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Daniele Cavaliere (1909-1990)


di
Angelo Catarozzolo

Non so perché si debba dire e scrivere su personalità di rilievo dopo la loro morte, e non offrire, invece, alle stesse la soddisfazione di riconoscimenti gratificanti durante la vita. Non che don Daniele ambisse gratificazioni e riconoscimenti, tutt'altro: chi si era premurato di fargli giungere nel 1986 l'onorificenza di Cavaliere al merito della Repubblica Italiana sa bene quale fu la sua reazione. Voglio dire che egli avrebbe meritato di più in vita, da parte di chi ha pure apprezzato le sue doti singolari di mente e di cuore. Faccio questa considerazione con tutta semplicità, forse anche per la caratteristica, comune a tutti, che le esperienze vissute da ragazzi lasciano il segno per tutta la vita. Don Daniele, infatti, mi accolse undicenne nel Seminario di Brindisi, di cui era Rettore, e mi avviò agli studi ginnasiali. Era il 5 ottobre 1936. Questo ricordo sovrasta tutti gli altri.  Allora don Daniele aveva 27 anni. Egli, infatti, nacque a Mesagne il 20 giugno 1909 da Vincenzo Cavaliere - in città da tutti conosciuto come "'Nzinu ti la Rossa"- e da Maria Carmela -"donna Melina"- Taberini. Il 1° agosto successivo ricevette il sacramento dell'iniziazione cristiana nella chiesa Matrice dal canonico don Noè Campi ed al fonte battesimale gli fu anche imposto il nome di "Giuseppe". Padrini furono i coniugi Silvio Murri e Teodorina Alessano. IL 24 aprile 1916, a 7 anni, ricevette la cresima. "Soldato di Cristo" - così diceva il catechismo di Pio X- a 7 anni. Il dato sembra offrire già, in nuce", una vigoria inusuale. E proprio la presenza fisica ed il temperamento aperto e gioviale riscossero tanta ammirazione e disegnarono in me l'ideale del prete e dell'educatore, che non avrei più dimenticato. Lo volli, poi, alla mia prima Messa per l'omelia sul sacerdozio, perché mi avviasse anche nel cammino ministeriale, dopo quello della formazione seminaristica.

Dalla prima giovinezza, quindi, lo vidi come un condottiero... e in seguito mi parve assai naturale che indossasse la divisa di ufficiale cappellano. Don Daniele, infatti, dopo aver compiuto i suoi studi nel ginnasio di Brindisi e nel liceo classico "Palmieri" di Lecce, completò gli studi teologici nel Seminario regionale di Molfetta e, ordinato sacerdote il 23 settembre 1933, cantò la sua prima Messa solenne il giorno seguente nella chiesa Matrice di Mesagne. Dall'anno successivo fu accolto nel Clero brindisino ed iniziò nel capoluogo un'intensa opera in favore dei giovani. Fu rettore del Collegio vescovile e del Seminario minore e, presso il liceo classico "Benedetto Marzolla", fu guida di molti studenti come docente di religione. L'influenza positiva esercitata nella formazione del giovane Daniele Cavaliere dai suoi "maestri" - il professore don Eugenio Maizza; don Pasquale Micelli, parroco della chiesa del Rosario in Lecce e vera guida spirituale nel suo cammino vocazionale; mons. Francesco De Filippis- diedero ben presto molti frutti. In quegli anni brindisini, infatti, egli fu anche responsabile diocesano della Gioventù di Azione cattolica ed è vivo in molti il ricordo entusiasta di iniziative, nelle quali il giovane sacerdote riusciva a coinvolgere tutti. Se molti furono i giovani da lui "incontrati" ed ai quali ha parlato con entusiasmo, infiniti sono gli amici, che da ogni luogo lo hanno ricordato - e per tutta la vita - per i benefici della sua azione pastorale quando, scoppiato il secondo conflitto mondiale, don Daniele, arruolatosi nel 1941 come volontario nel servizio di cappellano militare del 200 Reggimento fanteria "Brescia", prestò la sua opera, prima per undici mesi in Cirenaica, e poi in Inghilterra, come compagno di prigionia per quattro lunghi e duri anni.

Quello del suo impegno come cappellano militare fu un capitolo molto significativo della sua esistenza, un capitolo-guida, una pietra miliare a cui faceva riferimento, per trarre sempre nuova forza e nuovi stimoli al suo impegno pastorale. Dall'esperienza dei prigionieri di guerra all'altra simile di cappellano della Casa circondariale di Brindisi, dopo il rientro in patria nel 1946, per l'assistenza dei detenuti. Nello stesso periodo diresse l'Opera Diocesana di Assistenza (ODA) per le colonie marine e collinari ai ragazzi. Tra i giovani e immerso nell'umanità che soffre, don Daniele è sempre in prima linea: la sua nobiltà d'animo svetta per umanità, le sue parole sollevano chi è caduto e chi cerca una strada. Nel 1949 fu nominato canonico del Capitolo cattedrale di Brindisi ed il 12 febbraio 1955 riceveva la nomina di arciprete curato della Collegiata di "Tutti i Santi" in Mesagne, ufficio al quale ha adempiuto dal 1° maggio di quell'anno sino al 31 dicembre 1984, momento in cui, compiuti i 75 anni di età, rassegnò le dimissioni, così come vogliono le norme del nuovo Codice di diritto canonico. Un'intera esistenza, quindi, spesa per il Popolo di Dio ed ho letto con gioia le testimonianze pubblicate da un gruppo di amici, sacerdoti e laici: un impianto musivo affascinante, illuminato dai ricordi della sua ricca umanità e della sua cultura. Sento, però, di dover "integrare" quanto è stato scritto sulla sua figura, con il chiaro riferimento alla identità sacerdotale, che fu a monte della sua passione umana e culturale.

L'ho commemorato più volte: nella sua Comunità parrocchiale; nell’annuale liturgia di suffragio promossa dai pensionati CISL, sindacato di cui è stato rappresentante regionale negli ultimi anni della sua vita, quelli più intensamente dedicati all'assistenza agli anziani e che gli valsero la nomina, nel 1986, a Cavaliere al merito della Repubblica Italiana; negli incontri dei soci Lions e Rotary, tra i quali aveva lasciato il gradito ricordo delle sue dotte conferenze. In ogni circostanza ho privilegiato l’identità del sacerdote, fondamento e sublimazione delle sue doti umane ed intellettuali. L'identità del ministro di Dio, infatti, parte dalla fede, ricevuta in dono nel Battesimo, che è all'origine del sacerdozio comune dei fedeli. Ma per i prescelti al carisma del ministero sacerdotale deve crescere di intensità per motivare la generosità della sequela di Cristo. E il sacerdozio di don Daniele fu segnato da fede limpida e robusta. Soprattutto la parentesi del servizio militare in periodo bellico va visto in quest'ottica. Non si lascia, infatti, la condizione favorevole, pur pastoralmente impegnata, in Patria, tra la stima del vescovo, dei confratelli e degli amici, per un ministero ad alto rischio, senza una forte vocazione, originata ed alimentata dalla luce della fede, la sola che può sospingere sulle frontiere di grandi ideali, i cuori più generosi. E don Daniele fu un uomo di fede.

Credeva nel carisma del sacerdozio per cui offrì il ministero illuminato ai seminaristi e agli studenti, ai giovani di Azione cattolica e ai ragazzi assistiti nelle colonie, ai militari e ai detenuti. Uomo di fede che andava all'essenziale, fuori dagli orpelli del devozionismo, disincantando con espressioni talvolta paradossali, pietismi e formalismi, indirizzando la pietà popolare verso i valori evangelici. Se è vero che la parola manifesta la ricchezza del cuore (ex abundantia cordis os loquitur), senza convinzioni di fede autentica non sarebbe stato il "Ministro della Parola", non solo per trent’anni nella Chiesa Matrice di Mesagne, ma sui pergami prestigiosi di tante chiese in Diocesi e fuori, e nei tanti incontri culturali, religiosi e laici, ove fu ardente e forbito oratore. Forse non scrisse, se non in poche occasioni, perché si sentiva più realizzato nell'arte dell'eloquenza , per la forza di comunicativa, con cui avvinceva l'uditorio. Alla fede attinse lo stile di Chiesa, sintonizzato sul rinnovamento Conciliare. Seguì ed applicò la riforma liturgica e promosse il confronto anche con le posizioni avanzate dei teologi contemporanei, pur respingendo le effimere suggestioni del dissenso. Fu puntualmente presente, guidando gruppi di giovani, ai corsi cristologici della Cittadella di Assisi, attento alle aperture al nuovo, senza rinunciare alla saggezza dell'equilibrio ecclesiale. Lo stile di Chiesa lo rese uomo di dialogo, senza ombre di radicalismi, quando la conflittualità delle ideologie imperversanti a Mesagne, come altrove, rendevano talvolta difficili i comuni rapporti umani e sociali.

Nelle peculiarità di un certo localismo, anche a Mesagne si rivelò provvidenziale la sua presenza dialogante, utile per favorire giusti equilibri cittadini. Anche in questo campo sarà ricordato nella cittadina come condottiero. Ma dove più si riflette lo stile di Chiesa fu nell'amore verso i poveri. Egli stesso povero tra i poveri. Eppure non trascurò il rapporto con la piccola borghesia locale, ma senza mai rinunciare alla condizione di povertà, con lo sguardo fiducioso rivolto verso la Divina Provvidenza. È la povertà l'ultimo insegnamento del pastore e del maestro, testamento di trasparenza evangelica. Scelse di riposare - dal 5 agosto 1990, data in cui lasciò il cammino terreno - sotto la nuda terra, accanto ai poveri, per condividere, in umiltà, con essi la "beatitudine" promessa da Cristo in vista del Regno dei cieli.


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