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Il catasto antico di Mesagne del 1590


 

Centro Storico

 


MESAGNE NEL XVI SECOLO ATTRAVERSO LA LETTURA DEL CATASTO DEL 1590

Il catasto del 1590 è il più antico documento fiscale riguardante Mesagne finora conosciuto, esso è custodito presso l’Archivio Capitolare di Mesagne. Attraverso la lettura di questo documento si possono rilevare una molteplicità di informazioni utili a fotografare la reale consistenza economica del paese sul finire del 1500.Le notizie che lo studioso può trarre dalla sua lettura non sono solo notizie di carattere economico, ma anche una serie di dati utili sotto l’aspetto storico e linguistico, sugli strati sociali, sulle categorie professionali, sui luoghi e ministri di culto, sulla distribuzione della proprietà immobiliare e della ricchezza, sulle colture agrarie, sulla onomastica e toponomastica urbana e rurale; in tutti questi settori, ed in altri più specifici,  possiamo quindi affermare senza dubbio che il catasto è una miniera di notizie non ricavabili da altre fonti.In questo breve lavoro daremo solo un saggio di quelle che potrebbero essere le indicazioni utili per una propria e personale ricerca.

I catasti napoletani erano retti dalla prammatica “de appretio” di Ferdinando II del 1467 e richiedevano la stima diretta delle proprietà (immobili ed mobili). Per i beni immobili la stima aveva per oggetto il reddito reale o rendita presumibile di una eventuale locazione, accertato il reddito, reale o presunto, veniva capitalizzato ad un tasso variabile tra il 5 e 7%. Per i beni mobili, invece, prevedevano un procedimento incerto e solo i crediti venivano ad essere determinati in modo esatto, mentre per gli altri “mobiles”, suppellettili, animali, masserizie ecc. venivano raggruppati in una sola voce, alla fine venivano scomputate le passività. Il sistema prevedeva la denuncia da parte dei contribuenti, che veniva fatta per lo più scritta o rafforzata da giuramento o ancora redatta da un notaio.

Il documento in questione reca la seguente intestazione: Catasto della Terra di Mesagne, anno 1588. Constava originariamente di 605 fogli numerati dei quali però, ne risultano mancanti oltre un centinaio. Il catasto fu iniziato nell’anno 1590 per quanto riguarda i fuochi inseriti nei primi 265 fogli, e proseguito nell’anno 1591 per i restanti. In esso troviamo censiti 486 fuochi, un dato certamente questo che non riflette l’effettiva consistenza della popolazione residente, in quanto non troviamo nessuna indicazione per quanto riguarda quei nuclei familiari risultanti nulla tenenti o per determinate categorie e persone che risultavano esentate per vari ragioni. Dalla lettura del catasto rileviamo anche quelle che erano le contrade più antiche di Mesagne e tra queste troviamo: La Palombara, S. Leonardo, S. Angelo delli Monaci, Campo Malo, Mondo Nuovo, La Castagna, La Padula, , Carci, S. Rocco, S. Andrea, S. Antonio, Lo Mucchio, Sireni, Argiano, La Chiantata, Muro, La Torretta, Lu Culummu, La Lama di Paulu, S. Nicola, Sironico, La Tagghiata, S. Lorenzo, S. Cipriano, Lu Boscu, Crepacani, Lu Puzzu ti la noci, Tostini, S. Maria della Grazia e diverse altre. In agricoltura la coltura predominante era rappresentata dal grano, a causa delle grandi estensioni di terreni a seminativo, ma oltre al grano l’altra coltura importante era l’olivo (risultano infatti censite oltre 24.000 piante), estesi oliveti specializzati circondavano l’abitato di Mesagne per un raggio di 2-3 Km.

Alquanto limitate risultavano invece le coltivazioni di alberi da frutto le quali, il più delle volte, vengono censite in coltura promiscua e rappresentano solo una percentuale molto bassa da non essere considerato un dato interessante sotto il profilo economico. Per quanto attiene gli allevamenti zootecnici troviamo invece una larga diffusione degli ovini (ben 1800 capi), poi vi sono i bovini e per ultimo gli equini. L’alta utilizzazione di ovini e bovini era dovuto all’abbondanza di terreni a incolti o macchiosi, mentre gli equini erano utilizzati esclusivamente per il tiro, la sella o trasporto a soma.

La categoria in percentuale più rappresentata, con oltre il 50%, era quella dei “foritani” o “foresi”, cioè quella categoria  dei contadini che prestavano la loro opera presso terzi  “andavano a giornata” e di questi, i più fortunati, possedevano anche qualche “pezza di vigne” [antica misura agraria, equivalente a poco più di un fazzoletto di terra pari a 11 are e 7 centiare]; G.M. Galanti nel suo libro “Nuova descrizione storica e geografica delle Sicilie”, stampato in Napoli nel 1788, traccia un ipotetico bilancio di un contadino soggetto ai diversi pesi e dice: pagate le decime feudali ed ecclesiastiche, gli resta metà del raccolto; con questo deve pagare “i pesi dello Stato”; deve “alimentare i monaci mendicanti, che sovente strappano dalle sue mani un pane riserbato ai figli”; deve alimentare un medico e quel altro genere di persone bisognose che fanno i governatori; deve pagare eventuali reati e contravvenzioni. In somma il contadino meridionale “dee dar da vivere a molti esseri che non lavorano, al barone, al prete, al medico, al governatore, all’assessore, all’agente del feudo.

Il suo destino è di essere sempre appresso ed ingannato. Sono frequenti i casi che straziano il cuore dell’uomo sensibile. Come si tratta di implorare soccorso del magistrato superiore e lontano, il contadino si spaventa e soffre in pace qualunque vessazione. La sola libertà che gli lasciano i baroni è quella delle focacce “cinericie”, cotte sotto la cenere, per evitare di pagare il forno del barone.” Dopo i foritani seguono i Massari, in numero di 26, poi abbiamo i nobili “vivit nobiliter” 24, ancora quella degli “scarpari” 19, dei mastri sartori 14, i viaticari (il commerciante di olio) 10, i “mastri ferrari” 9, i “mastri critaroli” 6, i “pignatari” 5, altri mestieri rappresentati erano quelli del barbiere, il bardaro, il beccaro (macellaio), bottegaro, cavallo leggiero (soldato a cavallo), il conciatore di pelli, il curiale il quale risultava essere tal Antonio Venerio (questa figura potrebbe paragonarsi all’attuale cancelliere, colui il quale provvedeva a tenere in ordine le carte della Curia), il fabbricatore, il “faticatore di zappa”, il “figarolo (figulo), il Giudice a contratti e Giurato, il mastro d’ascia, mastro di zoccoli, il pecoraio, il potatore di vigne, il quartaro, il soldato di battaglione, lo staccionaro, lo zoccatore, i notai Nicola Piccinno, Cesare Guarino e Scipione Simone. Lo speziale era invece Fabio Parisi, il quale ricopriva anche l’incarico di giudice a contratti, il barone era invece il nobile Tiberio Dormio.

Altri dati desumibili possono essere rappresentati dalle fasce di età e per queste troviamo che la maggior incidenza in percentuale riguarda la fascia di età che va dai trentuno ai quarant’anni con ben il 37% dei capifuoco, segue poi la fascia dai ventuno ai trent’anni con il 29% ed ancora quelli da quarantuno a cinquant’anni con il 17%, da cinquantuno a sessant’anni l’8%, mentre da sessantuno a settant’anni il 4%. Solo 12 persone risultano superare la soglia dei settant’anni mentre tre quelli degli ottant’anni, possiamo quindi desumere  che il tasso di mortalità era abbastanza elevato per determinate fasce di età come quella in età adolescenziale, al di sotto dei vent’anni e per quella superiore ai cinquanta, chiaramente la qualità della vita non era delle migliori, ma bisognerebbe capire quali potessero essere le cause e le malattie più diffuse.

Per quanto riguarda la distribuzione della densità abitativa si rileva maggiore in alcuni rioni periferici del centro storico, mentre le arterie principali invece presentavano un numero di abitazioni abbastanza esigue perché occupate da palazzi signorili. Il nucleo con una maggiore frequenza abitativa risultava essere il vicinato di “Ogni Santo” cioè nelle immediate adiacenze della Chiesa Matrice, il quale rappresentava anche il cuore del paese, il nucleo più antico, seguito poi dal vicinato di “Santo Cosma” sempre nelle vicinanze della Collegiata, troviamo poi il vicinato di S. Martino alla Muraglia (l’attuale piazzetta dei Tarallo, Vico dei Destro e Via Rini) e ancora il vicinato di San Biagio, San Giorgio e San Nicola (Corte dei Mingolla), Santa Maria della Greca (S.Anna vecchia), Santa Barbara, Corte dei Migliori, Sant’Elia (Piazzatta dei Ferdinando.

Un numero veramente esiguo di abitazioni risultavano essere poste fuori le mura, ma questo dato viene pressoché stravolto nel catasto del 1626 dove questi rioni periferici (cioè fuori dalle mura cittadine) risulteranno in forte espansione.

Abitazioni per Vicinato

 

Ogni Santo (Chiesa Matrice ed adiacenze)

47

Santo Cosmo

37

S. Martino alla Muraglia (Piazzetta dei Tarallo - Via dei Destro e Via Rini)

31

Santo Blasi (Vico dei San Biagio)

24

Santo Giorgio (Via Felice Ronzini)

22

S. Maria della Greca

21

S. nicola all'Abbatessa (Corte dei Mingolla)

21

S. Barbara o dei Mulini (Corte dei Migliori)

20

Santo Elia (Piazzetta dei Ferdinando)

19

S. Bartolomeo (Via Rini e Via Federico II)

18

del Pendino (Vico dei Cantelmo)

17

S. Giovanni (Via albricci)

17

Porta Piccola (Piazza Matteotti)

16

S. Caterina (Via S. Biagio e Porta Nuova)

16

Santo Cipriano (Via dei Caniglia)

16

S.Salvatore (Viaq Geofilo-Vico Demitri)

14

La Piazza (Piazza del Sedile)

6

Santo Demetrio (Via degli Agrimi)

5

Santo Dimitri

5

di fronte alla Muraglia (Vico dei Caputo)

4

fuori la Muraglia

4

S. Chiara (S. Maria della Luce)

4

nel Castello

3

Porta Grande

3

S. Angelo dell'Ulfo

3

Vicinato del Castello

3

avanti la piazza di S. Nicola (Corte dei Mingolla e Piazza Criscuolo)

1

loco del Burgo (Borgo Antico)

1

S. Andrea fuori le mura

1

Via del Vescovato (Vico dei Quercia)

1

S. Marco (adiancenze Via F. Vita)

0

Un altro dato interessante viene offerto dai frantoi presenti nel centro storico, ne vengono censiti ben diciassette e questo conferma quanto importante risultava essere la coltivazione dell’olivo. In alcuni casi, infatti, la ricchezza veniva determinata dal numero di piante di olivo possedute. L’Agrimensore Pietro Vinaccia, nel suo Apprezzo effettuato nel 1731 fa un elenco dettagliato del numero di piante presenti nel territorio e ne rileva ben 24.748. I frantoi rilevati vengono dettagliatamente riporti nello specchietto che segue:

Frantoi nel centro storico esistenti nel 1590

luogo

proprietario

La Piazza

Giovanni Corciulo

Ogni Santo

Tiberio Dormio

Ogni Santo

Scipione de Regina

Ogni Santo

Giovanni Pitui (Petrù)

S. Salvatore

Luciano Malvindi

S. Salvatore

Leonardo e Pietro Resta

San Bartolomeo

Pompilio Dexter

Santa Caterina

Cola Piccinno

Santa Caterina

Aloisio Dagnano

Santa Maria della Greca

Giacomo de Russo

Santa Maria della Greca

Donato Gaza

Santo Blasi

Francesco Cucci

Santo Cosmo

Palmerio de Rinaldo

Santo Giovanni

Mariano Resta

Santo Martino

Alfonso Cleri

Santo Nicola

Valerio Capodieci

Santo Nicola

Alessandro Cingolo

Per ovvie ragioni di spazio preferiamo interrompere qui queste brevi riflessioni in quanto non avevamo la presunzione di offrire una analisi dettagliata del documento, ma fare delle semplici considerazioni utili per una ipotesi futura di lavoro, offrire cioè l’opportunità di conoscere uno dei documenti più antichi per la storia della nostra città.

Mario Vinci


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