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Il Castello Normanno-Svevo


      

Quando l’olio fu “sucato” dalla piscina del castello

Tecnici di fiducia per verificare la stabilità dei propri beni. Dovevano rivestire tale veste, per il principe Carmine De Angelis, i “Mastri fabricatori” Tommaso Pagliara e Mauro Capozza, chiamati a far fede con una “declaratio” - negli atti di notar Luparelli che pubblichiamo di seguito - che tutto fosse in piena regola riguardo alle “piscine” ubicate nel castello (“dentro il Palazzo”, dice l’atto notarile) e ad una in particolare che, nel 1697, evidentemente aveva fatto registrare una perdita notevole di olio d’oliva. Sarà stata questa circostanza spiacevole - questa perdita economica per il feudatario, che di commercio oleario si intendeva per tradizione di famiglia - a far intervenire, oltre ai sopra citati tecnici di fiducia, anche due “mastri di piscine”, chiamati a consulto dalla vicina Brindisi. E, verificato che non vi fossero perdite per la creazione di lesioni nelle vasche, ecco trovata la soluzione: l’olio non andava posto oltre un certo livello (nell’atto costituito da un dente in muratura), poichè diversa era la natura del materiale usato per realizzare l’opera. La parte sottostante della piscina, infatti, la vera e propria vasca di contenimento, risultava essere di “marmo” (dove con questo termine viene indicata una pietra viva particolarmente impermeabile), mentre la parte superiore - quella oltre il dente - risulta essere di “carparo”, pietra tufacea notoriamente molto porosa. Questi due documenti redatti da notar Luparelli, dunque, risultano oltremodo interessanti poichè sono capaci di fornire ulteriori elementi di conoscenza e consentono di aggiungere nuove notizie per la ricostruzione della storia del castello di Mesagne, ed in particolare sui lavori effettuati e sulle maestranze, che vi hanno lavorato nel corso dei diversi secoli.

Dopo il ritrovamento dell’altro documento riguardante i lavori di pitturazione della “Gran Sala”, affidati alla mano esperta del noto pittore mesagnese Luca Paciolla ed attestati da altrettanto conosciuti artisti leccesi, quali Oronzo Letizia e Aniello Turco Letizia, ecco che le “declarationes” che si trascrivono di seguito fanno recuperare altri nomi e consentono di stabilire nuove circostanze utili. Ma ci sono anche importanti notazioni circa il lessico tramandatoci. Iniziamo dal vocabolo “fissura”. Esso è sicuramente un termine non dialettale, perchè notoriamente (cfr. Rohlfs) la fessura in dialetto risulta essere “carassa” o “carassatora”, ma se poniamo mente che un detto mesagnese dice: “Aria ti fissura, ti porta a sibburtura”, possiamo senz’altro annotare anche il sopra citato vocabolo tra quelli utilizzati nel nostro dialetto. C’è poi da annotare il vocabolo ”appeso”. Il sopra citato Rohlfs la registra solo nel Tarantino, a San Giorgio Jonico, come “pietra sporgente dal muro per indicare la comunità del muro comune a due proprietari”. In realtà, tale vocabolo è ancora presente nel nostro dialetto e sta ad indicare il primo blocco di carparo dal quale si innalza la volta a spigolo o a squadro che, fatto di unico blocco, dà inizio alla rotazione della volta. Una parte di tale “appiso” - così si chiama in dialetto mesagnese - viene incastonata nel muro portante ed esso è fatto di un unico blocco appena superiore alla dimensione standard della muratura. Esso è fatto per lo più di carparo, pietra più dura e restistente capace di reggere alle forze di spinta della volta. Ciò che invece Rohlfs indica come “appeso” a Mesagne, nel vernacolo dei muratori, risulta chiamarsi “curvieddu”. Come non ricordare, infine, la frase “habbia sucato, seu bevuto”? L’efficacia del participio “sucato” è senza paragoni, anche perchè, nella sua valenza dialettale, l’atto dell’assorbimento del liquido va oltre un fatto meccanico e tipicamente proprio di un essere animato. 


Tra le carte d’archivio

GRAN CONSULTO A PALAZZO

La principessa è malata: l’8 maggio 1684 ci fu gran consulto al Castello. Bisognava sapere di preciso cosa avesse Donna Vittoria Capano. Probabilmente doveva affrontare un viaggio, ma come intraprenderlo se c’erano febbre e difficoltà a respirare? Ed ecco che la nobil casa chiede il consulto di tre noti medici mesagnesi che lo steso giorno la visitarono trovandola a letto. La Principessa oltre alla febbre aveva una ritenzione di liquidi nell’apparto respiratorio e, bravi com’erano – almeno questa è la fama giunta sino a noi – prescrissero qualche “rimedio”, che evidentemente non sortì effetto momentaneo se il giorno dopo la febbre persisteva e c’era una nuova “flussione” dalla parte della gola, che fece decidere ai medici che la Principessa non potesse affrontare un viaggio senza mettere e repentaglio la propria incolumità. Ma una cosa è certa, donna Vittoria Capano guarì. Non fosse altro perché le cronache ci dicono che la Principessa, il cui nome resta legato alla costruzione della chiesa di S. Anna, passò a miglior vita nel 1696, dodici anni dopo quella febbre della quale ci resta il certificato medico, che pubblichiamo e che fu redatto dinanzi al notaio Antonio Luparelli (del quale si è già parlato nei precedenti numeri).
Del resto, giova ricordare l’esperienza del collegio sanitario: Giuseppe Geofilo all’epoca dei fatti aveva 58 anni, essendo nato a Mesagne il 6 dicembre del 1626. Antonio Profilo dice: “Onorò la medicina, la filosofia, la matematica e l’astronomia e si rese illustre per le sue speculazioni, specialmente mediche”, morì a Mesagne l’8 settembre del 1697 e fu sepolto nella chiesa della Collegiata (Cfr., “Vie, piazze, vichi e corti”, nuova ed. a cura di D. Urgesi, Fasano 1993 pag. 173 e ss.). Gli altri due medici erano più giovani del primo, avevano entrambi da poco superato i quarant’anni. Epifanio Ferdinando (il giovane), infatti, nacque a Mesagne nel 1640 e morì all’età di 77 anni nel 1717. Figlio di Diego, anch’egli medico come del resto il nonno (il celebre Epifanio “il vecchio”) , fu filosofo, medico, storico e letterato in lingua italiana e latina, tanto da essere chiamato il “Socrate talentino”. Coetaneo di Epifanio Ferdinando era Francesco Valentino Rini, dotto sodale della “Accademia degli Affumicati”, figlio di Giovanni-Pietro. Le cronache ce lo consegnano come “medico rinomato” e “filosofo eccellente”. L’abate De Angelis scrisse di lui: E’ medico rinomatissimo non solo per la provincia salentina, ma per tutto il regno è reputato e tenuto in grandissimo conto. Suoi discepoli furono Tommaso Geofilo, Domenico Pinto e Francesco Riccio buoni medici di quel tempo (Cfr. A. Profilo, Vie, piazze…, pag. 88). Ma quelle poche righe redatte da notar Luparelli ci consegnano anche un termine medico da annotare: “flussione”. Il vocabolo, ancora in uno, lo troviamo nei dizionari ottocenteschi della lingua italiana e sta ad indicare lo “scorrimento di sangue o di catarro. Probabilmente, dunque, donna Vittoria aveva un’affezione alle vie respiratorie. Ma la malattia doveva essere vera, non creata ad arte perché magari la nobil donna non gradiva recarsi in qualche luogo e far giungere, invece della sua persona, il certificato medico. Vogliamo, invece, immaginare che la Principessa, essendo primavera, alleggerì di colpo il suo abbigliamento e non tenne conto dei motti della saggezza popolare che, anche a Mesagne, consiglia di non “scoprirsi” in aprile e, a maggio, di “andare adagio”.


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