo per non ritenerla tale, questo sarebbe uno dei primi componimenti, se non il primo, del Bardicchia, composto all’età di 19 anni. Da rilevare, anche, la presenza, sotto il titolo comune di Sonetti dialettali, appunto di un sonetto in vernacolo mesagnese, Tiello a 14 mesi, dedicato al figlio Augusto, datato  maggio 1942 e successivamente ristampato con il titolo di Scapulatieddu. Questo dovrebbe essere uno dei primissimi componimenti in dialetto del Nostro che nella raccolta riporta anche un acrostico, scritto per partecipare ad un concorso indetto dalla  “Rassegna enigmistica” e pubblicato nel marzo 1942.Molte strofe o addirittura interi componimenti di questa raccolta come di tante altre, saranno successivamente “presi” e “rifatti”, come scrive lo stesso poeta, in pratica  ripubblicati e riadattati in tempi successivi.

Subito dopo la guerra ebbe inizio l’amicizia con il dott. Angelo Ribezzi di Latiano. Fu un lungo sodalizio destinato a durare sino alla morte del medico, avvenuta l’ultimo giorno di ottobre del 1975. Ossatura del sodalizio fu l’amore comune per l’enigmistica, le riviste specializzate del settore, la soluzione e la creazione di sciarade, crittografie, intarsi, incastri, anagrammi. Bardicchia fu molto bravo nel crearli, il Ribezzi, che usò lo pseudonimo di Piccolo Bruno, ebbe, invece, un grande acume nel risolverli. I due amici coinvolsero anche altri in questa passione. Quasi tutte le domeniche, infatti, presero l’abitudine di portarsi, con la lambretta del Ribezzi, a Lecce presso l’abitazione di un loro amico, altro grande appassionato di enigmistica, costretto a vivere su di una sedia a rotelle. Di lui conosciamo solo lo pseudonimo, Marmi, che usò nella produzione di giochi enigmistici. Per i tre amici i pomeriggi domenicali vollero dire una sola cosa: compilare e decifrare complicati enigmi,  risolvere e creare indovinelli e una miriade di giochi enigmistici che inviarono ad alcune riviste del settore perché fossero pubblicati. Alla morte di Marmi, i due amici superstiti continuarono a riunirsi, sempre di domenica, nella bottega di generi alimentari del poeta per risolvere e creare i loro amati  rompicapi.  Con la morte dell’amico latianese, con il quale condivise per decenni la passione per l’enigmistica, il poeta mesagnese smise di scrivere sciarade, anagrammi e quant’altro e chiuse definitivamente con l’enigmistica, che da quel momento lo impegnò principalmente come lettore e compilatore passivo de “La settimana enigmistica” e talvolta come compilatore di alcuni aforismi, paradossi, doppi sensi, chiapparelli che pubblicò, in lingua o in vernacolo, in alcuni dei suoi tanti opuscoli.

Con gli pseudonimi di Basco, Fioralbo e Lazzaro, collaborò, da solo o con gli amici, ad alcune riviste del settore , quali “Penombra”, “Corte di Salomone”, “La sfinge”. Lo pseudonimo Basco,  formato da parte della prima sillaba di Bardicchia e dall’ultima di Francesco, rappresenta  anche il classico copricapo dei contadini meridionali, degli artieri e della povera gente, usato in contrapposizione al “cappello” dei no­bili. Bardicchia imparò, quindi, presumibilmente a partire   dagli anni Trenta e, con maggiore complessità e convinzione, sicuramente dagli anni Quaranta, la difficile arte di “ridurre in scansioni rigidamente prefissate la ridondanza concettuale e la ricchezza semantica” (Alfonsetti). La poesia del Nostro ebbe comunque un forte sviluppo a partire dalla morte del Ribezzi, quando cominciò a staccarsi dalla produzione enigmistica per divenire finalmente autonoma. In precedenza la produzione poetica era stata, per così dire, funzionale a quella enigmistica. Francesco, per vivere e mantenere la famiglia, non disdegnò di fare l’ambulante all’interno della piazza coperta, al di fuori del negozio di generi alimentari gestito dalla moglie. Tra gli altri generi alimentari vendette anche baccalà e spesso il poeta, preso dalla frenesia di scrivere, per non perdere l’ispirazione poetica e non trovando o non avendo altra carta, scrisse anche su quella del… baccalà e su qualunque altra carta a sua disposizione.

Tutte le poesie prodotte furono personalmente lette dal poeta alla moglie e quando la famiglia aumentò, con l’arrivo dei due figli, Augusto e Teresa, chiamati così in ricordo del padre e della sorella “sacrificata” perché lui potesse vivere, le poesie furono regolarmente lette dal poeta a tutti. Bardicchia non amò il verso libero e il componimento che non fosse soggetto a schemi ritmici rigidi. Scrisse soprattutto nella forma metrica del sonetto e quando non compose in questo metro, ne produsse sempre uno soggetto a rima e a precisi schemi. Compose anche lunghi componimenti  in quartine e talvolta in ottave, ma sempre in endecasillabi o settenari legati tra loro da rime disposte in modo vario (alternate, incrociate, baciate). Frequente l’uso di  enjambement, ma anche di cesure. Non organizzò mai la sua poesia in schemi ritmici originali anche se il libero gioco di ripetizioni, di parallelismi e di richiami, tipico della poesia moderna e contemporanea, si può individuare in Bardicchia non all’interno del singolo componimento ma tra una serie di componimenti non autonomi che formano una fitta trama di rimandi che stabiliscono rapporti di affinità sia a livello del significante che del significato, quest’ultimo spesso attinto dalla tradizione locale o da avvenimenti e personaggi presi dal contesto familiare ma più spesso dal vicinato e dal più ampio mondo sociale, economico, politico, sportivo e religioso.

La formazione enigmistica si fece sentire molto nella sua composizione poetica anche perché il poeta dovette, durante la sua esperienza enigmistica, affrontare in lingua altri poeti, spesso agguerriti, e l’aspetto formale delle sue composizioni, cioè il significante,  fu volutamente portato a livelli abbastanza complicati. Per Bardicchia solo il componimento chiuso, schematicamente rigido, classico, rimato e con forte ispirazione artistica, che lui  non sempre avvertì  negli altri poeti locali, fu degno di essere chiamato poetico. Predilesse un lungo e continuo lavoro sulla poesia prodotta, che riprese spesso pubblicandola in più testi o frantumandola a piacimento. Produsse anche componimenti su richiesta per matrimoni,  nascite o  altri eventi, sia privati che pubblici. La ricerca della massima adesione possibile dell’espressione linguistica al pensiero reale, divenne per lui quasi ossessiva, al punto di esagerare, talvolta, nella originalità e preziosità dei termini. Questa ricerca ebbe anche una conseguenza positiva: lo studio degli aspetti ortografici e fonici dei termini dialettali, cosa non facile per l’assenza di scritti in dialetto mesagnese. Bardicchia fu, infatti, capace di indugiare per molto tempo su di un singolo termine dialettale, alla ricerca di tutti i significati possibili, orientandosi talvolta verso parole inconsuete, quasi scomparse dal vernacolo, ormai dimenticate o semplicemente poco usate anche nel passato. Fu a questo punto che nacque un altro sodalizio, quello con Simone Murri, per tentare di capire e di tramandare per iscritto il lessico storico del  vernacolo di Mesagne.

Da questa esperienza, non priva di errori, e dalla necessità di avere a disposizione le parole del dialetto mesagnese, specialmente quelle inconsuete, con grafia e significato precisi, il poeta trasse l’uso di conservare per iscritto i termini che poi utilizzò nei suoi componimenti, accarezzando, forse, l’idea di creare un dizionario del nostro vernacolo a disposizione di tutti, in particolare delle giovani generazioni. Cominciò allora a produrre, in particolare negli anni Ottanta, una mole veramente impressionante di componimenti poetici dai temi più svariati spesso legati tra di loro da qualche filo logico ed appartenenti, talvolta, ad una serie facente capo ad un soggetto o ad un tema. Sono rimasti famosi i componimenti contro gli altri “poeti” locali che tentavano malamente di emulare il Nostro, quelli sulla vedovanza, sul Centro storico e su personaggi mesagnesi, veri o inventati. Molti scritti del poeta, e in particolare tre manoscritti già pronti per la stampa donati dalla famiglia, insieme ad altre carte,  alla Biblioteca di Mesagne dopo la morte del poeta, sono ancora da esplorare e pubblicare. Sono pure da recuperare, in quanto in parte sicuramente registrati, gli interventi che per un certo periodo Bardicchia fece alle due radio locali di Mesagne, dapprima a Radio Libera 102, poi a Radio Mesagne 101 ed infine di nuovo a Radio Libera.

Non vanno nemmeno dimenticate le tante pubblicazioni, per lo più  opuscoli, e le molte raccolte di semplici fotocopie, che il poeta distribuì, recitando spesso personalmente le  sue poesie, nelle scuole mesagnesi. Molti di questi interventi, sia radiofonici che scolastici, contengono anche cenni di tradizioni locali e riferimenti a scritti di autori mesagnesi, in particolare  Scoditti e Antonucci. Per inciso va detto che il poeta, oltre alle tradizioni locali, amò molto la ricorrenza natalizia, al punto da produrre un gran numero di componimenti  poetici, per adulti e bambini, sul tema. Ebbe una vena polemica innata, al punto che bastava poco perché rispondesse per le “rime”, nel vero senso della parola, se credeva di aver subito delle offese o delle umiliazioni a cui, inevitabilmente,  fu soggetto per via del particolare carattere, degli argomenti presenti nella sua poesia e  per il suo modo tenace e per alcuni forse assillante, anche se comunque sempre garbato, di “donare” le sue pub­blicazioni. Queste pubblicazioni ebbero un costo che il poeta non sempre riuscì a sopportare. Le distribuì nel tentativo, quasi mai pienamente riuscito, di pareggiare le spese e questo problema lo angosciò  sempre e comunque tutte le volte che fu pubblicata una  sua opera.

Lo si vide in giro molte volte, intento a distribuire pazientemente, celando l’imbarazzo dietro un sorriso amaro, le copie della sua ultima pubblicazione, per le quali chiese sempre un “omaggio” da lui stesso quantificato dividendo il costo della pubblicazione per il numero di copie stampato. Non sempre, però, fu possibile coprire i costi delle pubblicazioni e il poeta ci rimise spesso di tasca sua. La cosa che più lo angustiò fu, comunque, vedere le pubblicazioni accatastate nel suo studio e non ancora distribuite. Ci furono anche dei mecenati che gli fecero dono del denaro necessario per pubblicare un’opera e lui cercò sempre di sdebitarsi in un modo o nell’altro non dimenticando mai chi  aveva reso concretamente possibile la pubblicazione di una sua opera. Uno di questi mecenati fu il radiologo Angelo Raffaele Devicienti che donò al poeta  una somma sufficiente a pubblicare una delle sue primissime opere. Il poeta, appena ebbe raccolto il denaro necessario, in pratica dopo la pubblicazione e la vendita dell'opera,  riportò la somma al Devicienti, il quale non volle però rientrarne in possesso. Il gesto commosse molto il poeta che non lo dimenticò mai. Occorre sottolineare che le pubblicazioni non furono mai in vendita, nel senso che non ci furono mai editori o librerie che posero in vendita le opere del Nostro. Fu sempre lo stesso poeta a vendere capillarmente le sue opere, dopo aver tolto un numero di copie suf­ficiente per i figli e i nipoti, copie regolarmente intestate con i nomi di ognuno e personalmente firmate.

Era, inoltre, di una parsimonia esemplare e nel suo sonetto più famoso, Lu pizzenti, il poeta volle rappresentare un po’ anche se stesso. La moglie e i fi­gli dovevano, infatti, faticare non poco perché fosse presentabile ad una qualche serata in suo onore o ad una conferenza o semplicemente durante il giorno, dal momento che il poeta ebbe un’idea molto personale del vestire. Ecco il sonetto,  datato 1972:

 

LU PIZZENTI

Štirnuta. Cu la coppula štrazzata,
ssittatu a llu pisùlu a soli chinu,
si fuma lu muzzoni a lu  bbucchinu
cu ‘na mmalaria ormai ncaddarisciata.  
Surchia, poi sputa. Totta llardisciata,
la giacca vecchia comu nnu luštrinu
ti spampana li štampi ti lu vinu
sotta a la barba longa, vavisciata.
No teni nienti. Non avanza nienti.
Non ava ddà e no cerca. A la sciurnata
tira cu tanti suenni ca ncatašta.
Tossa. Si cratta. L’ori sua cchiù lienti
li passa cu la fami a la nuttata,
ma a l’arba mbevi l’aria... e campa... e bašta.

La sua stanza privata, più simile ad un campo di battaglia che ad un  luogo di studio,  fu tabù per il resto della famiglia e nessuno vi ebbe facilmente accesso. Il questo luogo “sacro” il poeta ebbe l’abitudine di appartarsi, non solo per scrivere ma anche per “sfuggire” a qualche passeggera tempesta familiare. Ebbe un  alto concetto della famiglia e preferì  perciò di gran lunga un clima sereno e lieto anche ad una semplice burrasca passeggera. Raccolse di tutto, non solo la carta necessaria per scrivere le sue poesie, e conservò come reliquie i premi vinti nei numerosi concorsi di poesia ai quali partecipò. Non ci sarebbe nulla di strano con premi normali come coppe, targhe e diplomi, ma Bardicchia conservò anche i premi... in natura, come i tacchini e gli agnelli vinti nei concorsi ai quali partecipò durante le festività natalizie e pasquali. Dopo aver mangiato i premi in natura con tutta la famiglia, ebbe l’abitudine di conservare alcune... reliquie.  Così fece con il tacchino vinto ad un con­corso poetico a San Vito dei Normanni del quale conservò la zampa e dopo averla ben pulita e verniciata l’appese ad una parete del suo studio! In pratica di ogni cosa non doveva perdersi il ricordo; l’oblio a cui uomini e cose sono inevitabilmente soggetti fu per lui  una vera ossessione, scolpito chiaramente nella sua poesia. Infatti il termine farfugghi, cioè cose inutili e di nessuna importanza, sarà usato dal poeta per ben quaranta volte come titolo comune  delle sue pubblicazioni, a partire dal 1979.       

Raccontò alla moglie e ai figli ogni cosa rendendoli partecipi dei suoi problemi, delle gioie e delle  delusioni. Quando poi sentì avvicinarsi l’ora della definitiva partenza e  cominciò a constatare l’inevitabile declino fisico, non volle scrivere più nulla, ma non abbandonò l‘amata enigmistica, che regolarmente continuò a dilettarlo sino agli ultimissimi giorni di vita. Fu la sua amata Dora a portargli in ospedale, due giorni prima della morte, l’ultima copia de “La settimana enigmistica”. Il poeta diede l’addio alla compagna della sua vita con un gesto ondulatorio e continuo del suo basco, quasi presagisse l’imminente fine. Non volle scrivere più nulla subito dopo la prima crisi della malattia che lo avrebbe poi portato alla tomba. Questa prima crisi avvenne nel 1991 e il poeta, terrorizzato dalla morte, per la quale aveva nutrito sempre timore e rispetto, tanto da esorcizzarla con ironia in alcuni suoi sonetti, si rifugiò definitivamente nel suo studio, senza però comporre altre poesie, ma solo a riordinare le sue cose.

Per inciso il tema della morte in Bardicchia  compare in “un modo...tutto laico e di una moralità in apparenza machiavelliana se non addirittura boccaccesca…”(Alfonsetti). In verità nei suoi versi, più che il Machiavelli e il Boccaccio, si avverte molto l’ironia, e a tratti anche la satira mordace, del Belli. Per il poeta mesagnese lo studio aveva sempre rappresentato un luogo intimo ed appartato nel più ampio ri­fugio della casa, degli affetti e della famiglia. Francesco Bardicchia, che sorrideva sornione quando lo chiamavano con il nomignolo Ciccio (che per inciso non amò mai), morì di edema polmonare il 4 aprile del 1993, poco dopo le ore 8, nell’ospedale di Mesagne, nel quale era stato ricoverato al ripre­sentarsi della malattia. Sul comodino il suo basco e la copia de “La settimana enigmistica” che la moglie gli aveva portato qualche giorno prima. I temi che caratterizzano la poesia del nostro maggiore poeta locale sono in particolare la  memoria e la nostalgia, spesso dolorose, talvolta ironiche e disincantate, per luo­ghi, persone, cose e vicende di un tempo che fu e di un mondo per­duto per sempre. Questi temi influenzano molto la poesia più matura di Bardicchia.

Bardicchia ha scritto molto e la non organicità del lavoro non è dovuta solo all’impressionante mole di opere pubblicate e di materiali ancora da pubblicare, ammesso che sia possibile reperirli, ma al modo stesso di fare poesia di Bardicchia, il quale era solito scrivere su qualsiasi pezzo di carta gli capitasse per le mani e con sufficiente spazio vuoto per contenere una poesia o  un appunto, come la carta per incartare il  baccalà o le fotocopie, delle quali riutilizzava il lato rimasto bianco. Molte poesie, dedicate a qualche personaggio noto di Mesagne o scritte per sottolineare, quasi sempre polemicamente, alcune situazioni o  particolari  vizi ed abitudini, fanno bella mostra su pareti di studi e laboratori oppure giacciono in qualche cassetto. Sarà sicuramente dif­ficile poterle recuperare tutte. E’ comunque più che sufficiente il materiale reperito o facilmente reperibile, come quello consegnato dal figlio Augusto alla Biblioteca di Mesagne perché fosse a disposizione degli studiosi o come disse lo stesso poeta “a disposizione di chi vorrà interessarsene”, per pubblicare una seria e completa antologia del nostro poeta dialettale più bravo e cono­sciuto. Bardicchia collabora a varie riviste enigmistiche e da queste espe­rienze, che coprono un arco di tempo, desumibile dai dati sin qui posseduti, che va dal 1940 al 1975, oltre che dalla frequentazione dell’inseparabile amico Ribezzi, trae linfa per le sue poesie e per un miriade di altri “giochi” enigmistici quali  “sciarade, anagrammi, incastri o intarsi, crittografie mnemoni­che e molte altre simili composizioni”.

E’ questo un vero laboratorio di tecnica compositiva che arricchisce Bardicchia che inizia  a crearsi, così, una sorta di banca dati, nella quale troveranno posto  pa­role, modi di dire, motti, proverbi e molte altre espressioni dialettali utili per il suo lavoro poetico. Inoltre, il dover affrontare continuamente il giudizio del pubblico delle riviste enigmistiche, particolarmente esigente e preparato, e l’inevitabile confronto sia con altri cultori del genere enigmistico che con veri poeti,  peraltro in lingua italiana, portarono il Nostro a prepararsi in modo puntiglioso e  quindi con la massima precisione formale e contenutistica possibile. A questa banca dati, sempre aperta, il poeta attingerà continuamente. Il laboratorio di idee lo trova al­trove e precisamente nell’opera di Gozzano e Corazzini, che Bardicchia ama ed ammira pur non avendo una conoscenza approfondita dell’opera e del pensiero di questi due  poeti crepuscolari. Le somiglianze con  Gozzano sono molte e talvolta sbalorditive, proprio perché non si può parlare di influenze. Bardicchia può essere, infatti, accostato a Gozzano per la perdita di ogni fede e certezza, per il senso di uno scorato rifugio nella grigia quotidianità.

Si notano forti somiglianze tra la sua poesia e quella colloquiale e prosastica del Gozzano con il quale il poeta mesagnese ha in comune la particolare ironia e l’amara consapevolezza di appartenere ad un tempo colto ma arido e senza miti, con la differenza che in Gozzano si sente, nell’apatia senza speranza, una chiara impronta leopardiana, tanto che si può giustamente parlare di poesia dell’assenza, di vita mancata, di stanca aridità,  mentre in Bar­dicchia c’è una incrollabile  fede nei valori familiari, un notevole attaccamento alla vita e una forte paura della morte. Il poeta mesagnese è però, talvolta, assalito da un forte scoramento e da una certa rassegnazione, imputabili ad una perdita di fiducia nella capacità della poesia di poter cambiare le cose, an­che solo in minima parte. Allora la poesia di Bardicchia si fa dolente, amara, riflessiva e l’ironia spesso sfocia in spunti polemici contro aspetti, figure, posizioni e persone appartenenti tanto all’ambiente mesagnese quanto ad una sfera più alta, valida universalmente. Bardicchia è un poeta stanco e perplesso dell’assurdità della vita, in particolare di quella moderna; esprime  il suo dolore con amara ironia,  talvolta con sarcasmo anche crudele, quasi sempre polemicamente. Ha uno stile ironico e mordace, talvolta molto corrosivo, ma mai ribelle, perché il Nostro, in definitiva, è per una vita semplice e sana,  una serena esistenza “piccolo borghese” che mal si concilia con la ribellione.

Ecco allora  la ricerca spasmodica del rifugio, trovato nel  mondo umile e pettegolo del paese natio, dove la gente è forse meno povera di un tempo sul piano economico, ma sicuramente  più povera sul piano umano per la perdita di alcuni valori tradizionali. Il poeta cerca quello che resta dei genuini sentimenti di un tempo ma quando  si accorge che questo mondo sta irrimediabilmente cambiando e in peggio,  allora si  rifugia ancora di più ne­gli affetti familiari, nella storia e nelle tradizioni paesane, nei tiempi passati  e nella cara infanzia, fatta di sogni e di povere cose. E’ una fuga dalla realtà e dall’impegno politico perché,  anche se talvolta può essere forte la presenza sociale e culturale della poesia , un povero poeta non può cambiare nulla a colpi di versi. Ecco allora farsi quasi prepotente il desiderio di un ritorno al mondo dell’adolescenza e dell’infanzia,  che altro non è che un desiderio di pace, di disimpegno e di certezze semplici, anche se talvolta di  pes­simo gusto. Bardicchia rievoca le buone cose di un tempo, la Mesagne di una volta, le vecchie strade, le atmosfere ormai scomparse, gli interni poveri delle case, gli oggetti, le figure umane, personaggi veri o di fantasia, immagini, sentimenti, emozioni capaci di travalicare l’esperienza personale ed acquisire esperienza collettiva.

Tutto  è rievocato e descritto con precisione puntigliosa e nostal­gica, spesso con una ironia che non disdegna di farsi satira, ma che inevitabilmente sfocia nella polemica, dalla quale il poeta non si tira  mai indietro per trasformarsi, con sem­pre maggiore frequenza e specialmente nella sua opera più matura, quasi subito in un sorriso amaro, appena accennato, ma sofferto e preoccupato. Lo stile della sua produzione in vernacolo, talvolta ricercato e complesso, è generalmente piano, dimesso, discorsivo quando non addirittura antipoetico, formato da parole povere, se non banali e volgari, a causa della ri­cerca continua ed assillante di un lessico il più possibile simile alle espressioni e al ritmo del parlato quotidiano. Questo è un altro aspetto che lo avvicina molto ai Crepuscolari. Diverso è, invece, lo stile della  produzione in lingua, più stucchevole, lezioso, pieno di preziosità e di parole ricercate e poco spontanee perché troppo legate ad un tecnicismo di maniera. Bardicchia è mosso, nella sua produzione in lingua italiana, più dall’apparire che dall’essere e perciò la sua produzione migliore è decisamente quella in vernacolo. 

Il mondo del Nostro appare talvolta immobile e la rievocazione del tempo perduto acquista spesso l’odore della morte, intesa come perdita ed allontanamento ed appunto perciò dolorosa ma purtroppo inevitabile, temuta ma alla fine sopportata laicamente dal mo­mento che si lascia un mondo niente affatto a misura umana e meno che mai a misura di poeta. Corazzini è, invece, accostabile a Bardicchia perché poeta-fanciullo, capace di esprimere vera e grande poesia dal vuoto che si nasconde nelle piccole cose, nel tempo e nella parola. Il poeta romano aveva cercato un colloquio e una comunione di anime e lo stesso farà Bardicchia  quando cercherà nei suoi componimenti di esprimere una poesia fuori di sé, inseguita nelle piccole cose, nella descrizione divertita, ironica e  polemica di personaggi per lo più tipizzati, anche se qualche volta reali. Di queste cose, di questi personaggi e delle tradizioni in genere di Mesagne si rischiava di perdere il ricordo, così come si era perso  gran parte dell’uso del  vernacolo mesagnese. Il poeta ha voluto allora compiere una scelta: descrivere in dialetto questo mondo, gli usi, le tradizioni, gli uomini e le condizioni di un tempo ormai scom­parsi.

La memoria di queste cose e di questi uomini si è ormai persa nelle giovani generazioni ed è a queste che Bardicchia  ha dedicato il maggior sforzo e, quasi fossero tutti  suoi “nipoti e nipotini”, si è ritagliato il  ruolo del nonno adottivo e si è messo a raccontare in versi un mondo forse perduto per sempre ma che ancora si può rievocare e magicamente comunicare grazie alla poesia. Per tutti coloro che non sono più ragazzi ha scelto il ruolo di censore e si è messo a criticare i pessimi costumi attuali, difendendo i buoni usi antichi, i sentimenti di un tempo e le atmosfere ormai perse, che solo la poesia può ricreare grazie alla sua capacità di produrre emozioni e suggestioni. Nel 1986 Bardicchia pubblica un sonetto, suo metro preferito, dal titolo “Gocce d’aceto” in Nzèdduri t’acìtu, 12^ raccolta della col­lezione “Farfugghi”, per i tipi della tipografia Guarini di Mesagne. E’ quasi un  manifesto, in lingua, della poesia del Nostro in quanto ci sono: l’ironia; un disin­cantato sguardo alla vita che gli appare strana e della quale occorre coglierne il momento; le piccole cose, banali e quotidiane; il pettegolezzo di un paese del profondo Sud e la mentalità in genere della gente che vi abita; la precisione puntigliosa; la ricerca di parole preziose e poco usuali per descrivere  ed impreziosire le piccole cose quotidiane.

Le difficoltà che Bardicchia dovette affrontare furono molte perché la poesia non nasce dall’ispirazione di un momento,  ma è lavoro certosino, metodico e di grande difficoltà ed un poeta assomiglia, perdonate l’accostamento, più all’avventuriero Indiana Jones, un ricercatore ai confini della lingua, che al romantico professore  in­terpretato da Robin Williams nel film “L’attimo fuggente”. Questa “semplice” verità si deve te­nere conto anche come forma di rispetto del messaggio artistico che ci è stato consegnato, considerando che Bardicchia scrisse quasi sempre in dialetto, con la difficoltà che presenta il no­stro vernacolo non ancora codificato né in una grammatica né in un dizionario. La nostra attenzione e il nostro rispetto dovrebbero, dunque, essere maggiori e ap­paiono ingiustificate certe critiche  mosse al poeta con superficialità, dal momento che non esistono studi completi della sua opera. E’ ben diverso muovere delle osservazioni critiche nate dallo studio dell’opera del Nostro, necessario per capire il messaggio del poeta, sicuramente non privo di errori ed esagerazioni. Bardicchia  concentrò la pubblicazione delle sue poesie, anche di quelle scritte molto tempo prima, lungo un  arco di tempo che va dal 1979 al 1990 e i suoi versi, le sue “gocce d’aceto”,  non ri­sparmiarono le “situazioni locali dolenti o paradossali e, attraverso di esse, i protagonisti di quelle vicende”, talvolta con “momenti forte­mente polemici, di vera irruenza verbale”.

La sua satira, in verità non sempre dura anzi il più delle volte gar­bata e leggera se non proprio amara, non risparmiò i vizi e i difetti dei mesagnesi, i tempi moderni che il poeta non volle capire né tanto meno giustificare, provando spesso una pena enorme per Mesagne, per come era stata ridotta e trasformata, per come era cambiato, inevitabilmente aggiungiamo noi, il carattere dei suoi abitanti che il poeta, amaramente, vedeva attaccati a comportamenti ed atteggia­menti veramente piccoli ed incoerenti, lontani comunque dai veri valori della vita, un tempo più veri e maggiormente presenti nono­stante le difficoltà economiche e sociali. Quel decennio fu di profondo travaglio e di crescita disordinata per Mesagne; Bardicchia, servendosi semplicemente della poesia, ebbe  il coraggio di denunciare costantemente la distruzione di un mondo e di una civiltà, e al posto della gratitudine si attirò se non l’odio almeno il “fastidio” di alcuni benpensanti.

La poesia di Bardicchia  interpreta benissimo il punto di vista del popolo mesa­gnese e non deve perciò ingannare più di tanto il lato umoristico ed ironico di molti suoi componimenti. Il poeta mise alla berlina i difetti dei mesagnesi, perché necessario, anche se penoso, per ridere di noi stessi e per cercare, pur sapendo di non riuscire, di riportare tutti a  dimensioni più umane. Spesso il tono del poeta si fece  lirico oltre la normale liricità propria del sonetto, ciò avvenne ogni volta che evocò la famiglia o diede libero sfogo ai sentimenti, quando si soffermò con profonda nostalgia sulla vita di un tempo non meno che su quella a lui presente, manifestando la sua profonda  e naturale religiosità popolare, il  suo attaccamento alla famiglia e ai nipoti, ed allora le emozioni personali acquistarono un sapore universale grazie al continuo riandare alle radici antiche di Mesagne, alla descrizione delle persone che un tempo popolavano le vie e le piazze del paese. In molti componimenti poetici Bardicchia si soffermò,  con versi dolenti, a descrivere una Mesagne scomparsa del tutto o sul punto di scomparire, ma viva nella sua memoria ed ancora presente alle giovani generazioni grazie alle sue poesie.

In quei componimenti si nota una profonda nostalgia nella descrizione di un mondo ormai perduto, appartenente alla memoria, all’infanzia, quasi mitica, non solo del poeta ma di tutti i mesagnesi nati e vissuti nei bei tiempi passati, non facil­mente collocabili cronologicamente, ma  vivi nella memoria del poeta, non meno che in quella di tanti compaesani. In molti suoi componimenti è fin troppo chiaro il mondo dell’infanzia per la presenza viva di oggetti e luoghi e personaggi riconducibili a tale periodo. Ci sono in molte poesie gli elementi (odori, sapori, rumori) di un mondo familiare che non finiva con la casa paterna, ma continuava nelle stradine del cen­tro storico, quasi corridoi di un’unica grande abitazione collettiva. Veri quadretti di vita bucolica, semplice e pacifica. Spesso molti suoi componimenti hanno la stessa serenità, data dai brevi ed intensi quadretti descrittivi, di alcune poesie di Carducci, Leopardi e Gozzano. Talvolta nel quadro “idillico” si insinuavano alcune amare precisa­zioni, per così dire, perturbatori del mitico mondo paesano. Ecco allora apparire llu culèra, la fami, dal momento che non sempre era garantito il cibo, per via della precarietà del lavoro agricolo, in particolare bracciantile (la sciur­natèdda), e, quando il cibo c’era, i membri della famiglia stavano a ntàula tutti quanti ntra nnu piattu.

La povertà fu amaramente rappresentata anche dallo scarso e precario vestiario, da li pezzi, ntra lli scarpi, pi cuazettu.  Amaro e polemico, il poeta, denunziò senza veli prièviti e briganti per le condizioni in cui versava il popolo. Quadretti di vita, descrizione di cose semplici e di attività di un tempo che fu appunto, vita ti ieri, appartenente ad un passato talvolta lontano anche dallo stesso poeta, come testimoniano in un suo componimento la štazioni ancora a zeru, li turnisièddi e l’ori cuntàti a l’orologiu a soli, felice espressione poetica per indicare l’antica meridiana che un tempo si trovava in piazza Si­tìli. Ap­partiene però al poeta il tempo del farru assuttu, in altre parole del purè di fave senza altro cibo per con­torno. Tempi di ristrettezze economi­che, quando a nessuno veniva in mente di buttare via del cibo che, tra l’altro, difficilmente rimaneva dopo un “normale” e frugale pasto perché la fame era tanta ed il cibo poco; erano tempi ti sparagnamientu, non solo per ne­cessità ma anche per mentalità. Una memoria amara per un’epoca ormai perduta ma ancora viva nel poeta e forse, ieri come oggi, in pochi altri che per sen­sibilità non smettono di amare cose che i più definiscono di “altri tempi” in senso dispregiativo o tutt’al più nostalgico.

Con l’età tutto invecchia, esseri viventi e cose, ma non era l’inevitabile fenomeno naturale che spaventava Bardicchia, quanto, piuttosto, l’invecchiamento, per così dire, “sociale” ed “umano” che notava nella maggior parte dei mesagnesi; avvertiva, infatti, un invecchiamento precoce, un inaridimento della società mesagnese che troppo in fretta dimenticava il suo passato e co­struiva un brutto futuro perché non era capace di vivere un buon presente. Quando tutti cercavano opulenza e ricchezza, non im­porta come e a quale prezzo, il poeta cantava la storia di emarginazione di un pezzente, di un povero ancora realtà in una società che aveva modificato solo l’apparenza, talvolta il conto in banca ma non ancora la mentalità che restava  profondamente provinciale e  mentre cercava improbabili porti, perdeva di vista la sua storia e le origini che non valorizzava, anzi se ne vergognava, classificando il dialetto come rozzo e incivile e la cultura tradizionale e popolare di categoria inferiore, nella migliore delle ipotesi. Da queste considerazioni amare nasce tanta poesia polemica e satirica e il bisogno di descrivere personaggi e cose, le buone cose di un tempo che non c’è più. Questa poesia delle buone cose di un tempo felice aveva, talvolta, il sapore dell’illusione perché il poeta sapeva chiaramente di rappresentare il tempo dell’anima, l’amore nostalgico per momenti, uomini, cose, avvenimenti, immagini, sapori, profumi, atmosfere, che esistevano sempre più “dentro” e sempre meno “fuori”, dove una città ormai diversa e talvolta estranea non aveva voglia o tempo di godere e di gustare i frutti della memoria e del cuore che il poeta tentava di ricreare.

Molti non sapevano o non capivano o addirittura mal sopportavano questi tesori dell’anima, questi farfugghi e  opuscoli  che il poeta ostinatamente dava in  omaggio per i sostenitori... e per la gioventù studentesca. Già, i giovani, il poeta li amava moltissimo e riponeva in loro molta fiducia, sempre pronto a raccogliere l’invito di qualche insegnante e recarsi a scuola, tra i ragazzi per raccontare loro le cose di un tempo e parlare del dialetto, ormai corrotto o scomparso. Era un nonno per tutti i ragazzi e non solo per i  suoi “nipoti e nipotini” ai quali il poeta ha praticamente dedicato gran parte delle sue pubblicazioni e ai ragazzi raccontava delle cose che un tempo si trovavano ne lu štipòni ti li nonni comunicando loro termini del tutto scomparsi dal nostro dialetto perché è ormai scomparso in gran parte anche il “corredo” tradizionale. Per i ragazzi, e non solo per loro,  la poesia di Bardicchia rappresenta un tuffo nel passato dei loro nonni, dal momento che termini come scolla (cravatta, scialle), cinnaratùru (ceneraccio),  scicca (leggera camicetta), nfocapèpiti (cappotto), zimàrra (sopravveste), capparrùni (cappe, mantelli), tubulèttu (busto), mandràppa (gualdrappa), spitùrsi (stoffe di sacco che i contadini usavano ai piedi durante il lavoro), scafarèi (antichi berretti), sinàli (piccoli grembiuli), scazzittini (berretti di lana per la notte), carzunèttu (mutandone), nigghièri (cuscini, origliere), parapàlli (gonne ampie  a campana), ummèddi (gonnelle), busciuncièddu ( sacchetto, cuscino vuoto) e lo stesso štiponi appartengono ormai alla memoria dei nostri anziani.

In definitiva la poesia di Bardicchia  è come un tuffo nel passato e nelle tradizioni o, come spesso si dice,  negli “usi e costumi” del nostro popolo. Molti bellissimi componimenti, inoltre, ci danno l’opportunità di far notare quanto il Bardicchia fosse debitore verso cunti,  proverbi, cantilene e  modi di dire della nostra tradizione locale. L’opera di Francesco Bardicchia è ormai parte della storia  della nostra cultura la quale altro non è che il bene comune del nostro popolo perché in essa si sedimentano e grazie ad essa fruttificano esperienze ed aspirazioni. Il progresso di un popolo si ha soltanto quando esso è capace di tutelare e successivamente comunicare questo prezioso bene. Bardicchia, il  poeta della nostra memoria lo ha fatto, in punta di piedi, con umiltà, e senza chiedere e pretendere compensi di alcun genere ci ha insegnato e ci insegna ancora con le sue poesie che i valori umani sono intramontabili e, soprattutto, non rimano con gli egoismi.

Bibliografia  delle opere di Francesco Bardicchia

1)   Cara poesia, Mesagne 1987;
2)   Cari farfugghi mia. Poesie dialettali mesagnesi, Mesagne 1989 (?);
3)   Caru dialettu, Mesagne 1985;
4)   Cosi nueštri,  Sandonaci 1982;
5)   Cranieddi ti sali, Mesagne 1983;
6)   Cunchiutimientu,  Mesagne 1984;
7)   Eccu Misciagni tua,  Mesagne 1990;
8)   Fantasii, Mesagne 1987;
9)   Farfugghi allu ientu,  Sandonaci 1982;
10) Farfugghi. Gruppi di poesie dialettali mesagnesi, Mesagne 1979;
11) Io e... me stesso,  Mesagne 1987;
12) Iu, la vita e vui, Mesagne 1987;
13) Mietici, malati e miticini, Sandonaci 1980 (?);
14) Mindrodduri,  Mesagne 1988 (?);
15) Misciagni: itinerari, Sandonaci 1979;
16) Mmisculanza, Mesagne 1984;
17) Natali a casa noštra. Poesie dialettali natalizie mesagnesi, Sandonaci 1980;
18) Nn’atra francatedda ti farfugghi,  Mesagne 1989 (?);
19) Nna francatedda ti farfugghi,  Mesagne 1989 (?);
20) ‘Nzedduri t’acitu, Mesagne 1983;
21) Parlamu nu picca ‘ntra nui, Mesagne 1987;
22) Parole senz’ombra. Poesie,  Mesagne 1980;
23) Pepi... zzuccuru e carofulà, Mesagne 1984;
24) Poesie dialettali mesagnesi, Fasano 1987;
25) Profili mesagnesi,  Sandonaci 1979 (?);
26) Profili nostrani. Poesie dialettali mesagnesi, Fasano 1983.
27) Profili paesani (in 3 voll.), Mesagne 1983 (vol.1), 1984 (voll.2,3);
28) Quadernetti di“Farfugghi”, n.1-4,  Mesagne 1988 (?);
29) Quadernetti di“Farfugghi”, n.5-8,  Mesagne 1989 (?);
30) Rricuerdi štingusi, Mesagne 1987 (?); <
31) Scirculècchi,  Mesagne 1988 (?),
32) Siešta, Mesagne 1984;
33) Štruelichi. Poesie dialettali mesagnesi,  Mesagne 1990;
34) Sursati ti marvasia, Mesagne 1984;
35) Tre francati ti farfugghi a farfaruegghiu,  Sandonaci 1981;
36) Tutto Natale. Poesie natalizie dialettali mesagnesi, Mesagne     1987 (?);
37) Vecchia Misciagni,  Mesagne 1987;


L’evoluzione-involuzione del sonetto nella poesia
di Francesco Bardicchia

 di
Roberto Alfonsetti
 

Senza inoltrarci nella notte dei tempi … enigmistici, il sonetto bardicchiano, (fin dai tempi di “BASCO”), appare sapientemente costruito secondo le migliori norme delle precettistica classica. Gli endecasillabi sono perfettamente limati e cadenzati con i giusti accenti ritmici, e i concetti interfluiscono tra di loro anche per via, dove occorre, di efficaci “enjamtement”. Ma è, soprattutto, nella chiusa concettosa, di cui si fa carico l’ultimo verso del sonetto, e che illumina, da sola, in modo non equivoco il tema trattato, che si rivela la lunga, attenta frequentazione dei classici. Esporremo qui, di seguito, alcuni di questi versi conclusivi di sonetti bardicchiani, - ad illustrazione di quanto sopra detto, - che coprono circa un ventennio (tra il 1967 e il 1988), - riteniamo, il più fecondo -, della produzione complessiva. Essi apparvero, primieramente, su pubblicazioni locali (tutte di breve vita) e, dopo tempi più o meno lunghi, furono poi ripresi nelle ben note, periodiche raccolte a stampa.

 

 

“ORA 23” (1967 – 1968)
“ma a l’alba ‘mbevi l’aria, … e campa, … e basta”

(LU PIZZENTI)
“e poi si ‘llava, simili a Pilatu”

(LU MIETUCU)
“e poi sta strata longa, longa, longa…”

(LU BURRIU)
“pi la partita solita a “Tressetti”

(SEZIONE COMMERCIANTI)
“per chi si vergognò … d’aver vergogna”

(MACELLU VECCHIU)
“IL CASTELLO” (1977 – 1978)
“puru la morti la rimanda a crai”

(SIERDA)
“ca tici tantu senza ‘ddica niente”

(MAMMATA)
“INCONTRO” (1988)
“nu velu biancu, neru ti cinica”

(LA VINDIOLA)
“l’urtama farsa la scta vivi iddu”

(TIATRU COMUNALI)

Da notare, ne “LA VINDIOLA2, COME, IN UN SOLO VERSO, Bardicchia abbia saputo costruire, con effetti non solo cromatici, la “la callida junctura” tra «biancu» e «neru», ma anche, nel complesso, un’ottima figura chiastica, a conferma del sicuro possesso, che Egli aveva, dei “fondamentali” del sonetto, in particolare. Certo, la cospicua, successiva produzione, potè nuocere all’efficacia lirico-descrittiva e, con l’andar del tempo, anche per l’avvento di occasionali momenti di “vis polemica”, il sonetto perde in efficacia complessiva: complice, anche, l’uso sempre più frequente di “parole-zeppa”, ossessionato, com’Egli era, dall’effetto della rima. Ma era anche, l’effetto di una “stanchezza” più complessiva, preannunciata in “CUNCHIUTIMIENTU (1985)” e sanzionata in “ECCU MISCIAGNI TUA” (Gennaio 1991), dove, un foglietto manoscritto inserito  subito dopo la copertina, si annunciava la fine delle pubblicazioni e un ideale passaggio di testimone “a chi vorrà interessarsene” (delle altre raccolte inedite già ordinate). Ne conosciamo i titoli, perché da Lui anticipati in “CUNCHIUTIMIENTU” :sette in vernacolo e due in lingua). Alla Sua morte, fu istituita una Commissione di studio per la pubblicazione graduale di tutti gli inediti, e, a breve dovrebbe uscire il primo volume. Questo lavoro, il primo, è da tempo terminato, e, quindi, non sarebbe mai troppo … presto. In conclusione, vorremmo ricordarLo con “NOVEMBRI” (dalla collana “Li Misi”) composta, come si vede, nel 1974, nell’età felice della prima raccolta a stampa (FARFUGGHI), delle prime radio “libere” e, soprattutto, della prima e più efficacia Sua musa.


CICCIO BARDICCHIA
a 10 anni dalla morte
(nel 90° anniversario della sua nascita)

   di
Augusto Bardicchia


Sono 10 anni, ormai, che Ciccio Bardicchia, non declama più versi in vernacolo alla sua e per la sua amata Mesagne, anche se in tutto questo tempo l’eco della sua voce inconfondibile ritorna nei nostri cuori, forse un po’ più flebile, ma comunque presente. E’ inutile dire che io come figlio, sicuramente più di altri, sento più che mai il peso della sua dipartita, ed in tutti questi anni ho sempre cercato di ripensare al suo vissuto, non solo come padre ma anche , e forse principalmente, come uomo e come poeta. Compito non facile, come non facile è stata la sua vita. Ripensare a mio padre, sicuramente è un impegno da portare avanti con perseveranza, dato che più scavo nella sua esistenza più mi accorgo che di lui conoscevo solo una parte, forse preponderante, ma sicuramente non sufficiente a farmi affermare che per me fosse un libro aperto. Tutto questo  mi porta a  riflettere criticamente anche sui rapporti che hanno caratterizzato la sua e la mia esistenza in quegli anni,  in seno alla nostra famiglia, e sicuramente ciò  mi aiuta a conoscere meglio anche me stesso. In tale ottica trovo oltremodo stimolante questo mio impegno introspettivo,  non solo perché mi permette di valutare con maggiore distacco vicende e momenti della nostra vita  in modo più obiettivo, ma mi offre anche la possibilità di porgere a quanti lo conobbero e lo apprezzarono, come poeta, un contributo di arricchimento. Se è vero che Mesagne riconosce in lui un’identità artistica impregnata di “mesagnesità”, io come figlio sento il peso di quest’eredità da difendere e da coltivare nel tessuto sociale che lo ha visto crescere e morire, specialmente presso le giovani generazioni che non lo hanno conosciuto.

Ciccio Bardicchia è da sempre identificato come il poeta mesagnese capace di  guardare alle vicende umane in modo particolarissimo filtrandole con quella vena di sottile ironia con cui addolciva anche le verità più amare. Attraverso la sua sterminata produzione ha delineato una identità letteraria intimamente legata a questa sua terra. E’ vissuto sempre lì, nel cuore della sua vecchia Mesagne: Piazza Vecchia e Mercato Coperto. Era lì che  riusciva a captare, con le sue sensibilissime antenne di artista vero gli umori, i profumi, i sentimenti di quelle esistenze semplici e complesse nello stesso tempo, ma incomparabilmente piene di umanità. Era questo l’humus che ha sempre nutrito la sua vena poetica “popolare”, intendendo questo termine nel suo significato più nobile. La poesia in vernacolo di mio padre, però, deve essere soppesata  non solo valutandone i contenuti, ma anche la qualità poetica del suo verso, la sua purezza stilistica , nonché il rispetto dei canoni della metrica. Il suo verso è stato sempre fluido e ricco lessicalmente, piacevole e musicale, poichè per lui un componimento poetico doveva essere sempre intriso di armonia interiore e di musicalità, e per raggiungere la “sua” perfezione ritornava a limare fino all’ossessione i suoi versi. Ogni sua produzione era il frutto di una ricerca maniacale, come si evince dai suoi manoscritti dove si notano le innumerevoli correzioni successive alla prima stesura. Tale lavoro poteva essere  possibile solo se nel suo retroterra culturale ci fosse stata una ricchezza lessicale ed una solida base sintattica e linguistica e, considerato che mio padre era in possesso solo della licenza di quinta elementare, viene da chiedersi  come fosse possibile ciò. D’altra parte non è che ogni tanto non scivolasse in qualche “licenza poetica” di natura grammaticale e qualche volta sintattica, ma è proprio questo suo continuo anelare alla perfezione, mai pienamente raggiunta, che ci fa comprendere quanto lungo e faticoso sia stato il suo percorso artistico.

Per tutta la vita ha avuto voglia d’imparare; era un instancabile lettore di romanzi gialli e non solo, in tal modo l’ortografia, la grammatica e la sintassi le apprendeva sul campo,dalla lingua viva di tanti autori dei quali aveva imparato ad apprezzare le sfumature letterarie e i diversi stili espressivi. Uno come lui, poi, non poteva non amare la poesia: i più importanti poeti gli erano familiari. Io stesso ricordo a memoria brani della Divina Commedia solo perché rimanevo affascinato dall’espressività che sapeva esternare quando ne recitava i versi a pranzo. Il Conte Ugolino, io bambino, mi sembrava di vederlo di persona mentre azzannava il cranio dell’Arcivescovo Ruggieri. Prediligeva Guido Gozzano, tanto che, spesso, nella sua stessa poesia riecheggia qualche eco di quei versi così dolci e crepuscolari. Insomma mio padre si è fatto così, tutto da solo. La molla però che costantemente ha alimentato la sua sete di sapere e di imparare, è stato il suo insopprimibile bisogno di scrivere versi. Poeti si nasce, l’arte in qualunque forma espressiva non s’impara, nasce con noi, si può certamente affinare, ma il vero poeta, secondo me fa versi anche quando pensa ed affronta i problemi di ogni giorno. Le sue più belle liriche sono nate sulla carta in cui avvolgeva il baccalà, nei momenti in cui era intento alla vendita al dettaglio, da ambulante, sotto la pensilina del Mercato Coperto, che ora non esiste più. C’è un aspetto della sua storia artistica però che quasi nessuno conosce e che io in questo mio scritto intendo mettere in luce, che rappresenta un po’ l’altra faccia di una stessa medaglia. Fino ad ora di Francesco Bardicchia si è sempre apprezzata la sua poesia in vernacolo, ma lui in vernacolo ha prodotto in modo massiccio solo dal ’75, o quanto meno da quel momento ha prodotto quasi SOLO in vernacolo. E prima cosa ha scritto? Possibile che della sua poesia si conosca solo ciò che ha scritto dai sessant’anni e passa ?  

La verità è che mio padre, fin da quando ha saputo tenere la penna in mano ha prodotto versi e la maggior parte della sua produzione precedente quell’anno è in lingua, inframmezzata anche da  non pochi componimenti in vernacolo. La sua però è stata sempre una produzione che potremmo definire “speciale” perché appartenente ad un genere molto particolare e poco conosciuto, almeno a quei livelli. Mio padre è stato per decenni un cultore dell’enigmistica, e da vero amante del genere non disdegnava le riviste di grande tiratura perché i suoi primi lavori hanno trovato ospitalità proprio sulle pagine della Settimana Enigmistica  e pertanto per questo periodico nutriva una particolare predilezione. Io però intendo precisare e portare alla conoscenza di tutti che l’enigmistica da lui prodotta apparteneva ad un diverso livello rispetto a quello comunemente inteso. Esisteva allora (mi riferisco agli anni ’30-’40) un gruppo ristretto di cultori del genere che su tutto il territorio nazionale non superava le duecento unità. Essi mantenevano assidui contatti pubblicando i propri lavori su riviste di limitatissima tiratura ( Penombra, La Sfinge, Il labirinto, La Corte di Salomone, Fiamma Perenne e qualche altra ancora di cui ora mi sfugge il titolo). Costoro erano persone specialissime che si cimentavano nella produzione e nella soluzione di giochi espressi in forma poetica o sotto forma di enunciati brevissimi, che per difficoltà erano alla portata solo delle loro eccezionali capacità intuitive e culturali. Ecco cosa ha fatto mio padre fino ai sessantadue anni. Produceva giochi in forma poetica e risolveva poi quelli degli altri. Lo accompagnava in questa sua passione un altro valentissimo ed inseparabile amico, il dott. Angelo Ribezzi di Latiano, con il quale per ben quarant’anni ogni domenica si incontrava a casa mia per trascorrere, in questo specialissimo e silenziosissimo modo, alcune ore. Mio padre cessò di fare enigmistica nell’anno in cui questo carissimo amico lasciò la scena terrena. Per lui fu un colpo tremendo dal quale non si riebbe mai completamente e fu allora che decise di smettere. Dalle ceneri del poeta enigmista nacque, dopo poco, il poeta del vernacolo che tutti conoscono. Fare enigmistica richiede il possesso di doti artistiche spiccate e solide, dato che comporre un lavoro implica fondere insieme alle finezze propriamente poetiche anche un rigore assoluto nella ricerca dei termini che si prestano ai doppi sensi.  In appendice a tale mio scritto presenterò alcuni suoi lavori che daranno la possibilità di chiarire meglio quanto io sto cercando di dire. Posso certamente affermare che questo suo hobby  era una vera disciplina che richiedeva il rispetto di ferrei limiti e dure regole e mio padre in questo era un maestro.

Chiedo scusa ai lettori se in questo mio scritto mi sono lasciato un po’ prendere la mano, un figlio non potrà mai essere un buon critico quando scrive del padre. Ho cercato di essere il più possibilmente freddo e controllato, ma forse con scarsi risultati. Gli anni che passano sono il filtro migliore per assegnare il giusto valore a ciò che ognuno di noi ha compiuto durante la propria vita. Mesagne però, nella persona di chi ne tutela i destini,  ha il dovere morale di tutelare la memoria di questo poeta, dato che poco dopo la sua sepoltura  terrena fu chiesto alla famiglia di donare  alla Biblioteca Comunale, cuore culturale della città,  i manoscritti in suo possesso, con la promessa di una rivisitazione critica di tutta la sua opera, per una futura pubblicazione dell’OPERA OMNIA a cura del Comune. A dieci anni dalla sua morte tutto tace. Mi auguro che questo silenzio sia di  meditazione sul da farsi e non foriero di brutti presagi. Quanto meno Ciccio Bardicchia merita di essere ricordato, non solo da chi gli è stato vicino per tutta la vita.


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