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 Maria D'Enghien signora di Mesagne


Antonio Profilo riporta nella sua Messapografia che Maria d’Enghien fu signora di Mesagne ed ebbe per essa una particolare predilezione al punto che, scrive il nostro scrittore patrio citando Diego Ferdinando, “... nel 1431 stabilì i capitoli concernenti la bagliva” concedendo alla nostra città “molti privilegi”. Precedentemente, commentando i frammenti dei documenti recuperati dal Mavaro e riportati poi in appendice (documento IV), aveva detto che per “gravi quistioni tra gli Orietani ed i Mesagnesi”, questi ultimi erano ricorsi ai buoni uffici di “Maria d’Engenio loro signora” (il corsivo è del Profilo). Il Profilo, poi, aggiunge che: “... la nostra Università compresa da gratitudine verso di lei deliberò annue venti oncie di oro ch’esigerono la contessa medesima ed indi suo figlio Gio. Antonio, finché vissero...”. Chi era Maria d’Enghien? La domanda non è posta solo per semplice curiosità, legittima perché la storia difetta di figure femminili di una certa levatura, ma anche per il desiderio di comprendere il ruolo che questa “donna energica e coraggiosa dalla vita avventurosa e tormentata” ebbe nella storia del nostro passato. Nacque nel 1367, quasi certamente a Copertino, e morì a Lecce il 9 maggio 1446. Fu contessa di Lecce, principessa di Taranto e regina di Napoli e visse da protagonista uno dei periodi più interessanti della nostra storia. In verità non molto ci è stato tramandato che possa fare piena luce su alcuni aspetti della sua vita e del suo carattere; non possediamo nemmeno una sua immagine certa, al di là del bassorilievo sul portale del castello di Copertino. Possiamo almeno delinearne, se non chiarirne, la dimensione storica, e per farlo dobbiamo occuparci, anche se sinteticamente, delle vicende e dei protagonisti di quello che fu, ai suoi tempi, il principato di Taranto.

Questo principato, la cui prima delimitazione territoriale è sicuramente da cercare nella concessione che Federico II fece al figlio Manfredi, fu, in particolare sotto le dinastie degli Angioini e in parte degli Aragonesi, una sorta di “regno nel regno”, comprendente, nella sua massima estensione, i territori che dallo Ionio si estendevano, partendo da Policoro, sino a Matera, per includere poi Laterza e più su Ostuni, sino al mare Adriatico e Brindisi, con i territori circostanti, e Mesagne, Latiano e, scendendo, Oria, Nardò, Ugento e Gallipoli. Se a questi territori si aggiungono tutti gli altri fuori da questi confini e sparsi per il regno ma appartenenti a vario titolo alla famiglia Orsini del Balzo, a parenti o subfeudatari, ed in seguito al matrimonio tra Raimondo Orsini del Balzo e Maria d’Enghien, anche la contea di Lecce e i feudi di Raimondo, cioè Soleto e Galatina, ci possiamo rendere conto che non è poi così azzardato parlare di “regno nel regno”, almeno in quanto ad estensione, perché le necessarie caratteristiche politiche e culturali, tipiche delle Signorie centro-settentrionali del tempo, furono una conquista tarda e di breve durata. Roberto d’Angiò morì tre anni prima della nascita di Maria e il principato di Taranto, dal momento che Roberto non ebbe eredi, passò nelle mani di Filippo II, suo fratello, il quale, nel 1373, designò erede Giacomo del Balzo, suo nipote perché figlio di sua sorella Margherita, la quale aveva sposato, in seconde nozze, Francesco del Balzo. La triste reyna Giovanna tolse, però, il principato a Francesco, dichiarato ribelle dopo aver occupato Matera ed altre terre della potente famiglia Sanseverino.

Era  l’anno 1374 e i del Balzo, spogliati dei loro domini, fuggirono dal regno e scapparono in Grecia, in Acaja. Giovanna, entrata in possesso del principato di Taranto, pensò di devolverlo al suo quarto marito, Ottone di Brunswick. Bisogna sapere che Giovanna I d’Angiò, regina di Napoli, ebbe la sfortuna di veder premorire tutti i suoi figli e fu, perciò, angustiata non poco dal problema della discendenza al trono, anche perché l’ultimo maschio degli Angioini di Napoli, Carlo di Durazzo, fu sempre suo acerrimo nemico. Inoltre durante lo scisma d’occidente, Giovanna salì pure sul carro sbagliato perché riconobbe l’antipapa Clemente VII, attirandosi le ire di papa Urbano VI, il quale non ci pensò due volte a dichiararla decaduta e a scomunicarla, offrendo il regno al vecchio Luigi d’Ungheria, il quale lo girò a Carlo di Durazzo. Giovanna, allora, dichiarò suo erede Luigi I d’Angiò, fratello del re di Francia. Questa presa di posizione della regina provocò la guerra e Carlo di Durazzo, alla testa di un esercito mercenario ed appoggiato dal forte partito dei Durazzeschi, sbaragliò Ottone di Brunswick ed entrò, nel 1381, a Napoli. Fu incoronato re, con il titolo di Carlo III, da papa Urbano VI. Giovanna fu strangolata o soffocata il 22 maggio 1382. Il regno di Carlo III fu breve. Entrato in conflitto con papa Urbano VI, fu scomunicato e si vide sottrarre il regno che, almeno formalmente, apparteneva alla Chiesa. Finì per essere assassinato il 27 febbraio 1386 in Ungheria. Gli successe il figlio Ladislao, ancora minorenne, sotto la reggenza della madre Margherita. I nostri territori subirono molte sciagure anche a causa del fatto che molte famiglie baronali, fra cui i d’Enghien, parteggiarono per Luigi d’Angiò e Clemente VII. I loro armati, uniti alle soldatesche e alle bande di ventura, saccheggiarono città, incendiarono campagne e villaggi ed imprigionarono, confiscandone i beni, chi non aveva voluto riconoscere l’antipapa. I beni confiscati andarono ad impinguare quelli dei baroni devoti alla regina Giovanna I. In questo modo si crearono anche cospicue fortune in feudi, castelli, terre, tesori. Un diploma regio spesso formalizzava tali “acquisti”.

Molti avventurieri, francesi e italiani, prima di loro tedeschi e, successivamente, spagnoli, fecero fortuna in questo modo e il sigillo di un titolo, molto spesso comprato o di dubbia origine, quand’anche si volesse credere al valore dei titoli nobiliari, diede spesso inizio a dinastie che sono quasi giunte sino a noi. Uso il termine “dinastie” perché questi signori feudali furono dei veri dominatori nelle loro terre e quindi qualcosa in più di feudatari ligi al potere regio o di semplici proprietari borghesi. Carlo scese in Puglia ed in battaglia sconfisse Ottone di Brunswick. La duplice notizia della sconfitta di Ottone e della morte della regina Giovanna, fece desistere, per il momento, i partigiani degli Angioini e le città pugliesi innalzarono il vessillo dei Durazzeschi; i sudditi del principato tarantino innalzarono anche le insegne del principe Giacomo del Balzo, che aveva parteggiato per Carlo. Giacomo, quindi, grazie all’aiuto del re e del nipote Raimondo Orsini del Balzo, fece ritorno a Taranto e rioccupò la signoria precedentemente toltagli. Chi era Raimondo, futuro marito di Maria d’Enghien? Raimondo o Raimondello, era secondogenito di Nicola Orsini, conte di Nola, e di Maria del Balzo, sorella di Giacomo del Balzo. Come tutti i secondogeniti di “sangue nobile”, intenzionati a non intraprendere la carriera ecclesiastica, aveva tentato la fortuna in Oriente e con le armi e, aggiungiamo, con il denaro della madre, aveva combattuto alle dipendenze dell’imperatore Giovanni III, detto Colaianni. Pieno di onori e ricchezze, che vi lascio immaginare come si era procurato, aveva fatto ritorno in patria al comando di un considerevole numero di armati a cavallo. Era stato adottato da Raimondo del Balzo, suo omonimo, conte di Soleto e zio materno, ereditando, quindi, molti beni e possedimenti, tra cui, oltre Soleto, Galatina, Sternatia, nel Salento e Minervino nel barese. Al suo cognome, Orsini, aveva aggiunto, perciò, quello dello zio e della madre, del Balzo.

Durante l’invasione di Carlo di Durazzo, Raimondo, insieme allo zio Giacomo, si schierò con costui. La restituzione del principato di Taranto a Giacomo contrariò non poco i Sanseverino che tanto fecero e si adoperarono che re Carlo III tolse la signoria a Giacomo del Balzo e la affidò nuovamente ad Ottone di Brunswick, liberato nel frattempo dal carcere. Intanto Luigi I d’Angiò, sbarcato in Puglia, ne tentava la conquista. Carlo, allora, si mosse da Napoli alla testa di un forte esercito e giunto a Barletta fece imprigionare Raimondo Orsini del Balzo, nonostante che costui si fosse dichiarato suo partigiano. Va detto che all’Orsini lo stesso re aveva affidato in precedenza la difesa della piazzaforte di Barletta. Probabilmente Carlo dubitava della sincerità di Raimondo dal momento che non aveva assegnato a costui il principato di Taranto, che il giovane Orsini sicuramente rivendicava dopo la morte dello zio Giacomo del Balzo. Raimondo riuscì a fuggire e, recatosi a Bari, si fece partigiano di Luigi I d’Angiò, che non solo lo accolse, non dimentichiamoci che era un guerriero di valore e capitano di molti cavalieri, ma addirittura lo promise in sposa a Maria d’Enghien, la bellissima contessa di Lecce, partigiana del partito angioino. Era l’anno 1384 e Maria aveva 17 anni. Le nozze furono celebrate, sembra con disappunto dei leccesi che addirittura si ribellarono, l’anno successivo, nel 1385. La ribellione dei leccesi fu soffocata nel sangue. La famiglia d’Enghien era già da tempo in possesso della contea di Lecce in quanto alla morte di Gualtieri III di Brienne era succeduta la sorella di costui, Caterina, moglie di Giovanni d’Enghien, appartenente ad uno dei rami collaterali dei Borboni di Francia e di probabile origine fiamminga. Il dominio di questi coniugi sulla contea di Lecce era stato breve e alla loro morte aveva fatto seguito quella dell’unico loro figlio maschio, Pirro. Alla morte di costui il dominio della contea passò a Maria che, anche se in giovane età, diverrà contessa di Lecce sotto la tutela di Giovanni dell’Acaja, barone di Segine, e di Pasquale Guarino, barone di S.Cesareo.

Un’altra sorella più piccola, di cui si ignora il nome, prenderà i voti e diventerà badessa a Conversano. Alla morte di Carlo III di Durazzo, anche Maria di Bretagna, vedova di Luigi I, appoggiata da molti baroni di parte angioina, volle tentare di conquistare il regno per il figlio, Luigi II. Fu di nuovo guerra civile. Molte città di Terra d’Otranto, in particolare Lecce, si sollevarono contro i durazzeschi e  contro Raimondo Orsini del Balzo che aveva scelto di stare dalla parte di re Ladislao. Taranto e Brindisi  scelsero di stare con Ladislao. La stessa cosa fece Mesagne, già compresa nella contea di Lecce ed appartenente, quindi, alla famiglia d’Enghien. La guerra fu combattuta con alterne fortune e la condotta dell’Orsini fu abbastanza ambigua: dapprima con i Durazzeschi, poi, isolato, passò al servizio, e sotto la protezione, di papa Urbano VI, quindi con gli Angioini e, infine, di nuovo con re Ladislao, quando fu certa la vittoria. Ladislao, suo malgrado, promise solennemente e con diploma aureo di investire Raimondo del principato di Taranto alla morte di Ottone, fatto che avvenne l’8 maggio 1399. Morto Ottone e con Taranto posta sotto assedio, Raimondo fu proclamato principe di Taranto. La città si sottomise al nuovo principe e Luigi II dovette lasciare Taranto a bordo delle sue galee. Raimondo e Maria d’Enghien fecero il loro trionfale ingresso nella città il 18 giugno (secondo altri il 29). Il principato di Taranto, il feudo più importante del regno, divenne allora, dopo aver assorbito anche la contea di Lecce, il territorio più grande del regno di Napoli, per di più in mano ad un solo barone che non perse tempo nel fregiarsi del titolo e delle prerogative giuridiche e politiche di un principe reale. Tutto questo potere e la vittoria politica e militare di Raimondo coagularono contro di lui l’odio di molti baroni ed in particolare dei Sanseverino; infatti Bernabò Sanseverino, signore di Nardò, disturbò molto, durante l’anno 1400, le terre della contea di Lecce con frequenti incursioni armate.

Anche re Ladislao non vedeva di buon grado l’eccessivo potere di Raimondo, che eguagliava se non addirittura superava il suo. Le cose precipitarono quando, alla morte prematura di Bernabò, l’Orsini ne incamerò le proprietà. Fu allora che il re, fingendo di tollerare la politica del principe di Taranto, iniziò a contrastarla. Si adoperò a mantenere nemici, in un clima di continuo contrasto, Raimondo Orsini del Balzo e Stefano Sanseverino, conte di Matera, perché in questo modo indeboliva le forze dei due più potenti signori del tempo, evitando un accordo tra i due a suo danno. Nell’anno 1402 i due coniugi, Raimondo Orsini del Balzo e Maria d’Enghien, istituirono un tribunale o consiglio feudale che sotto il loro figlio, Giovanni Antonio, particolarmente prepotente ed orgoglioso, fu un vero Concistorium principis, in quanto costui ebbe, almeno sino al 1463, il potere di giudice d’appello, prerogativa spettante solo al re. Ma la vera anima, informatrice e regolatrice di questo consiglio, finche visse, fu Maria d’Enghien, alla quale i sudditi poterono appellarsi avverso alle sentenze dello stesso consiglio. La pace, però, non durò a lungo e sul finire del 1405 l’ambizioso Raimondo, riabbracciando la rinascente causa angioina, si sollevò contro Ladislao. Nel momento in cui si apprestava a preparare l’esercito per parare il colpo dell’indignato re, il 17 gennaio 1406 l’Orsini moriva nella città di Lecce. Maria d’Enghien si trovò vedova e per giunta con quattro figli minorenni (Giovanni Antonio, Gabriele, Maria e Caterina) a cui pensare, in un momento molto delicato per il principato di Taranto e per la contea di Lecce. Ladislao non tardò, infatti, ad affacciarsi ai confini del principato alla testa del suo esercito. Cercò di giungere a Taranto nel minor tempo possibile per impedire una difesa più efficace della città, alla quale pose l’assedio. Maria d’Enghien poteva contare sui cittadini di Taranto e sulle truppe dei Sanseverino, ora suoi alleati di fronte al pericolo comune, ma con  al comando lo stesso re ed altri grandi capitani il forte esercito napoletano era ancora più temibile.

Che cosa, allora, poteva fare una donna sola e da poco vedova? Novella Giovanna d’Arco prese le armi e vestita di una pesante armatura incoraggiò con l’esempio e la parola i tarantini, che riuscirono a contrastare gli attacchi dei napoletani per ben due mesi. Nemmeno la paura che dovette provocare l’uso, per la prima volta in Puglia, di un cannone, indusse i tarantini ad arrendersi. Anzi l’esempio di una donna in armi, capace di tenere testa ad un re guerriero come Ladislao e a molti valorosi capitani, nocque non poco ai napoletani, al punto che molti signori, ed in particolare Martino I d’Aragona, re di Sicilia, offrirono soccorso alla vedova. Visto l’insuccesso, Ladislao pensò bene di far ritorno a Napoli per apparecchiare un esercito più potente in uomini e mezzi. Ma l’esercito napoletano rimasto a proseguire l’assedio, subì, verso la fine di giugno del 1406, un grave rovescio e fu disperso dai tarantini. Maria d’Enghien sapeva bene, però, che Ladislao sarebbe tornato con un esercito più potente e meglio organizzato e perciò non perse tempo: strinse un patto con Luigi II d’Angiò e, nascondendo con grande maestria ed acume il suo stato vedovile agli ambasciatori del re angioino, ottenne il riconoscimento del suo primogenito, Giovanni Antonio, alla successione del principato di Taranto e di tutti i possessi del marito; in cambio si impegnava a dare all’angioino tutte le piazzeforti e gli aiuti necessari per condurre la guerra contro Ladislao. Poi, con duecento cavalieri scelti, si rifugiò ad Oria, apprestandosi alla difesa e provvedendo anche a debellare, con polso fermo, alcune ribellioni. Ladislao arrivò, per terra e per mare, nel marzo del 1407, alla testa di un esercito poderoso e pose l’assedio alla città di Taranto, precludendo, questa volta ogni via di accesso e di fuga. Maria d’Enghien, saputa la notizia, raccolse molti altri cavalieri ed alla loro testa marciò da Oria verso Taranto, superando, armi alla mano, gli assedianti ed entrando in città. A Ladislao si prospettava di nuovo un lungo assedio, dal momento che non era possibile prendere la città d’assalto, sia perché ben difesa e sia per la presenza di Maria d’Enghien che galvanizzava gli assediati. L’impresa si prospettava difficile e la vittoria non certa quand’ecco re Ladislao avanzare la famosa proposta di matrimonio alla vedova. Ladislao fu certamente mosso da calcoli politici e dal tentativo di recuperare un’immagine offuscata anche agli  occhi dei suoi soldati da una donna in armi, ma che cosa passò per la mente di Maria d’Enghien allora? Ambizione? Calcolo politico? Orgoglio? Protezione materna? Una cosa è certa: la proposta di diventare regina dovette inorgoglire non poco la quarantenne vedova.

Maria accettò, nonostante il parere contrario dei Sanseverino, l’accordo sottoscritto con Luigi II, la recente vedovanza e la fama di marito infedele, e forse peggio, che Ladislao aveva accumulato nei suoi due precedenti matrimoni. Il matrimonio si celebrò quasi sicuramente il 23 aprile 1407. Un mese dopo, la nuova regina partì per Napoli, mentre Ladislao restò nel Salento e visitò personalmente molte città e terre sia del principato di Taranto che della contea di Lecce. Fu bene accolto dalle nostre popolazioni, in particolare quelle cittadine, anche perché molte Università, in seguito al matrimonio fra costui e Maria d’Enghien, sarebbero state soggette al regio dominio, la qual cosa era auspicabile anche al migliore dei baroni. A Napoli Maria dovette svegliarsi dal suo sogno. Era regina ma prigioniera in Castelnuovo, sotto il cui tetto sembra convivessero anche alcune delle amanti del marito. Ladislao fu condottiero rude ma deciso e difese il suo regno con tenacia. Visse praticamente sempre lontano da Napoli e morì, forse avvelenato da spie fiorentine, a Perugia il 3 o il 6 agosto 1414. Durante questi anni poco o nulla sappiamo della regina Maria d’Enghien. A Ladislao successe la sorella Giovanna II, che allora aveva 43 anni ed era vedova, non infelice, da otto. Si sa che quest’altra triste reyna non ebbe a genio la presenza della cognata nello stesso castello. Maria, però, restò a Napoli anche dopo la morte del secondo marito e non rientrò a Lecce, come invece avrebbe desiderato. I motivi furono politici: Maria d’Enghien e, maggiormente, il suo primogenito Giovanni Antonio Orsini del Balzo, non dovevano rientrare in possesso dei loro feudi per evitare di ripetere la stessa pericolosa situazione precedente al 1407, al tempo di Raimondo. Giovanna II si rimaritò a Giacomo di Borbone, al quale assegnò, appunto, il titolo di principe di Taranto. Ma il nuovo marito della dissoluta Giovanna II si rivelò molto più che una semplice comparsa e si ritagliò un ruolo autonomo e, deciso a divenire re, fece imprigionare la moglie e tagliare la testa al suo amante.

Cominciò a collocare in posti chiave i cavalieri francesi che, al suo seguito, erano venuti nel regno di Napoli in cerca di fortuna e di sistemazione. In quest’ottica è da vedere il matrimonio che re Giacomo volle tra un suo cavaliere ed amico personale, Tristano di Chiaromonte e Caterina Orsini del Balzo, figlia di Maria d’Enghien e di Raimondo Orsini del Balzo. Nel medesimo tempo permise a Maria d’Enghien, ai suoi figli e al suo seguito, di lasciare Napoli (anno 1415) e di far ritorno nella contea di Lecce. Qui Maria riprese il pieno dominio feudale, conservando il titolo di regina, mentre la figlia Caterina ebbe in dote il contado di Copertino, nel cui castello fissò la sua dimora. Maria d’Enghien si stabilì a Lecce. Giovanna II, però, riuscì a liberarsi e si vendicò del focoso marito imprigionandolo e liberandolo solo nel 1419. Una volta libero Giacomo si rifugiò a Taranto, che era ancora sede del suo principato, con l’intenzione, piuttosto balzana, di difendersi con le armi dalla regina sua moglie. Tale principato era stato nel frattempo spogliato di molti feudi, i quali erano stati assegnati, prima da Ladislao e poi dalla sorella Giovanna, ad alcuni baroni a loro fedeli o erano passati sotto la giurisdizione del regio demanio. Come era prevedibile, Maria d’Enghien e i suoi figli, dopo aver preso possesso della contea di Lecce, iniziarono la riconquista, con le armi o con il denaro, di città e terre che erano state loro tolte durante la cattività napoletana durata otto anni. Ora gli eventi giocavano a favore degli Orsini del Balzo. Giacomo si rese ben presto conto che era impossibile difendere Taranto e il principato con i pochi appoggi, e soprattutto i pochi denari, che aveva. Maria e suo figlio Giovanni Antonio, alla testa di un esercito marciarono su Taranto, forse con l’intento di occuparla prima dell’arrivo dell’esercito di Giovanna II che sarebbe stata posta, così, di fronte al fatto compiuto. Ma avrebbero occupato la città per loro o per darla alla regina di Napoli? Non lo sapremo mai, perché le cose andarono diversamente, dal momento che Giacomo preferì togliere il disturbo e vendere il principato agli Orsini del Balzo, che, a scanso di equivoci, fecero occupare ugualmente la città dalle loro truppe. La somma non ci è data sapere con esattezza; in alcune fonti si parla di ventimila ducati, in altre di quarantamila, in altre ancora addirittura di settantamila. Giovanna II non vide sicuramente di buon occhio tale conquista dal momento che riportava pericolosamente le cose a prima del 1407.

La regina non avallò mai l’acquisto, ma dovette, suo malgrado, infeudare, nel maggio del 1420, Giovanni Antonio Orsini del Balzo del principato di Taranto, ed in ciò fu indotta dalle precarie condizioni in cui versava il regno e dai pericoli che, a partire dal novembre 1419, si erano addensati all’orizzonte ad opera di un nuovo pretendente al trono, Luigi III d’Angiò, appoggiato da papa Martino V, che pure, solo un mese prima, aveva incoronato regina Giovanna. Nel regno divampò subito la guerra tra i due partiti, angioini e durazzeschi, rivali da sempre. Anche molti baroni si ribellarono e la situazione si fece tragica. In questa ottica deve essere vista l’infeudazione del principato di Taranto a Giovanni Antonio Orsini del Balzo che ricambiò, mantenendosi  fedele alla regina o, meglio, neutrale. Giovanna II, mentre Napoli era assediata dalla flotta angioina, proclamò suo erede Alfonso, re d’Aragona e di Sicilia. La guerra tra Aragonesi ed Angioini cominciava a mostrare il suo vero volto, di lotta tra Francia e Spagna per il predominio dell’Italia. Le vicende sono abbastanza note: Alfonso d’Aragona ebbe la meglio sugli Angioini, ma poi Giovanna II, complici molti baroni e cortigiani, revocò l’adozione e dichiarò suo legittimo erede Luigi III d’Angiò, con il consenso del papa. Il principe di Taranto, molto corteggiato e potente quanto bastava per decidere delle sorti del conflitto, era investito da Giovanna di molti privilegi e molte università, soggette all’Orsini, videro diminuite le loro collette erariali. L’esenzione delle collette dovute all’erario non era, in verità, un fatto nuovo.

Mesagne ebbe grazie anche all’intercessione della sua signora, Maria d’Enghien, l’esenzione delle collette dovute, dal momento che il continuo stato di guerra aveva provocato sciagure e danni incalcolabili e le continue epidemie di peste e di altre malattie infettive avevano decimato la popolazione. C’erano anche motivi di opportunità politica in queste decisioni in apparenza così munifiche in quanto la popolazione si sarebbe mantenuta fedele ad una regina così comprensiva. Ma Giovanni Antonio era scaltro e in quanto a furbizia e capacità politica, superava il padre. Non prese posizione o, meglio, fece i passi giusti per aumentare il suo già grande potere. Assicurò costantemente il Caracciolo, gran siniscalco e favorito della regina, della sua devozione, ma evitò accuratamente di prendere posizioni chiare e decise che potessero danneggiarlo agli occhi del vincitore. Del resto non si può biasimarlo dal momento che il principato era stato da poco riconquistato ed entrambi i contendenti probabilmente gli piacevano poco. Seguiva, invece, una sua accorta e, talvolta, spregiudicata politica personale, con il solo intento di sistemare le cose interne al principato e di allargarlo a danno di nuovi ed antichi avversari e tra questi ultimi, soprattutto, i Sanseverino. Infatti con Luigi Sanseverino, conte di Nardò, partigiano di Giovanna, venne allo scontro. Il regno era nell’anarchia più totale e la regina Giovanna II era sempre più incapace di guidarne le sorti. Le città si sollevavano e i baroni soffiavano sul fuoco. È a questo punto che prese piede una congiura di baroni per favorire e preparare il terreno a re Alfonso e il cui centro motore fu a Taranto. Ancora una volta, però, Giovanna II, ormai in preda alla confusione più assoluta, revocò l’adozione di Luigi III e riadottò Alfonso. Fu a questo punto che Giovanni Antonio Orsini del Balzo tolse ogni indugio e mostrò le sue preferenze per il re aragonese, ma senza scendere in campo, come invece avrebbe voluto re Alfonso, in appoggio ai baroni ribelli alla regina Giovanna. Giovanni Antonio, ancora una volta, aveva visto giusto, tanto è vero che gli avvenimenti, per l’intervento di papa Eugenio IV, volsero a sfavore dell’aragonese. Il potente principe di Taranto restò, allora, senza protettore ma la regina Giovanna II, con accorta politica, lo riavvicinò alla corte incaricandolo di sedare la ribellione dei Sanseverino, cosa che l’Orsini fece fin troppo bene e all’ordine della regina di fermarsi e di restituire le terre tolte, rifiutò, ben sapendo che questo avrebbe provocato la guerra. Al comando del condottiero Caldora, un esercito angioino, nell’estate del 1434, invase la Puglia. A dar man forte arrivò anche Luigi III.

Giovanni Antonio Orsini e Maria d’Enghien, con figli, nipoti e gran parte della loro corte si asserragliarono in Taranto, mentre il principato era invaso e molte città occupate. Taranto fu cinta di assedio. Ma non era impresa facile prendere la città dei due mari, sia perché dotata di imponenti opere di fortificazione e sia perché lo spirito battagliero dei sudditi di Giovanni Antonio era al massimo per la presenza della loro amatissima signora. Fu allora che le soldatesche angioine si diedero a saccheggiare i territori e le città del principato, ad eccezione di Altamura, Minervino, Lecce, Gallipoli, Ugento e i castelli di Oria e Brindisi, i quali erano troppo ben fortificati. La guerra non durò a lungo. Luigi III, malato, abbandonava l’impresa quasi subito, per morire poi nel novembre del 1434 a Cosenza e il Caldora, su invito della regina Giovanna, si ritirò a Bari, lasciando il comando a due suoi capitani, Menicuccio Camponesco ed Onorato Gaetani. Giovanni Antonio Orsini, durante un inverno rigidissimo, raccolti molti uomini in armi, sgominò i due nemici e liberò gran parte del principato, mentre molte università si sollevarono contro gli angioni. I danni subiti dalle città e dalle campagne salentine, a causa delle devastazioni delle soldatesche, erano enormi e a ciò si aggiunse la peste che, da tempo e periodicamente, decimava uomini ed animali. Inoltre in quegli anni piogge torrenziali avevano allagato gran parte della campagne già devastate dalle continue guerre. Il risultato fu la distruzione dei già miseri raccolti e la fame per gran parte della popolazione. Il 2 febbraio 1435 la regina Giovanna II moriva. Lasciava un regno nel caos, conteso da Francesi ed Aragonesi, indebolito da una casta baronale miope e violenta. Con lei aveva termine la dinastia dei Durazzo, iniziata da Carlo I centosettanta anni prima (1266). Giovanni Antonio Orsini, nelle grazie di re Alfonso d’Aragona, approfittò della morte della regina per riprendersi  con le armi le terre perdute. Attaccò e prese Nardò, sino ad allora in mano a Tommaso Sanseverino, conte di Tricarico. Alla testa del suo esercito ed armi alla mano, si riprese Galatone, Copertino, Leverano, Veglie ed Avetrana. Sempre nello stesso anno, il 1435,  rioccupò Oria ed iniziò a percorrere in lungo e largo gran parte della Puglia, con l’intenzione di prendere Bari al Caldora. La prima preoccupazione di Giovanni Antonio, forte dell’appoggio di Alfonso I e di molti armati al suo comando, fu, quindi, quella di rioccupare le terre perdute. Molte città, innalzando la bandiera aragonese e quella dell’Orsini, gli aprivano le porte, evitando, così, eventuali rappresaglie, che il potente e feroce principe non mancò di attuare nei confronti dei suoi nemici o sospetti tali. Le vicende successive videro il papa schierato contro Alfonso, avverso al quale inviò, alla testa di un esercito il cardinale Vitelleschi, il quale batté in battaglia l’Orsini, che fu pure imprigionato. La cosa destò non poca meraviglia e qualche dubbio.

Comunque sia Giovanni Antonio, pur giurando fedeltà alla Chiesa, non tradì Alfonso e non volse le sue armi contro quello che lui avvertiva sarebbe divenuto il nuovo re.  Alfonso d’Aragona, mettendo fine ad un periodo torbido, durato quasi un secolo, espugnò Napoli nel 1442, unificò il regno, ricevette, l’anno dopo, l’investitura da papa Eugenio IV ed assunse il titolo di Alfonso I, e fu detto il Magnanimo. Volle migliorare l’amministrazione del regno e iniziò lo svecchiamento delle strutture feudali, sia politiche che culturali e tanto più anacronistiche se rapportate alle grandi Signorie del resto dell’Italia alle quali, in particolare quella medicea, si rifaceva. Questa politica avrebbe, prima o poi, portato allo scontro con i feudatari e, in particolare, con il più potente di essi, il principe di Taranto, il quale, però, nel frattempo era favorito dal re per gli ottimi servigi resi.  Tra le prime decisioni prese dal nuovo re ci fu quella di confermare e di premiare il suo potente e fedele feudatario, il principe di Taranto, che fu fatto gran connestabile del regno, cioè comandante dell’esercito, e consigliere del re. Fu questo il periodo di maggiore splendore e di massima potenza raggiunti dal principato e dalla contea di Lecce e, durante tutto questo periodo, Maria d’Enghien  fu partecipe e protagonista delle imprese del figlio, così come un tempo lo era stata di quelle di Raimondo, suo marito. Fu protagonista in quanto, in particolare durante il regno della cognata Giovanna II, fu direttamente interessata nei suoi possedimenti degli avvenimenti e dovette non poco fare affidamento alla sua diplomazia e al suo prestigio, grande proprio nella sua contea della quale era, come dice il Profilo, signora, per coadiuvare e, diciamo così, puntellare, il lavoro del figlio. Maria ebbe la fortuna di sopravvivere alla dissoluta cognata e, probabilmente, visse il periodo più bello della sua vita, amata dai suoi sudditi, ai quali non mancava di concedere privilegi, esenzioni e franchigie di ogni sorta.

Durante il periodo in cui Giovanni Antonio fu prigioniero dei Genovesi, dopo la sconfitta di Ponza, Maria d’Enghien resse le sorti sia del principato di Taranto che della contea di Lecce, anzi, durante i momenti di crisi fu sicuramente lei, donna pacifica ma coraggiosa e tenace, a rappresentare il punto di riferimento delle popolazioni salentine. Durante la sua lunga esistenza, sopravvisse alla figlia Caterina, moglie del francese Tristano Chiaromonte, conte di Copertino, spodestati entrambi dalla signoria della loro città dal Sanseverino. La città fu poi riconquistata da Giovanni Antonio nel 1438. La figlia di Caterina e Tristano, Isabella, andò in sposa al figlio di Alfonso I, Ferrante o Ferdinando d’Aragona, divenendo così regina di Napoli, grazie anche ai buoni uffizi dello zio Giovanni Antonio che, in maniera interessata, vide di buon occhio tale matrimonio. Isabella ebbe doti e carattere simili alla nonna materna e, sicuramente, giocò un ruolo notevole nel comporre i frequenti attriti tra il marito, re Ferdinando, e lo zio, Giovanni Antonio. Giovanni Antonio Orsini del Balzo finì strangolato o soffocato in Altamura il 15 novembre 1463, all’età di sessantadue anni. A questo assassinio non sarebbe stato estraneo proprio il nipote, re Ferdinando I. Con Giovanni Antonio Orsini del Balzo ebbe termine il principato di Taranto, non avendo questi eredi maschi. Scompariva quello strano, ma importante per il nostro Salento, “regno nel regno” e al suo posto nasceva un governatorato, strettamente in mano alla corona, in questo caso in mano al secondogenito del re, il futuro re Federico d’Aragona che, quasi ci fosse una continuità dinastica, sposerà la figlia di Giovanni Antonio Orsini, Isabella. Non a caso ho definito “importante” il regno di Maria d’Enghien e del figlio Giovanni Antonio Orsini perché grazie a loro e all’indipendenza da Napoli, il Salento cominciò, nel corso del Quattrocento, ad uscire da un lungo medioevo, vissuto in stretto contatto con l’Oriente bizantino, entrando a far parte della storia e della cultura dell’Europa occidentale.

Marcello Ignone


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