testata4.png

 Home  |  L'Istituto  |  Archivio storico  |  Galleria editoriale  |  Notizie su MesagneNumeri specialiGalleria copertine  |  Ultimo numero

Antonio Epicoco (1883-1968)


di
Angelo Sconosciuto

"Ancora dona eppur donato ha tanto,
ché tanto ha amato
ed ama, ed ama ognora;
sol che l'amare, alfin, or men gli costa,
perché tutte le lacrime le ha sparse
in quella vigna che rimane sua...

Sono gli ultimi, ingenui versi di una poesia, che "un concittadino devotamente" offriva a monsignor Antonio Epicoco nell'aprile del 1954. Il foglietto, con 21 versi divisi in quattro strofe, fu stampato dalla Tipografia Pettograsso e - come si direbbe oggi - "volantinato" in alcune migliaia di copie. L’arciprete aveva da poco lasciato ufficialmente - dopo oltre un quarto di secolo - la cura delle anime; aveva lasciato "quella vigna che rimane sua e nella quale, evidentemente, aveva profuso i suoi sforzi migliori. Quelle lacrime degli ingenui versi del volantino altro non fanno ricordare se non le parole del salmista: "Nell'andare, se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con giubilo, portando i suoi covoni". Mons. Epicoco aveva ereditato quella vigna da coltivare a 35 anni. Scrive egli stesso nella sua Raccolta di memorie patrie: "Per dissensi sorti tra il Reverendo Capitolo e l'arciprete [don Simone] Cavaliere, circa l'Amministrazione dei Beni parrocchiali e capitolari, questi dovette dimettersi l'11 febbraio 1928, succedendogli nella cura delle Anime, per volontà dell'arcivescovo di Brindisi, mons. Fra Tommaso Valeri, di santa memoria, il sac. Don Antonio Epicoco, quel che riporta queste notizie. Passata l'amministrazione del Beneficio al Rev.mo Capitolo, all'arciprete non rimaneva che la sola cura delle Anime e di celebrare le sacre funzioni e la solennità come prima dignità del Capitolo.

In tale condizione, quello che ha potuto fare di meglio per la Chiesa Matrice l'Arciprete Epicoco, durante la sua cura di Anime, è stato: il restauro del succorpo, la fusione di due campane, la più piccola e la seconda dopo la campana maggiore (furono fuse dalla rinomata Ditta Poli di Vittorio Veneto); le iscrizioni ricordano l'epoca e le diverse circostanze; furono benedette con grande solennità e intervento di Autorità religiose, civili, militari, e gran concorso di popolo; due altari di marmo, quello dello Spirito Santo e quello dell'Assunta con il restauro del grande quadro, in occasione della definizione dogmatica dell'Assunzione di Maria Santissima, due grandi nicchie ai lati dell'altare della Madonna del Carmine, tutti i finestroni (circa 24) in telaiatura di ferro e vetri colorati, due dei quali istoriati, il maggiore è quello del coro; inoltre la ricostruzione della volta della chiesa di San Cosimo. Dopo 26 anni di cura di Anime, l'arciprete mons. Antonio Epicoco, ormai stanco ed avanzato negli anni e dopo ripetute istanze al legittimo superiore, l'arcivescovo mons. Francesco De Filippis, volle spontaneamente dimettersi col 31 dicembre 1953".

Se è vero che le costruzioni parlano per gli uomini, molte cose restano a ricordare l'opera di mons. Epicoco. Ciò che è meno appariscente, però, e che forse maggiormente andrebbe messo in evidenza, è il modo in cui "coltivava" ogni singolo alberello della sua vigna, che conosceva da ben più tempo, almeno dai primi anni di questo secolo, da quando cioè divenne sacerdote. Mons. Antonio Epicoco, infatti, nacque a Mesagne il 10 gennaio 1883 da Giovanni ed Elena Poci e, dopo aver frequentato le scuole elementari in loco, nel 1899 lo troviamo in Seminario ad Oria, alunno della terza ginnasiale. Qui tra gli altri maestri trovò la sua prima guida spirituale nel vicedirettore di quell'Istituto, don Antonio Stella di Martano. Il sacerdote fu autentico faro per lui che, a tanti anni di distanza, ricordando il suo primo viaggio - quello fatto da studente a Pompei con il vescovo di Oria, Teodosio Maria Gargiulo, e durante il quale conobbe il Beato Bartolo Longo – annotava nei suoi appunti le qualità di presbitero di don Stella, il suo essere prodigo di consigli sul metodo di studio e sull'organizzazione del proprio vivere quotidiano. In una parola, don Antonio Stella iniziò a fare di mons. Epicoco un autentico "vignaiolo" per la vigna del popolo di Dio. E quando iniziò a coltivare la sua vigna (nel 1928, Mesagne non aveva altre parrocchie se non la Chiesa Matrice) "papa 'Ntunucciu" - come divenne presto per tutti – orientò il suo impegno lungo due direttrici. Egli, infatti, cercò sempre di dedicare la massima attenzione al culto facendo sì che questo non fosse fine a se stesso ma, proprio attraverso di esso, il Popolo di Dio che era a Mesagne vivesse appieno la sua cattolicità e si sentisse davvero parte della Chiesa universale.

Sono da inquadrare in quest'ottica i numerosi interventi e le iniziative intraprese: ogni opera coincideva sempre con avvenimenti importanti, con tappe fondamentali per il cammino della Chiesa universale. Due esempi per tutti. Nel 1933 - anno santo straordinario della redenzione- restaurò il succorpo della Chiesa matrice e nel 1954, in occasione della definizione dogmatica dell'Assunzione di Maria Vergine al Cielo, provvide a far restaurare l'altare dedicato  a quel mistero mariano. Egli però voleva che in ogni luogo fosse dedicata la massima attenzione alle cose sacre, a ciò che parlava della cristianità e non esitava, molte volte, ad esprimere giudizi. Anche in ciò illuminanti risultano alcuni brani della sua Raccolta di memorie patrie. Il primo riguarda il trasferimento del Calvario nei pressi della Chiesa del Crocefisso. "Era certamente questo - scrive mons. Epicoco - il luogo più conveniente per tale monumento, vicino ad una chiesa dedicata alla Passione di Nostro Signore Gesù Cristo". Molto più significativo il brano in cui tratta delle ultime vicende del Convento di Santa Maria della Luce nel Centro storico. Avvenimenti che lo videro autentico protagonista.

"Andate via le tre decrepite monache nel 1906 – scrive - la Chiesa rimase ancora aperta al culto per lo zelo ed interessamento della Pia Unione delle Figlie di Maria quivi installata fin dal 1874 anno di fondazione, finché il 13 aprile 1913, per ordine ministeriale, provocato dalla nostra Amministrazione Comunale, veniva chiusa al culto. I locali del Convento servirono per vari usi per conto del Municipio; della Chiesa e di ogni utensile se ne fece il massimo scempio; dell'organo, in ottimo stato, si approfittò per venderlo come metallo, specie che si era al tempo della I Guerra mondiale; i soldati, accasermati nel Convento, profanarono quei luoghi santi in tutti i modi. Dopo 5 anni e 4 mesi, per mio interessamento, veniva nuovamente riaperta al culto, con funzione di riconciliazione e Messa solenne. Detta riapertura durò pochi mesi, perché dopo la Pasqua del 1919, di nuovo fu ordinata la chiusura al pubblico culto, dopo aver speso del denaro per metterla in una degna condizione del servizio di Dio. L'Amministrazione comunale di quel tempo col sindaco il dott. Annibale Profilo, ne sollecitava la chiusura, per incominciare i lavori di demolizione per l'erigendo mercato coperto. Da parte mia posi tutto l'impegno per evitare tale demolizione, specialmente della Chiesa, proponendo al sig. Prefetto della Provincia... l'erezione di un Orfanotrofio di guerra. Viene lodata la mia proposta umanitaria e patriottica; ma fu risposto che essendosi fatto un contratto di vendita con una società di Mesagne, questo non si poteva sciogliere. Fu un ritrovato che non reggeva, perché tutti i contratti emessi in tempo di guerra potevansi benissimo sciogliere, specialmente che si trattava di un'opera sì altamente nobile, civile, patriottica...".

Egli, dunque, fu autentico protagonista della vita civile - e non solo ecclesiale - di Mesagne. Un autentico "vignaiolo" che non trascurò mai un alberello, nemmeno il più restio a portare frutti. Che egli abbia inciso profondamente sulla comunità civica non vi è dubbio: non sarebbe ancora oggi ricordato; non si direbbe ancora per indicare il periodo in cui fu arciprete: "Alli tiempi ti papa 'Ntunucciu"; non si farebbe ricorso continuamente ad un'aneddotica fiorente, che rivela le sue doti di profonda umanità, soprattutto verso i grandi e piccoli problemi di coscienza che assillavano ogni famiglia, e verso i bambini, che frequentavano la parrocchia, ai quali perdonava sovente le marachelle infantili. Scriveva, infatti, l'anonimo concittadino nella seconda strofa: "Passa tra i bimbi e l'accarezza piano, lieve, come il giogo del Signore, e sempre a qualche cosa da donare: un confettino, od una medaglina, una parola buona, o un predichino…”.

Lasciata ufficialmente la cura d'anime, mons. Antonio Epicoco - fu anche Vicario foraneo ed ebbe come onorificenza pontificia la nomina a Cameriere segreto dì Sua Santità- si dedicò a stendere una Raccolta di memorie patrie, rimaste dattiloscritte, nelle quali senza pretesa, come in un collage, attingendo alle fonti ed agli scritti su Mesagne, cercò di mettere insieme notizie utili sui monumenti civili e religiosi della cittadina. L'opera, tuttavia, ha un pregio indubbio: quello di contenere "aggiunte di notizie di tempi più vicini a noi", che mons. Epicoco riporta probabilmente anche per fissare le non poche cose da lui realizzate. Altro indubbio pregio di queste pagine, però, è quello di aver raccolto la tradizione orale della pietà popolare mesagnese. Ne esce, così, uno spaccato della Mesagne dei primi decenni di questo secolo, certamente poco studiata e che, invece, andrebbe degnamente approfondita. Sempre nello stesso periodo, provvide ad ordinare gli appunti dei suoi numerosi viaggi, fatti in vari luoghi in Italia ed all’estero. raccolse quelle impressioni su alcuni grossi quaderni, e volentieri li leggeva a quanti – soprattutto in estate – preferivano trascorrere le serate con lui, nell’amata villeggiatura di “Ficcanterra”.

Anche quegli appunti, come tutta la sua vita, sono un continuo rendere grazie al Creatore “per i numerosi benefici corporali e spirituali” concessigli. Lo stile di vita fu sempre quello e può essere racchiuso in poche parole, che lo stesso mons. Epicoco scrisse su un foglietto: “…senza ricercatezza e senza studio; perché, secondo me, le cose al naturale riescono meglio”. E con quello stile, anche dopo aver rassegnato le dimissioni da arciprete, continuò a coltivare “la vigna che rimase sua” ed i raccolti continuarono a essere copiosi. Il 17 dicembre 1968 lasciò la vita terrena e la comunità cittadina in lacrime. Certamente, quando si presentò al Padrone della vigna per rendere conto del suo operato, non aveva le mani vuote.


Contatti: Casella Postale 100 - 72023 MESAGNE (BR) - Fax: 0831 776480 - redazione@radicionline.com - Sito realizzato da: webmaster