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Don Josè Borges


 

Don José Borges,
Generale catalano e brigante borbonico

di Valentino Romano

Nel febbraio del 1861, con la capitolazione di Gaeta, ultima roccaforte borbonica, il Regno delle Due Sicilie cessa – di fatto – di esistere. Francesco II ripara a Roma, ospite degli ambienti pontifici a lui non ostili. La condizione di esilio, la solidarietà di numerose dinastie europee e le notizie, spesso ingigantite, delle difficoltà che il nuovo stato italiano incontra per radicarsi nel territorio, lo spingono a coltivare la speranza di un sollecito ritorno sul trono.In più egli è convinto dell’appoggio del suo popolo e delle simpatie legittimiste della Curia romana. Dal canto suo la corte del re, presieduta da Pietro Ulloa, si adopera per arruolare volontari italiani e stranieri da inviare nell’ex regno nel tentativo di sollevare le popolazioni tuttora fedeli al sovrano deposto. I piani di riscossa, in gran parte fantasiosi ed inattuabili, si susseguono in un crescendo impressionante di pressappochismo e di velleitarismo. Comitati filoborbonici sorgono ovunque nei territori occupati dai piemontesi, a Napoli come nei centri minori. A questi se ne aggiungono altri a Roma, Marsiglia, Malta, Barcellona e in varie altre capitali europee. La reazione tesse nelle Due Sicilie una fitta rete di fiancheggiatori reclutati nel clero, tra i funzionari della passata burocrazia e tra i proprietari terrieri, nobili e “galantuomini” del regno: si stabiliscono contatti con le aggregazioni di sbandati del disciolto esercito, evasi dalle carceri e malfattori comuni che scorrono la campagna sfuggendo quasi sempre alle forze regolari dell’esercito piemontese. A Roma il Quirinale, dimora di Francesco II, diventa il crocevia di legittimisti, idealisti, avventurieri e mercenari di tutta Europa.

 

Gli uomini del sovrano temporeggiano - indecisi e tra loro divisi da piccole invidie e gelosie - incapaci ora di progettare un efficace piano controrivoluzionario e di centralizzare tutte le operazioni, così come prima si sono dimostrati incapaci di organizzare una valida difesa del regno. In questo contesto Francesco deve ammettere che un serio tentativo di riconquista del regno può concretizzarsi solo attraverso un’iniziativa isolata, capace di coinvolgere le popolazioni: il suo pensiero corre al Cardinale Ruffo; è certo di ripetere i successi dell’armata della Santa Fede; è necessario – come nel 1799 – un uomo fidato, dal forte carisma, un trascinatore di consensi, un abile stratega, un condottiero infine. Alcuni dei pochi uomini a lui veramente fedeli come Salvador Bermudéz de Castro (già ministro di Spagna a Napoli fin dal 1853 e suo personale amico) gli hanno segnalato la disponibilità di gruppi di esuli carlisti in Europa e – fra tutte – quella di un valoroso cabecilla catalano, distintosi per lealtà ed ardimento, nelle guerre civili spagnole: il generale José Borges, che freme dalla voglia di porsi al suo servizio. La decisione è finalmente presa e a Borges viene quindi affidato il comando di una spedizione che si rivelerà poi impossibile.

José Borges, generale delle forze carliste in Spagna, nasce nel villaggio di Vernet, nella Catalogna occidentale nel 1813. E’ figlio di un ufficiale spagnolo, Antonio Borges fucilato a Cervera nel 1836, durante la guerra civile. Studia cultura umanistica ed è appassionato lettore dei Commentari di Cesare. A diciassette anni è ammesso nell’Accademia per sottufficiali a Lerida e nel 1833 scoppiata la guerra civile si arruola col fratello Miguel come soldato semplice, distinguendosi per acume e coraggio tanto da essere nominato capitano. José Borges, che dedica allo studio delle strategie militari perfino le poche ore di riposo, avanza progressivamente di grado fino a diventare nel 1835 “Primo Comandante Capo” di un battaglione, il “7° Borges di Catalogna”, composto da volontari catalani.  Le battaglie di Barbastro e Giusona gli meritano – davanti a tutte le truppe - l’elogio del comandante in capo delle forze carliste, il principe don Sébastien. Nel 1838, a soli venticinque anni, Borges è alla testa della 2ª Brigata della 1ª divisione. L’impresa carlista volge al termine, l’armata legittimista è allo sbando: nel mese di giugno Borges ripara in Francia: internato a Bourg en Bresse, per un anno viene aiutato dal governo francese. Successivamente, privato del sostegno francese, rifiuta di sottomettersi alla regina Isabella e sopravvive esercitando i mestieri più umili. Trova infatti lavoro in una rilegatoria di Bourg dove vive miseramente per sei anni.

 

Finché non si ripresenta la possibilità di un secondo tentativo insurrezionale e Borges si arruola nuovamente. Ma le sorti di questa seconda avventura carlista sono segnate. Un ultimo sfortunato scontro sul Ter costringe i carlisti a ritirarsi. Nuovamente Borges ripara in Francia e per sopravvivere, si arrangia come può rilegando libri e, stando a quanto affermano alcuni commentatori, si dedica a scrivere dell’arte militare. E’ in questo periodo che si reca a Napoli, in occasione del matrimonio di una sorella di re Ferdinando II con Carlo VI Conte di Montemolin, e vi soggiorna per sette mesi. Nel 1858 cerca, con magri risultati, di dedicarsi al commercio di vini. Nel 1860 si reca a Roma con una lettera di presentazione di alcuni legittimisti per proporre la formazione di un corpo di carlisti da aggregare all’esercito pontificio. La proposta però, vista la delicata situazione internazionale, non è accettata dalle autorità pontificie, preoccupate di non compromettere ulteriormente i rapporti con il governo spagnolo. Il generale è costretto allora a tornare in Francia. Qui, con l’intermediazione di Bermudez Castro, conosce il principe di Scilla che lo arruola alla causa borbonica. Nell’inverno del 1860-61 compie azioni di intelligence a Messina e – probabilmente - in Calabria per conto del generale Clary, capo dei comitati borbonici a Roma. Convintosi della bontà dell’iniziativa, cerca di mettersi in contatto diretto con Re Francesco II. Alla fine di gennaio Clary scrive a Borges confermandogli l’affidamento dell’impresa.
Dal canto suo Borges, sempre più entusiasta, rassicura i borbonici – scrivendo, probabilmente, a Scilla - circa la fattibilità dell’azione militare. Da Messina Borges passa a Roma, per definire i dettagli dell’impresa e si mantiene in contatto epistolare con il Principe di Scilla. Tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate Borges viene ufficialmente nominato maresciallo di campo con un rescritto reale del 28 settembre 61 che conferma il precedente decreto sovrano del 5 febbraio. Borges si adopera per reclutare altri spagnoli e per raccogliere i fondi necessari ai preparativi dell’impresa. Scilla gli fa avere un primo contributo di venticinquemila lire. Delle spese sostenute il generale conserverà successivamente traccia, seppur confusa, nei suoi diari. A Borges viene subdolamente assicurato che dovrà porsi a capo di un corpo regolare per una regolare spedizione militare. La conferma indiretta di questa tesi viene dalle testimonianze di due ex ufficiali borbonici, Achille Caracciolo e Giuseppe Coriba, aggregatisi a lui a Malta.Una volta catturato, Achille Caracciolo, già primo tenente nell’esercito borbonico, nel suo interrogatorio del 15 ottobre 1861 dichiarerà di aver avuto l’ordine dal generale Clary di recarsi in Malta e di mettersi a disposizione del generale Borges.Le istruzioni, dettagliate e puntuali, prevedono il ripristino delle autorità borboniche nei territori liberati, il richiamo alle armi di ex soldati napoleonici (ma non degli ufficiali) e la conseguente ristrutturazione dell’esercito. Per fare ciò Borges potrà prelevare i fondi necessari dalle casse pubbliche, attingere ai “fondi morali” ed alle risorse economiche dei possidenti liberali: egli dovrà ricostituire i poteri civili con l’insediamento di nuove autorità nei Comuni, nei tribunali ed in ogni altra organizzazione pubblica.

 

A luglio Borges si reca a Marsiglia per gli ultimi preparativi mentre Bermúdez cerca di arruolare - con la connivenza di ambienti governativi spagnoli – volontari carlisti per la creazione di una consistente forza di sbarco. Borges raggiunge Malta, sperando di radunare i fuoriusciti politici che vi si sono rifugiati e i volontari che - a dire dei comitati filoborbonici - sono in sua attesa: qui trova invece una totale mancanza di organizzazione e tocca con mano le beghe e i contrasti che, analogamente a quanto avviene a Roma nella corte borbonica, dividono i comitati legittimisti. Indeciso sul da farsi, chiede istruzioni e minaccia di tornarsene a casa. Clary lo rassicura inviandogli un breve messaggio. Ad aggravare la già compromessa situazione interviene per giunta un altro elemento determinante: viene a mancare il fattore sorpresa; la sua presenza a Malta infatti non passa inosservata agli agenti presenti nell’isola che allertano le autorità italiane. Addirittura, fin dai primi giorni di agosto. Adolfo Castellinard, console italiano a Marsiglia, aveva informato il suo governo della possibilità di un tentativo reazionario ad opera di un gruppo di individui che da Marsiglia si apprestavano a raggiungere Malta: la notizia viene perfino riportata da alcuni giornali.  Borges si rende ormai conto di essere stato mandato allo sbaraglio, ma è troppo tardi per tirarsi indietro e sceglie comunque di andare incontro al proprio destino. L’11 settembre , organizzata alla meno peggio la spedizione e fattosi precedere da un carico di munizioni, s’imbarca per raggiungere, con appena una ventina di uomini, la Calabria: nella notte del 13 settembre sbarca fra Bruzzano e Brancaleone.

 

Il governo italiano tenta – peraltro vanamente – di contrastare lo sbarco, inviando dalla Sicilia un vapore da guerra e due compagnie di bersaglieri nella zona dello sbarco. Della spedizione fanno anche parte due napoletani, il già ricordato Caracciolo e un certo Marra: due figure ambigue che, secondo Pietro Calà Ulloa ed altri, sarebbero stati delle spie. La scelta dei tempi e del luogo dello sbarco si rivelano del tutto errati. L’approssimarsi del periodo invernale infatti riduce abitualmente gli organici delle bande; la Calabria poi è nella morsa della repressione sabauda. La repressione ha fatto già scemare la rivolta contadina in molte province e particolarmente nella Calabria i moti di luglio e agosto sono stati stroncati nel sangue. Dalla spiaggia di Brancaleone, dopo una notte all’addiaccio, Borges e i suoi ufficiali entrano nel paesino di Precacore vicino a Gerace, riuscendo ad entusiasmare gli abitanti e a far innalzare le insegne borboniche; dopo aver arruolato- grazie alla collaborazione del parroco - una ventina di uomini, si dirigono verso Caraffa. Qui avviene il primo scontro a fuoco che determina la subitanea diserzione delle reclute calabresi e fa toccare con mano a Borges la totale estraneità della popolazione al suo progetto politico-militare e la sua assoluta velleità. Dal monastero del Crocefisso a Bianco, dopo alcuni contatti con i notabili filoborbonici di Natile, raggiunge Cirella.

 

Inseguito dall’esercito e dalle guardie nazionali, in un territorio a lui del tutto sconosciuto, è accolto dalla diffidenza contadina e dalla dichiarata ostilità dei proprietari liberali. Borges si muove a fatica ma, nonostante tutto , grazie all’intervento del notaio Sculli di Natile, riesce ad entrare in contatto con il brigante Mittica che capeggia una grossa banda: insieme tentano di conquistare Platì. La città, il cui contingente militare è stato appena rinforzato, però resiste senza subire troppi danni. Infatti il generale piemontese Gori, avuta notizia dello sbarco di Borges, immediatamente ha sguinzagliato sulle sue tracce due compagnie del 31° reggimento di fanteria ed ha allertato le guarnigioni locali. Il 19 settembre la sconfitta induce Mittica - che poi sarà catturato ed ucciso - ad abbandonare Borges. Solo grazie all’aiuto d’un inviato del Principe di Bisignano, Borges riesce a sfuggire all’arresto, ripara verso la marina di Gerace e da lì – attraverso la Sila – si dirige verso la Basilicata con una marcia forzata che ne dimostra tutto l’ardimento ed il grado di preparazione militare. Il 23 sfugge ad un’imboscata di un centinaio di garibaldini e si dirige nei pressi di Carillona. Il 26 è al Ponte della Valle ed è costretto ad invertire la marcia per non incappare nella morsa dell’esercito e della Guardia Nazionale Mobile che tentano di accerchiarlo. Il 27 settembre fugge verso Gallopane.

 

Gli giunge notizia che da Cosenza incombono altre truppe inviate a dargli la caccia: gli uomini che dovrebbero ingrossare le sue file, i partigiani della sommossa di marzo 1861 sono tutti al sicuro nelle carceri. Borges è costretto, suo malgrado, ad arrendersi all’evidenza: Clary e Vial lo hanno mandato allo sbaraglio. Nessuna delle loro promesse si è concretizzata: uomini, armi, denaro, appoggio delle numerose bande realiste. Nulla! E’ solo, con i suoi uomini, in un paese straniero, alla mercé di tutti, perfino affamato. L’8 ottobre è nei dintorni di Rossano, sul monte Farneto: aspetta invano che truppe ed i rifornimenti che il generale Clary gli ha impudentemente garantito per il 3 dello stesso mese. Dopo numerosi tentativi, Borges riesce finalmente a collegarsi con le forze filoborboniche operanti in Basilicata: con la mediazione del brigante Serravalle stabilisce un contatto con Carmine Crocco Donatelli, capo indiscusso della rivolta contadina. Il 22 ottobre i due sono finalmente di fronte. Nelle sue memorie Crocco ne fa un rapido cenno: « vivevo aggredendo, taglieggiando, uccidendo di tanto in tanto, quando da un pastore di Tricarico ricevetti un biglietto del brigante Serravalle in cui mi si chiedeva appuntamento nella masseria Carriera. Fu qui che nell’ottobre 1861, ch’io conobbi il Borjes generale spagnuolo venuto per ordine di Francesco II a tentare di sollevare i popoli delle due Sicilie ».

 

Non si tratta certamente di un incontro facile. A sua volta Borges ne da notizia nel suo diario: « 22 ottobre. Sei ore del mattino. Il capo della banda è giunto questa notte, ma io non l’ho veduto. Egli è andato a dormire con una sua concubina, che egli tiene in uno de’boschi vicini, con grande scandalo di alcuni. Otto ore e mezzo. Il capo della banda giunge: gli faccio vedere le mie istruzioni, ed egli cerca di esimersi con falsi pretesti. Temo di non poterne trarre partito; tuttavia io non ho perduto ogni speranza: mi dice che dobbiamo attendere l’arrivo di un generale francese, che è a Potenza e che giungerà domani sera, e da lui sentiremo ciò che dice, prima di decidere qualche cosa di definitivo [...] ho dimenticato di dire che gli ho proposto di prendere 500 uomini d’ infanteria e 100 cavalli, assicurandolo che con questa forza mi sento capace di tener la campagna: mi rispose che i fucili da caccia sono inutili per presentarsi in faccia al nemico; io combatterò quest’obiezione senza frutto ». Tra i due è subito reciproca e totale incomprensione. E’ lo stesso Crocco che poi rivelerà nelle memorie i motivi della sua riluttanza: « quell’uomo forestiero che veniva da noi per arruolare proseliti e reclamare in conseguenza l’ausilio della mia banda, destò sin dal primo momento nell’animo mio una forte antipatia poiché compresi subito che a petto suo dovevo spogliarmi del grado di generale comandante la mia banda, per indossare quello di sottoposto ». Raggiungono tuttavia un compromesso e l’azione insurrezionale viene ripresa. Comincia, lungo i costoni del massiccio del Vulture una tra le più “memorabili scorrerie del brigantaggio post-unitario”. Si consideri, ad esempio, il tentativo di ristabilire un minimo di regole di guerra nella lettera che egli invia – a fine ottobre – al Comandante le truppe piemontesi.

 

Borges non riesce comunque ad ottenere il comando effettivo degli uomini. Nonostante i suoi sforzi la scorreria non si tramuterà mai in una “regolare” campagna militare. Almeno in questo Crocco concorda con lo spagnolo, ma ne attribuisce a lui solamente le principali responsabilità Il 25 ottobre nel bosco di Lagopesole, in località “Le nocelle”, un distaccamento di bersaglieri e cavalleggeri ingaggia un conflitto con i briganti, provocando secondo Borges « gravi perdite ». Crocco, sempre secondo il Borges, è impegnato su ben altri fronti: attraverso la sua fitta rete di manutengoli e doppiogiochisti tratta in segreto la resa, chiedendone in cambio amnistia per se e per i suoi uomini. Il padre del brigante gli avrebbe consegnato una lettera del generale Della Chiesa in cui Crocco è esortato a consegnarsi. Con la solita baldanza, che forse gli deriva da un’acuta conoscenza dell’animo umano, Crocco pare abbia risposto invitando Della Chiesa a passare dalla sua parte. Il generale porrebbe come condizione per la consegna dell’intero territorio della provincia la concessione di un vitalizio e della somma di sei mila ducati.  Da Lagopesole, « di boscaglia in boscaglia con marce forzate eseguite quasi sempre di notte per strade mulattiere e sentieri quasi impraticabili », i briganti raggiungono le sponde del Basento, aumentando progressivamente di numero. Il 3 novembre Borges e Crocco raggiungono Trivigno: dopo uno scontro a fuoco riescono ad impadronirsi della città.  I loro uomini si abbandonano ad ogni sorta di efferatezza. Borges ne è profondamente scosso e ne attribuisce la colpa a Crocco ed ai suoi gregari, intanto vengono saccheggiati e dati alle fiamme la Pretura, la Ricevitoria del Registro, e il Municipio. Analoga sorte subiscono numerose abitazioni private e i proprietari. Crocco - interrogato nel carcere di Avellino – sostiene che « il comando supremo della reazione di Trivigno era tenuto dal generale Borjes.

 

Il 5 novembre viene occupata Calciano « senza colpo ferire ». Anche in questo piccolo centro non mancano saccheggi e brutalità: « è stato saccheggiato tutto, senza distinzione a realisti o a liberali in un modo orribile; è stata anche assassinata una donna, e, a quanto mi dicono, tre o quattro contadini ». Lo stesso giorno la comitiva si dirige su Gagaruso: le si fa incontro il curato che, con il Crocifisso in mano implora pietà; il paese è risparmiato. Il giorno appresso è la volta di Calandra che oppone una strenua resistenza. L’8 Crocco e Borges sono a Craco: anche va loro incontro una « processione di donne e fanciulli con a capo il curato ». Ciò nonostante « avvennero non pochi disordini». Il 9 novembre è la volta di Aliano. I notabili sono fuggiti tutti, riparando verso Corleto e Stigliano e lasciando il paese in balia dei contadini. I briganti, accolti, al grido di “Viva Francesco II, si insediano nei palazzi incustoditi e vi trascorrono la notte in baldorie e ruberie: « sarebbe cosa da recar sorpresa, se il capo della banda e i suoi satelliti non fossero i primi ladri che io abbia mai conosciuto » è l’amaro commento di Borges. Il mattino successivo, nella piana dell’Acinella, viene avvistata una ingente forza nemica e ci si prepara alla battaglia che segnerà alla fine una delle più importanti vittorie dei rivoltosi: due battaglioni del 62° Reggimento di Fanteria dell’esercito piemontese, in tutto 600 uomini, vengono travolti dalla cavalleria di uno dei luogotenenti di Crocco, Ninco Nanco. Il 12 e il 13 novembre i due riprendono la marcia ed occupano Stigliano, Cirigliano, Gorgoglione, Accettura, Oliveto e Gagaruso, dove pernottano.

 

Il 14 sono a Grassano, accolti dalla popolazione festante, e, successivamente, occupano facilmente S. Chirico.Da qui si dirigono a Vaglio e si acquartierano nelle vicinanze. Il mattino del 16 viene sferrato l’attacco: Vaglio resiste strenuamente: Borges fraziona le bande e fa attaccare il paese da quattro diversi lati, sottraendo agli abitanti ogni possibile via di fuga. Il paese è occupato e messo a fuoco. I briganti si abbandonano a massacri e incendi. Viene attaccato, senza successo, anche il convento. Compiuto il saccheggio la comitiva pensa di occupare Potenza. E’ opinione di Crocco che al loro solo avvicinarsi « si avrà un’insurrezione generale ». I comitati borbonici sembrano aver predisposto ogni cosa: segretamente sono state fatte affluire armi, munizioni e denaro. Ma qualcuno tradisce, avverte i soldati piemontesi, indica dove sono nascoste le armi e fa catturare i capi locali della rivolta. Il progetto, quindi, fallisce . Crocco ammette la delusione e si ritira « colla coda fra le gambe come cane scornato». Borges e Crocco ripiegano allora su Pietragalla, dove arrivano al tramonto e vengono accolti a fucilate. Gli abitanti, asserragliati nel castello, resistono per tutta la notte ed il giorno successivo, mentre la comitiva saccheggia il paese. Le fiamme divampano quando giunge notizia dell’arrivo di militi della vicina Aderenza e i briganti desistono dall’impresa.

 

Pietragalla (16 novembre) La difesa delle poche guardie nazionali contro un nemico assai superiore di numero ed uso al combattimento è veramente eroica. La diffidenza e la diversità di vedute tra Crocco e Borges si evidenziano. Il dissidio tra i due capibanda è ormai insanabile. Crocco decide d'attaccare Avigliano (19 novembre). Borges non è d’accordo e obietta che la Gguardia Nazionale di quel paese, che conta almeno 18.000 anime, è preponderante per numero ed armi. Crocco finge d'assecondare lo spagnolo e di condurlo ad un incontro con un misterioso personaggio, del quale Borges omette il nome. In realtà, come lo spagnolo scoprirà subito, si dirige proprio verso Avigliano. Nel tardo pomeriggio le bande brigantesche, forti di circa 1400 unità e dell’appoggio dei contadini che si trovavano nei villaggi vicini e nelle campagne, attaccano Avigliano. I fatti danno ragione a Borges: la Guardia Nazionale difende valorosamente il paese insieme ai contadini, agli artigiani e ai possidenti. Sul far della notte, dopo due ore di combattimento, Borges « fa suonare a raccolta e si ritira” ». L’incolpevole spagnolo viene esautorato anche dalla parvenza di comando che aveva ed il suo posto è preso da Langlois. Il 22 novembre si attacca Bella, Dopo una notte di violenze, i briganti desistono dall’impresa, lasciandosi dietro una lunga scia di distruzioni.

 

Da Bella i briganti raggiungono Balvano e il 24 novembre è la volta di Ricigliano, che accoglie Crocco e Borges con ramoscelli d’ulivo. Ma questo gesto non serve a scongiurare le violenze e i disordini cui i briganti si abbandonano. Anche Pescopagano è occupato in parte e saccheggiato. L’esercito piemontese, però, ha iniziato un’operazione di accerchiamento. Crocco allora ordina di dividersi per raggiungere - a gruppi isolati - la foresta di Monticchio. Fin dal primo incontro il dissidio tra Borges e Crocco è apparso insanabile: lo spagnolo cerca d’imporre il suo comando, ligio alle disposizioni borboniche, ma Crocco non accetta. Un precario compromesso ha consentito ai due uomini di convivere alcune settimane: gli ufficiali spagnoli hanno preso solo apparentemente il comando delle bande, tentando di trasformarle in compagnie militari. A Crocco sono state riconosciute le funzioni di “generalissimo”. Lo scontro dei due uomini è lo scontro di due mondi opposti, di due diversi modi di valutare la situazione: Borges crede nella superiorità finale della sua preparazione militare: vuol condurre quella che considera una campagna in favore del legittimismo con onestà e coerenza; si oppone al saccheggio sistematico dei paesi, illudendosi - in attesa dei più volte promessi rinforzi borbonici - di poter trasformare una massa ingovernabile di gente senza futuro in un esercito organizzato, disciplinato e con un proprio codice d’onore. Crocco combatte invece una sua guerra personale, contro tutto e contro tutti: capisce che la posta politica è persa in partenza; la sua è lotta di classe, lotta contadina, condotta alla giornata; taglieggia – in quanto tali – tutti i proprietari terrieri, senza distinzione, anche quelli filoborbonici; consente il saccheggio, anche quando non ne è convinto perché sa che è l’unico mezzo per approvvigionare i suoi uomini e che esso costituisce, in uno con la consumazione di vendette personali, il solo collante di una massa di violenti, sbandati ed emarginati.

 

Borges predilige la battaglia aperta; vuole acquisire il controllo del territorio, conquistare le città più importanti (come Potenza) per cambiare forma di governo e riconsegnare il trono al deposto sovrano e vagheggia una insurrezione generale delle popolazioni. Crocco, al contrario, già battuto dai piemontesi in primavera, è consapevole della superiorità numerica e militare del nemico: attua alla perfezione la tattica del “mordi e fuggi” che oggi si definirebbe di guerriglia; conosce a menadito i luoghi in cui opera e di questa profonda conoscenza ne approfitta, utilizzando piccole bande mobili che colpiscono all’improvviso per poi ritirarsi in un baleno nei loro rifugi. Crocco utilizza l’ostilità dei contadini lucani verso i piemontesi ma intuisce che questa non potrà mai trasformarsi in rivolta duratura ed efficace. Il 25 novembre, nel bosco di Monticchio, si consuma il prologo della tragedia finale: le orde brigantesche, così come erano apparse, si dileguano. Borges è abbandonato, senza mezzi, al proprio destino
Da qui in avanti la lotta per la sopravvivenza sua e del manipolo di uomini rimastigli fedeli, non gli consente di continuare ad aggiornare il diario. Scarabocchia due sole laconiche e crudeli righe: « 29 novembre. Abbiamo marciato tutta la notte » e « 30 novembre. Abbiamo marciato tutta la notte e, vinti dalla fatica, facciamo alto ».

 

Lasciato solo e senza mezzi, in un paese straniero Borges cercherà di riparare nello stato pontificio.Da questo momento e fino alla sua cattura, non si hanno notizie sul percorso di Borges e del manipolo di spagnoli ed italiani che lo seguono. « Non ha più tempo di scrivere; la ritirata era un’impresa più difficile della restaurazione di Francesco II. Dinanzi a questa terribile avventura non indietreggia, ma è impossibile seguirlo; si perdono le tracce di lui, si ignora da quali luoghi sia passato, e non lo ritroviamo che in Terra di Lavoro, quasi alla frontiera ». Il 4 dicembre pare venga individuato sull’altopiano di Cinque Miglia, mentre è diretto verso Pescasseroli e poi su Avezzano. A due miglia dalla città devia per Cappelle e Scurgola: traversa quest’ultimo paese, passando – incolume – proprio davanti alla sede della Guardia Nazionale alle dieci di sera. Si avvicina, credendo d’essere ormai in salvo, a Tagliacozzo: é l’ultimo avamposto italiano; mancano appena quattro miglia al confine con lo Stato pontificio. Borges, con gli ufficiali spagnoli è a cavallo: una decina di italiani sono invece appiedati e, perciò, stremati. Il generale, per non abbandonarli, decide una breve sosta per far riposare gli uomini più stanchi e si ferma in località La Luppa alla cascina Mastroddi.  Pagherà con la vita quest’ultimo atto di generosità.

 

All’alba dell’8 dicembre, il Franchini, comandante di un battaglione di bersaglieri, con l’ausilio delle Guardie Nazionali di Sante Marie, seguendo le tracce lasciate sulla neve fresca, giunge nei pressi della cascina e ne scorge a guardia alcuni uomini armati. Il rifugio è circondato: tra gli assedianti e gli occupanti si ingaggia uno scambio di fucilate. Poiché questi ultimi rifiutano di arrendersi, Franchini ordina che sia appiccato il fuoco ai piani inferiori dell’edificio. Circondato, Borges si arrende, non prima però di aver ottenuto la promessa della salvezza della sua vita e di quella dei i suoi. Idealista fino alla fine, si congratula dell’altrui valore dicendo rassegnato al nemico piemontese: « J’allais dire au roi François II qu’il n’y a que des misérables et des scélérats pour le défendre, que Crocco est un sacripant et Langlais un brute… ». Da ufficiale - porge la sua spada all’ufficiale vincitore. Ma questi la rifiuta, considerandolo solo un brigante. I prigionieri sono portati a Tagliacozzo e, sul far della sera dell’otto, frettolosamente fucilati, dopo essersi rifiutati di fornire notizie e fare i nomi di chi li aveva aiutati. Prima dell’esecuzione della sentenza uno dei condannati chiede un foglio e scrive, a nome di tutti: « Siamo rassegnati ad essere fucilati; ci ritroveremo nella valle di Giosafat; pregate per noi ». Ricevono tutti la confessione, si abbracciano, si s’inginocchiano ed una scarica di moschetto interrompe l’ultima litania spagnola recitata da Borges e da tutti gli altri.

 

L’esecuzione, pur inserita in un più generale e sistematico quadro di ricorso alla pena di morte per reprimere il brigantaggio, deve suscitare reazioni e condanna anche in Parlamento se Giuseppe Massari successivamente avverte il bisogno di darle una parvenza di giustificazione: « né dall’abuso delle fucilazioni si può inferire la loro assoluta inefficacia, e perché mal si corregge un eccesso appigliandosi all’eccesso opposto, e perché l’asserzione di quell’abuso e di quell’efficacia è insussistente. Se i briganti fossero stati immuni dalla pena di morte il loro numero sarebbe a quest’ora non di poco accresciuto; se Borjes e Trazégnies non fossero stati fucilati le irruzioni di bande dalla frontiera pontificia, gli sbarchi d’avventurieri di tutte le parti del globo si sarebbero moltiplicati oltre ogni credere. La sicurezza dello Stato meglio tutelata, le numerose vittime risparmiate attestano che la severa punizione di pochi fù pietà a molti ed alla patria, come crudele a molti e alla patria sarebbe stata la pietà usata a pochi ». Lo stesso La Marmora, il 15 dicembre - scrivendo a Ricasoli - afferma: « deploro la sua fine tristissima, ma come mai un galantuomo si può dimenticare a segno di collegarsi coi briganti i più scellerati che si trovino in questi paesi? I generali borbonici che stanno a Roma fanno una bella figura mandando gli spagnoli a farsi fucilare mentre loro non osano avventurarsi ».

 

Ed anche di fronte alla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul Brigantaggio dirà in seguito: « la sicurezza delle frontiere pontificie è dovuta alla fucilazione di Borges e di Trazeigny…i tribunali non funzionando, la fucilazione nei casi di fragranza con le armi alla mano è una dolorosa necessità! ». Con Borges vengono fucilati i legittimisti spagnoli e gli italiani che lo avevano seguito e seppelliti in fretta in una fossa comune nei pressi del cortile della caserma della Guardia Nazionale. Per intercessione del principe di Scilla e del visconte di Saint Priest, il generale Lamarmora consente che la salma del generale spagnolo venga riesumata dal dott. Bernard, medico dell’ambasciata francese presso lo stato pontificio, e trasferita a Roma dove – nel febbraio del 1862, nella Chiesa del Gesù - vengono celebrate solenni esequie. Quale fu il giudizio sul Borges espresso dai giornali coevi? Quelli italiani, in maggioranza, inneggiano alla morte del “brigante” come alla definitiva sconfitta del brigantaggio.  Notevole risalto all’episodio attribuisce anche la stampa spagnola. Quella di parte legittimista, come “La Esperanza”, dapprima non da credito alla notizia, ritenendola un falso della propaganda piemontese: costretta ad accettare la realtà, si consola sostenendo che “el alma del héroe religioso-monarquico estarà ya entre las de los mártires de la fe y de la justicia….

 

La stampa di parte avversa, quella dichiaratamente liberale la commenta con soddisfazione. I giornali moderati come “La España” esprimono ammirazione per il coraggio, il valore e la lealtà di Borges, senza tuttavia schierarsi apertamente dalla sua parte. Il giornale di Borges - trovato addosso al generale, con altre carte, al momento della sua cattura è attualmente conservato in originale all’ASMEI ed in copia all’Archivio Ricasoli. Molto si è detto sugli scopi che Borges si prefigge con la stesura del diario. Certamente la sua prima intenzione è quella di rendere dettagliatamente conto ai Comitati borbonici e a Clary delle sue azioni. Ma la caduta delle illusioni lo spinge a scrivere che sarà il caso di mostrare il diario direttamente a Francesco II: ” …afin qu’il sache que je meurs sans regretter la vie que je pourrais avoir l’honneur de perdre en servant la lègitimité…”. Bettino Ricasoli, Presidente del Consiglio, è preoccupato per le negative ripercussioni estere della ferocia con cui si reprime il brigantaggio e deve necessariamente fare ricorso ad un’ampia offensiva diplomatica. L’occasione che gli si presenta è ghiotta e tale da non farsela sfuggire. Il diario, contiene addirittura motivazioni valide per sostenere la propaganda unitaria, laddove – ad esempio - Borges asserisce che i briganti che infestano l’ex Regno di Napoli, nulla hanno di politico: sono solamente un’accozzaglia di avventurieri senza ideali, Crocco in testa. Perciò Ricasoli consente subito la consultazione del diario e di tutta la documentazione a giornalisti e studiosi italiani ed europei.

 

Il primo a pubblicarne il testo fu il giornalista francese Marc Monnier (Historie di Brigandage dans l’Italie Méridionale par Marc Monnier, Michel Lévy Frères , Paris Libraires Editeuirs 1862). Lo stesso anno appare la prima edizione italiana (Notizie Storiche documentate sul Brigantaggio nelle provincie napoletane dai tempi di fra Diavolo sino ai giorni nostri (1862), Firenze, Berisio, 1862). Sebbene egli plauda a Cialdini, tuttavia, nella descrizione della morte di Borges si legge la commozione di chi ha intravisto quello che si vuole ignorare, di chi ha intuito cioè la differenza esistita tra Borges e Crocco: Il Giornale di Borjès… palesa appieno per quali arti si sorprenda la buona fede di uomini, i quali pur professando dottrine politiche che non son più de’ tempi nostri, conservano onesto l’animo, e pongono a repentaglio la loro vita per principi la cui fama è ormai resa infame. Il Giornale dell’avventuriero Spagnolo è la rampogna più inesorabile dei disonesti raggiri de’ Borboni e della Curia Romana. Nel 1965 Tommaso Pedio ripubblicava il solo diario di Borges e un’ultima riedizione della traduzione di Monnier si è avuta quest’anno a cura di Gianni Custodero. Una nuova edizione ho approntato in questi anni, ritraducendone il testo e arricchendolo di lettere e documenti inediti provenienti da diversi archivi nazionali ed europei. Ed è all’edizione dei Diari – in corso di stampa - che rimando quanti vorranno saperne di più del generale spagnolo.


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