testata4.png

 Home  |  L'Istituto  |  Archivio storico  |  Galleria editoriale  |  Notizie su MesagneNumeri specialiGalleria copertine  |  Ultimo numero

Armando Franco (1922-1997)



 
di
Tranquillino Cavallo

Il 15 dicembre 1997, alle ore 9.00,  è ritornato alla Casa del Padre  mons. Armando Franco, Vescovo di Oria e nostro concittadino. E’ difficile parlare di mons. Armando Franco, uomo straordinario, sacerdote esemplare fin nel profondo e servo del Vangelo. Le sue armi erano un sorriso schietto, spontaneo ed uno sguardo intenso e limpido, una parola suadente ed una volontà indomita che non si arrendeva mai e non si piegava al potere. Era nato a Mesagne, in provincia di Brindisi, il 6 maggio del 1922, ed a soli 25 anni  venne ordinato Sacerdote; successivamente, per i suoi meriti, ricoprì la carica di vicario generale della diocesi di Brindisi. Nel 1977 venne investito della dignità episcopale con mandato nella diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa, che si trovò a guidare quale presule durante i tragici giorni del terremoto lucano. Da allora iniziò un itinerario che lo portò a spostarsi di frequente. Nel 1981 fu nominato Vescovo di Oria, succedendo a mons. Salvatore De Giorgi. Quanti lo conoscevano vedevano in lui un mendicante per amore, con quel dono soprannaturale che trapelava dalla sua persona, un uomo che stendeva la mano a tutti, costringendo a dare e a dare con gioia, anche dalle persone più restie. Per questi suoi talenti mons. Franco, per il secondo triennio, era stato nominato presidente della Caritas Italiana e della Consulta ecclesiale degli organismi socio-assistenziali, incarichi ai quali dedicava gran parte del suo tempo.

Egli riusciva a convincere e guidare con la sua parola chiara, precisa e volutamente misurata, era come il distillato di una cultura vasta e profonda, sapeva conquistare il cuore di tutti con la sua bontà  e semplicità. Come uomo di governo non conosceva compromessi: amava guidare con la carità e l’opera di convinzione, ma sapeva essere serenamente fermo quando il caso lo richiedeva, ed era inflessibile e intransigente di fronte a coloro che mirassero a calpestare i diritti della Chiesa o ad ostacolare il ministero pastorale dei suoi sacerdoti. Da qualche hanno era riuscito a realizzare il nuovo Seminario Vescovile presso il Santuario dei Santi Cosimo e Damiano nei pressi di Oria, progetto a cui teneva particolarmente. Grande era in lui il senso del dovere, l'eccezionale capacità di lavoro, l’amorosa cura del tempo e il bisogno della preghiera. Per mons. Franco l’amore a Dio era principalmente azione, iniziativa, audacia, rischio e rinnegamento di sé fino al sacrificio cruento come sommo ideale. Il 13  luglio del 1997, in occasione delle celebrazioni per il  50° di sacerdozio, don Armando aveva voluto trascorrere questo avvenimento, tra la sua gente partecipando con loro ai riti religiosi in onore della Vergine SS. del Carmelo di Mesagne. La sua grande umanità e l'incisiva intelligenza avevano fatto di lui un messaggero di pace. Per questo aveva deciso di far realizzare una Via Crucis, in terracotta, da donare a Natale alla Chiesa di Sarajevo affinché gli abitanti di questo stato bosniaco potessero verificare l’azione continua di solidarietà dei cristiani, e noi cristiano avremmo appreso la necessità di vivere questi rapporti nella solidarietà dello spirito cristiano.

A Natale nella chiesa di San Giuseppe a Turbe, presso Travnik, don Armando (come lo chiamavamo affettuosamente noi mesagnesi) non ebbe il conforto di veder realizzate le sue opere in quanto non era presente a consegnare le 14 formelle all’Arcivescovo Pulijic di Sarajevo perché il Signore lo aveva invitato alla sua festa. Crediamo doveroso e importante riportare l’ultimo scritto di mons. Armando Franco, pubblicato sulla Gazzetta del Mezzogiorno, pubblicato il 15 dicembre 1997, giorno della sua morte, perché contiene anche il testo del messaggio per il vicino Natale Il presule mesagnese aveva affidato tale messaggio dapprima al periodico cegliese “L’idea” e poi successivamente fu pubblicato anche dal giornale salentino “Quotidiano” del 16 dicembre 1997. Ecco il testo:

«L’idea di donare una Via Crucis ad una Chiesa distrutta nella diocesi di Sarajevo è quanto mai importante per due motivi: perché in primo luogo dà agli abitanti della parrocchia prescelta dal cardinale Puijlic la possibilità di verificare l’azione continua di solidarietà che giunge dai cristiani, e d’altro canto dimostra a coloro che fanno questo dono – in questo caso la Caritas Italiana e tutta la comunità che essa rappresenta -  quanto sia grande la necessità di vivere rapporti di solidarietà nello spirito cristiano. Questo Natale ci dà l’occasione per realizzare quanto noi auspichiamo che avvenga, proprio in quello spirito di solidarietà che Cristo ci ha insegnato. Lo stesso messaggio trasmesso da questa opera che il maestro Cosimo Giuliano sta realizzando. Quando parlo di società, mi riferisco a tutto il popolo cristiano. Perché questo gesto appartiene – lo sottolineo – a tutti: non solo alla diocesi di Oria, ma a tutte le chiese di Puglia e direi a tutte le chiese d’Italia. Così esso rappresenta un’espressione solidale e corale di questo nostro atteggiamento nei confronti degli abitanti di Sarajevo. Un popolo che possiamo definire di martiri, perché con la loro costanza e la loro fedeltà alla parola del Signore hanno dato testimonianza di quanto sia grande e radicato questo loro attaccamento alla fede: attaccamento a Dio, nella persona di Nostro Signore Gesù Cristo, che non trova confronti nella storia. Dopo il pane e le coperte, dopo gli aiuti materiali organizzati nei momenti più difficili, ora con questo dono della “Via Crucis” vogliamo che la “ricostruzione” di questa città martoriata non avvenga solo nelle pietre, ma anche nello Spirito. Questo coinvolgendo le persone che sentono ancora vivo il loro messaggio cristiano e che lo potranno vivere attraverso la liturgia , proprio in quella chiesa dove la “Via Crucis” verrà collocata. Quattordici tappe che ci uniranno in un cammino comune. Perché il vincolo che ci lega a questa gente non è dato solo dalla vicinanza geografica, ma anche da quel mare Adriatico che da sempre costituisce la culla della nostra storia comune.

Questo dono, queste 14 formelle costituiranno una sorta di ideale itinerario che continuerà ad unirci attraverso questo mare. La rappresentazione poi di due delle 14 terrecotte – una dedicata al “Contingente di pace” che attualmente opera nella ex Jugoslavia e l’altra ai giornalisti che hanno raccontato, a volte morendo, quella guerra – è significativa proprio per il rispettivo contributo che gli uni e gli altri hanno dato alla storia di questo popolo. Rivolgo però un appello: ai giornalisti di trasferire all’attenzione della gente (attraverso l’uso dei mass-media), questa iniziativa della Comunità cristiana; e al Contingente italiano di essere solidale con questo gesto che racchiude un messaggio che va oltre il semplice dono. E magari lo stesso Stato maggiore dell’Esercito ci aiuti a trasferire a Sarajevo le opere realizzate. Nella ricorrenza del Natale si è soliti scambiarsi gli auguri: auguri di benessere, di buona salute soprattutto, oltre agli scopi che ci si possono prefiggere. E’ un modo anche per rinnovare i sentimenti di amicizia che legano due persone, sue famiglie, due gruppi. E in questo ci si dimentica che il primo augurio deve essere scambiato con il festeggiato. A Betlemme nacque un bimbo cui fu posto il nome di Gesù che significa “Dio salva”. Di questo bambino nato profugo in terra straniera si festeggia il compleanno. Nacque in terra straniera perché Maria e Giuseppe, uniti in matrimonio, si recarono a dare il proprio nome per il censimento ordinato da Cesare Augusto. In quel viaggio non trovarono alcuno che li ospitasse. E dopo aver chiesto all’albergatore del tempo, che certamente vedeva Maria in situazione avanzata di maternità, dovettero convenire che non c’era posto per essi: “Non c’era posto nell’alloggio”, dice l’evangelista Luca (2,7).

Non c’era posto. Non ce n’era allora, non ce n’è oggi. Non ci fu posto per Gesù, non ce n’è per tanti che portano il suo stesso nome di “uomo”. Non ce n’è per tanti extracomunitari, che pure sono in mezzo a noi, condividono con noi gioie e speranze, in molti casi sono diventati i nostri servitori. Non c’è posto per essi, che consideriamo di razza inferiore, per il diverso colore della pelle, per la diversità di cultura, per mentalità religiosa, o per altri motivi. Non c’è posto per essi, perché vivono clandestinamente, sono sbarcati all’improvviso, senza che nessuno li attendesse per accoglierli. Non c’è tuttora posto per essi, che sono sfrattati dalla nostra mensa, senza alcun segno di umanità verso di essi. Non c’è posto per essi che supponiamo sfrattati dai loro paesi, perseguitati a ragione o a torto; non c’è posto per essi sfuggiti ad un agguato scampati a morte sicura, ricercati per essere distrutti. Non c’è posto perché non vogliamo che i loro figli giochino con i nostri, perché il divertimento resti un affare di famiglia, privato. Non c’è posto per essi che sappiamo dediti alla prostituzione e che guadagnano bene. E non pensiamo che c’è fra di noi chi ricorre a loro per soddisfare le proprie passioni, per ripromettersi lucrosi profitti. Non c’è posto per essi, che turbano i nostri sonno tranquilli, che non vogliamo vedere mendicare oggi, per non turbare la serenità di questo giorno. Ma è proprio sereno il giorno in cui non vedo che ogni uomo è mio fratello? L’augurio è allora questo: che il nostro sorriso raggiunga tutti gli uomini, di ogni colore, di ogni razza, di ogni religione e a ciascuno dica: tu sei mio fratello, auguri! Buon Natale!»


Contatti: Casella Postale 100 - 72023 MESAGNE (BR) - Fax: 0831 776480 - redazione@radicionline.com - Sito realizzato da: webmaster