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Anselmo Cosimo Leopardi (1915-1989)


di
Tranquillino Cavallo

Una delle pagine più importanti della storia carmelitana del XX secolo è senz’altro quella scritta da padre Anselmo Cosimo Leopardi. La storia semplice ed umile di un uomo di cui, purtroppo, ci si ricorda troppo tardi e che, invece, avrebbe meritato maggiori gratificazioni durante la sua vita. La nostra Mesagne, la sua città natale, ha fatto troppo poco ed ha scritto ancora meno per commemorare chi, con lo stile di vita e le opere, ha mantenuto alto il nome della terra natale. Figura di uomo molto forte, intelligente e sicuro di sé, non ha mai fatto mancare il suo aiuto ai più deboli, a tutti coloro che a Lui si rivolgevano per avere una parola di conforto ed un aiuto materiale. Dotato di una personalità poliedrica, che intravedi solo se la avvicini e ti fermi a ripulirla delle scorie, come un diamante, Padre Anselmo ha un suo fascino particolare, tanto più attraente quanto più sfuggente. Unisce l’austerità del tratto all’apertura verso ogni modernità sana; la rigida riservatezza del frate all’audacia dell’imprenditore; lo spirito contemplativo ed orante del cenobita alla frenesia del propagandista; la tenacia del minatore all’arditezza dell’architetto. Sul piano operativo, le lunghe e silenziose riflessioni esplodevano talvolta in decisioni imprevedibili ed irremovibili.

Personalmente l’ho conosciuto nel 1977, durante una visita alla Casa Provincializia di Bari, quando fui immediatamente colpito dalla sua personalità, forte e sicura, dalla disponibilità all’ascolto e dalla generosità nei consigli. Padre Anselmo nacque il 30 settembre 1915 a Mesagne, da una famiglia profondamente cattolica, contadina e molto laboriosa, simile in ciò alla grande maggioranza delle famiglie della nostra terra in quel tempo. La laboriosità e la resistenza alla fatica della nostra popolazione, allora generalmente e dignitosamente molto povera, erano da sempre un’esigenza per sopravvivere. Perciò, in ogni famiglia, la regola fondamentale era, per tutti i suoi membri atti a qualche attività, guadagnarsi il “pane”. Cosa non facile, specialmente quando le braccia atte al duro lavoro della terra erano poche e le bocche da sfamare erano molte, come avveniva nella famiglia di Emanuele Leopardi, conosciuto a Mesagne come “Manuele d’Aronne”. La moglie, Maria Vincenza Capodieci, più giovane di lui di otto anni, lo aiutava come poteva, date le sue frequenti maternità ed i molti problemi da cui erano abitualmente accompagnate. I suoi figli, Eugenio, Angelo, Maria Addolorata, Maria, Luigi e Antonio, per quanto volenterosi, erano poco più che una speranza per l’avvenire della famiglia.

In questa cornice di laboriosità e di povertà, senza fiocchi alle porte, senza partecipazioni e senza lettere di felicitazioni, nacque il settimo figlio di Emanuele. Allora i figli erano numerosi in quasi tutte le famiglie e la loro nascita era un avvenimento importante, ma strettamente familiare. Fra i parenti, in genere, ne erano preavvisati solo quelli che i genitori del nascituro avevano già designato come padrini. A volte i compaesani erano messi al corrente dell’evento dai vicini di casa con una formula basata sull’abitudine di battezzare i figli il più presto possibile. In una cornice di festa della natura, ma nel silenzio discreto e sereno che è caratteristico della gente umile, al piccolo fu amministrato il sacramento del battesimo ed imposto il nome di Cosimo. Crescendo Cosimo diventò un ragazzo semplice, spontaneo e tale restò per tutta la vita anche se, nell’età matura, diede spesso l’impressione di essere un diplomatico consumato. Sentiva intimamente che era un suo dovere assecondare la chiamata di Dio che considerava come sicura e consacrarsi per intero alla famiglia che il Signore gli aveva dato. Fu così che nell’ottobre 1928 il padre Emanuele presentò la dovuta domanda al rettore del vicino Seminario Carmelitano di Mesagne, accompagnando personalmente il figliolo e verificando da vicino i luoghi in cui avrebbe studiato, pregato, mangiato e giocato. Frequentò il Ginnasio interno al Seminario e si distinse per i profitti ottenuti nello studio, per la serietà profusa nello studio di tutte le discipline, per l’osservanza dell’orario e della disciplina e per il rispetto portato verso i maestri. Era amato da tutti per il suo volto sempre sereno e gioviale, per il suo comportamento composto e dignitoso.

Fin da quell’età, per lui, contavano solo le competizioni dello spirito, fondate sull’intelligenza, sulla forza del ragionamento, sull’audacia e l’intraprendenza e per esse lottava per raggiungere il primo posto. Le gare basate sull’agilità, sulla velocità o sulla capacità di colpire la palla, non erano fatte per lui. Come tutti i seminaristi, Cosimo trascorreva in famiglia le vacanze estive e quando arrivava a casa con la tonaca e la gravità del frate autentico, i famigliari lo trattavano con lo stesso rispetto che riservavano a tutti i sacerdoti. Erano contenti che partecipasse ai lavori agricoli che, nei mesi estivi, sono intensi, ma erano altrettanto lieti che una parte del suo tempo lo dedicasse allo studio ed alle preghiere. Le vacanze erano per lui un riposo più simbolico che reale e possiamo ragionevolmente supporre che approfittasse di quel tempo, specialmente negli ultimi anni di teologia, per prepararsi alla predicazione. Nel 1932 trascorse l’anno di noviziato in Sicilia, a Barcellona Pozzo di Gotto, e il 3 ottobre 1933 emise la prima professione religiosa. Nel suo ingresso in noviziato osservò il costume di cambiare nome, come segno dell’inizio di una nuova vita. Scelse il nome di Anselmo. Successivamente si recò a Roma, presso il Collegio Internazionale Pio XI per frequentare il corso filosofico. Nel momento in cui incominciò lo studio della filosofia e delle Sacre Scritture, il diciottenne frate Anselmo cessò praticamente di essere giovane, nel senso che tanto il suo comportamento esteriore quanto i suoi pensieri ed i suoi discorsi furono quelli dell’uomo maturo, di chi si è dato una regola di vita, scegliendo la strada da percorrere tenacemente e senza tentennamenti.

Nel 1936 rientrò, per motivi di salute, nella propria Provincia Religiosa ed in un clima molto disteso terminò gli studi presso l’Istituto Teologico dei Padri Francescani di Taranto. Qui, il 4 ottobre 1936, ricevette l’ordine del diaconato in una cerimonia umile ed intensa. Il 9 ottobre 1938, a soli 23 anni, ricevette l’ordinazione sacerdotale dal vescovo di Taranto, nella chiesa del SS. Crocifisso. Fu nominato vice - parroco della parrocchia del SS. Crocifisso, gestita dai padri Carmelitani, e ricoprì tale incarico fino al 1941, anno in cui fu trasferito presso il Santuario di Palmi, in Calabria, dove rimase per sei anni. Negli anni del secondo conflitto mondiale fu impegnato, in qualità di cappellano della Gioventù del Littorio, a prestare aiuto ai bisognosi. In quel periodo guidò con diligenza e competenza il gruppo giovanile della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI). Fu, dall’estate del 1943, custode e garante della cittadina di Palmi, i cui abitanti, impauriti dai bombardamenti effettuati dalle truppe alleate durante l’avanzata verso Roma, si erano rifugiati nelle campagne e nelle grandi gallerie ferroviarie costruite dall’ex stato fascista. La cittadina di Palmi, semi distrutta dai bombardamenti ed in preda ad uno spietato sciacallaggio da parte delle truppe nazifasciste in fuga, si salvò in parte grazie alle eroiche gesta di padre Anselmo e dei giovani della FUCI. Non mancavano gli orfani bisognosi di aiuto, poiché la guerra aveva preteso subito le sue vittime. A fine conflitto, la popolazione di Palmi non lesinò a padre Anselmo e ai giovani della FUCI pubbliche dimostrazioni di gratitudine.

Successivamente fu inviato dai suoi superiori a dirigere il convento di S. Giovanni a Teduccio, in provincia di Napoli. Vi rimase undici anni ed anche nella nuova comunità si fece apprezzare per le sue doti umane e di grande oratore. Grazie alla vicinanza della Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” e al grande Archivio di Stato di Napoli, divenne ricercatore e studioso di storia patria, con particolare riguardo alla vicende della sua Mesagne. Assegnato alla comunità religiosa della Casa Provincializia di Bari, prestò servizio per 15 anni, come cappellano militare, nel carcere del capoluogo, aiutato in ciò dalla sua forte personalità autenticamente umana, e gestendo oltre tremila reclusi, sui settecento previsti dal regolamento penitenziario, guadagnandosi subito la fiducia dei detenuti. L’impegno di cappellano militare fu un capitolo molto significativo della sua vita, una pietra miliare, a cui faceva riferimento per trarre nuova forza e nuovi stimoli per il suo ministero pastorale. L’esperienza acquisita da padre Anselmo si manifestò durante due ammutinamenti avvenuti nel carcere, durante la direzione del dott. Azzariti, quando, grazie alla sua forte e coraggiosa opera di mediazione, furono evitati gravi disordini tra i detenuti e le forze dell’ordine. Per quest’azione lo Stato gli conferì una medaglia di bronzo e, successivamente, una d’argento al valore civile. Continuò con immutato impegno ed identica umiltà il suo lavoro di promozione umana a favore dei reclusi e la dedizione a questa causa lo portò ad essere nominato cappellano capo di tutte le carceri di Puglia. Con questo compito di coordinatore, offrì ai colleghi cappellani la sua esperienza umana e l’immancabile amicizia.

Nel 1955 prese parte ad un congresso di Penitenzialisti Cattolici, durante il quale propose, ottenendoli sia l’abolizione della casacca a strisce indossata dalle donne recluse che il diritto di tenere in cella uno specchietto ed alcuni cosmetici per la cura personale del viso. Si batté, inoltre, per l’abolizione della palla al piede dei detenuti, ritenendola un inutile fardello di pena ed altamente lesivo della dignità umana. Esempi dell’umanità di padre Anselmo ci sono forniti dall’interessamento che ebbe per le vicende umane vissute da due reclusi. Il primo, professore e comunista aveva tentato, dopo la liberazione alleata dell’Italia meridionale, di costituire una repubblica rossa a Caulonia, mentre il secondo era stato comandante della guardia personale di Mussolini durante i giorni della Repubblica di Salò e per questo dapprima condannato a morte dal Tribunale del Popolo e successivamente a trent’anni di reclusione. Per questi uomini padre Anselmo inviò al Ministro di Grazia e Giustizia istanza di grazia, poi concessa. Negli anni Settanta, sempre a Bari, si fece apprezzare dai padri Domenicani e benché già anziano si iscrisse alla facoltà di Teologia Ecumenica, conseguendo, dopo quattro anni di intensi studi, la laurea con il massimo dei voti, ed ottenendo le congratulazioni dei professori e la pubblicazione della  tesi. Fu successivamente chiamato a S. Fara, sempre a Bari, presso lo Studio Teologico Interreligioso Pugliese, ad insegnare ecumenismo. Nonostante l’impegno, trovò il tempo per dedicarsi allo studio storiografico, divenuto per lui una vera “vocazione”. Si interessò in particolare della sua Mesagne, e il frutto del suo studio è nelle seguenti pubblicazioni:

  • Il più bel fiore della creazione, Bari 1945;
  • Masaniello, Napoli 1972;
  • Il Conciliarismo - Genesi e Sviluppo -, Bari 1978;
  • Gian Francesco Maia Materdona, Bari 1978;
  • L’accademia degli Affumicati, Bari 1978;
  • Mesagnos: una città in mezzo alle vore?, Bari 1979;
  • Il monastero di S. Maria della Luce, Bari 1979;
  • Il Carmine nella realtà mesagnese, Bari 1979;
  • Universitas e feudatari, Bari 1980.

Egli si distinse in questi suoi scritti oltre che per lo stile, anche per un’insolita sobria ricercatezza dei termini e per la potenza narrativa. Queste doti furono acquisite dopo una lunga maturazione quando cominciarono a prendere corpo in lui le linee essenziali della storia che egli portava in sé, in quanto scaturite dal continuo e prolungato contatto con un’enorme quantità di fonti che articolò in una serie di coerenti tesi. Nel 1981 fece ritorno a Palmi, in Calabria, dove rivestì la carica di priore. Nel convento della città calabrese guidò il Terz'ordine Carmelitano, istituì una scuola materna privata e realizzò un piccolo museo, oggi scomparso, che arricchì di pregevoli opere in bronzo. Nello stesso periodo fece realizzare due leoni di bronzo raffiguranti il Terremoto e la Fiducia del popolo nella protezione della Madonna, due sintesi storiche in bronzo ai lati del portico della facciata della chiesa. Insegnò Teologia, Ecumenismo e Patristica presso l’istituto di Scienze Religiose “Giovanni XXIII” di Palmi. Continuò anche in Calabria la sua produzione storico-letteraria e allargò gli studi all’Ordine Carmelitano presente in Calabria, in particolare a Palmi. Padre Anselmo si sentì totalmente immerso e coinvolto nella cultura calabrese che, come risulta dai suoi lavori, dimostrò di conoscere molto bene e di stimare profondamente. Sono di questo periodo le seguenti opere:

  • Robertus dux fecit castrum in Meiana, Bari 1981;
  • Mesagne, città dalle cinquanta chiese, Bari 1982;
  • Calabria, radici culturali e religiose, Bari 1983;
  • Lineamenti del monachesimo bizantino, Bari 1985;
  • I Carmelitani di Calabria, Palmi 1987;
  • Novembre 1894: il Carmine di Palmi al centro di un evento storico, Polistena 1988;

Conoscitore del rigore imposto dalla ricerca storica, padre Anselmo non si accontenta di riportare quanto da altri detto, ma verifica, controlla, prende contatto diretto con il documento storico in modo da fornire prove il più possibile sicure e certe delle sue affermazioni. Le sue ricostruzioni risentono della tipica preoccupazione dei ricercatori, che sommamente rispettosi della realtà che trattano, non cedono alla strumentalizzazione o all’apologetica. Per meriti acquisiti in campo culturale e diocesano ricevette a Palmi, dal vescovo Mons. Benigno Luigi Papa, il titolo onorifico di canonico della cattedrale di Oppido-Mamertina. I titoli e i riconoscimenti conseguiti nel corso della sua vita furono:

  • Specialista in Paleografia e diplomatica;
  • Premio Culturale della Presidenza dei Ministri;
  • Cavaliere del Merito della Repubblica;
  • Medaglia d’oro al Valore della Redenzione Sociale, datata 8/9/81 (questa medaglia padre Anselmo desiderava donarla, alla sua morte, al Comune di Mesagne, volontà confidata a padre Carmelo Vitrugno);
  • Legione d’Onore dei Cavalieri di Vittorio Veneto;
  • Commendatore dell’Ordine Militare del SS. Salvatore;
  • Accademico Teatino e Tiberino;
  • Presidente onorario dell’associazione Pro Loco di Mesagne;
  • Cappellano d’onore dell’Ass. Reduci e Combattenti di Ostia.

Nel mese di dicembre del 1988 celebrò a Palmi il 50° anniversario del suo sacerdozio, alla presenza del Vescovo della Diocesi di Oppido-Mamertina, mons. Benigno Luigi Papa, del Provinciale dell’Ordine Carmelitano per la Provinciale Napoletana, il maestro reverendo padre Lucio Renna, e di numerosi confratelli ed autorità civili e militari. Alla liturgia furono presenti alcuni parenti, i rappresentanti ufficiali del Comune di Mesagne, molti amici e conoscenti delle comunità carmelitane di Mesagne e Torre S. Susanna, oltre a numerosi fedeli calabresi, i quali portarono personalmente l’attestato di amore al comune fratello. Purtroppo nei primi mesi del 1989 lo stato di salute di padre Anselmo cambiò improvvisamente, la sua robusta fibra fu minata da una grave spossatezza e fu costretto a ricorrere alle cure mediche. Al precipitare improvviso delle sue condizioni di salute, i suoi superiori disposero l’immediato trasferimento a Bari, presso l’Ospedale Cotugno. Dagli esami emerse la gravità del male. Fu, allora, trasferito presso il reparto oncologico dello stesso nosocomio, dove fu tentato il possibile per salvarlo. Furono consultati anche professori romani e americani, ma anche costoro confermarono l’infausta diagnosi. Da quel momento in poi, la costernazione invase gli animi dei confratelli, dei parenti e degli amici; il più sereno di tutti sembrò essere lo stesso padre Anselmo, che nel suo letto di dolore consumò il proprio sacrificio serenamente, mentre in ogni comunità carmelitana fu intensificata la preghiera per un confratello di tale valore. Lasciò la vita terrena, addormentandosi nel Signore, il 15 luglio 1989, vigilia della festività della Madonna del Carmine. Il 17 luglio 1989 le sue spoglie mortali giunsero a Mesagne per essere tumulate nella cappella cimiteriale dei padri carmelitani. Il suo loculo è contrassegnato da una semplice epigrafe: Padre Anselmo / Cosimo Leopardi / 30/9/1915 – 15/7/1989.

La vita di padre Anselmo Cosimo Leopardi è piena di avvenimenti e tappe importanti ed avrebbe sicuramente fatto carriera nell’Ordine Carmelitano se solo lo avesse voluto, seguendo le orme di un suo antenato vissuto nel XVIII secolo, padre Mauro Leopardi, divenuto padre Generale dell’Ordine dei Celestini. Padre Anselmo volle, invece, rimanere tra la gente comune, tra gli emarginati, tra gli ultimi, tra coloro che ebbero maggiormente bisogno della sua azione pastorale di evangelizzazione e promozione umana. Fu un uomo che seppe integrare la preghiera e l’azione ed in lui fu forte la duplice spiritualità del lavoro e della comunione. Da uomo instancabile seppe, all’occorrenza, indossare gli abiti del lavoro manuale, realizzando opere per il bene dei fratelli. Attorno a lui ci si raccolse con fraterno affetto. Padre Anselmo, infatti, seppe creare ovunque un clima di cordialità e rispetto, passando con estrema naturalezza dal tono affabile di amico a quello di maestro e uomo di sapienza. Fu sempre disponibile al dialogo e valorizzò con acume e attenzione i carismi personali di tutti coloro che gli furono accanto. L’attività più amata da padre Anselmo Cosimo Leopardi fu la predicazione. La sua parola facile e vibrante creò sempre grande emozione e affascinò gli ascoltatori. Fu spesso invitato in molte parrocchie a tenere omelie, panegirici e prediche di occasione. Ebbe senza dubbio le doti per essere un grande oratore e il fondamento principale della sua efficacia fu la sua stessa la sua vita, perché in essa tutti videro la conferma continua di quello che insegnò; a questo fondamento si unì l’accento di profonda convinzione che portò sempre la sua parola. Nelle sue prediche fu facilmente rilevabile la sua forte passionalità e fu solito abbondare di riferimenti polemici che accompagnò sempre con un alto tono della voce.

Soggetto delle sue predicazioni fu la Madonna, da lui tanto amata, al punto che le sue parole ed i suoi scritti risentirono di questo entusiastico legame d’amore che diede grazia e bellezza a tutte le sue pubblicazioni. Padre Anselmo non fu solo uno storico e un letterato ma anche un artista, nel cuore e nelle opere. Molti dei conventi carmelitani, dove egli visse, conservano un segno della sua predilezione mariana; prova ne sono, infatti, le varie tele raffiguranti la Vergine, ma più ancora il desiderio di sentire Maria presente nella storia quotidiana a guida e riferimento del suo popolo. Questo desiderio fu espresso attraverso l’erezione di varie statue mariane nelle piazze parrocchiali. Queste statue ci comunicano ancora oggi i sentimenti del suo cuore: come quella di Palmi che, ergendosi sull’umanità, con un tenero abbraccio sostiene il figlio (l’immagine della donna calabrese denota un’attenta lettura della vita e delle tradizioni locali) che dona insieme allo scapolare, come “segno di protezione”; o come quella di S. Giovanni a Teduccio (Na) che dall’alto domina la comunità parrocchiale, ai cui piedi i suoi figli si raccolgono in preghiera ogni anno. Anche la comunità carmelitana di Mesagne ha, nelle sue sale parrocchiali, una grande tela devozionale raffigurante la Vergine che stringe tra le braccia, con gesto di amore materno, il Bambino. Da buon mesagnese, padre Anselmo Cosimo Leopardi, coltivò questo vincolo profondo con la Vergine, ispiratrice di vita. [1]


[1] Per un approfondimento su padre Anselmo Cosimo Leopardi si rinvia a: 
     
CAVALLO T., Padre Anselmo Cosimo Leopardo, Mesagne 1993;
     EPISCOPO I., Padre Anselmo Leopardi, dattiloscritto, Mesagne 1989;
     FILOMENA E., Padre Anselmo Cosimo Leopardi, in “Lu Lampiune”, Lecce 1989.



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