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Giovanni Messe (1883-1968)


di
Marcello Ignone

Il futuro maresciallo d’Italia nacque a Mesagne il 10 dicembre 1883. Suo padre, Oronzo, era scrivano presso il panificio Semeraro e sua madre, Filomena Argentieri, era filatrice. La loro modesta abitazione era ubicata al n.12 di via Lavare, antica denominazione dell’attuale via Federico II Svevo. Il giovane Messe, dopo aver svolto umili lavori e dal momento che la terra natia non offriva molto, decise di partire volontario per la vita militare a soli diciott’anni, nel 1901. Fu assegnato al Plotone Allievi Sergenti del 45° Fanteria. Sei mesi dopo ricopriva il grado di caporale ed il 30 settembre del 1902 fu promosso caporale maggiore. Divenne sergente il 30 giugno 1903 e il 2 luglio fu assegnato al 5° fanteria. Il 5 settembre 1903, inquadrato nel Reparto Misto, si imbarcò a Napoli per la Cina, dove la rivolta nazionalista dei Boxer minacciava le legazioni straniere. Messe rimase in Cina, a difesa della legazione italiana, fino al 27 aprile 1905, quando si reimbarcò a Takù, sul mar Giallo. Il 31 dicembre di quell’anno fu nominato sergente furiere sempre nel 5° Fanteria. Il 1° gennaio 1907 fu promosso sergente maggiore ed il 31 dicembre maresciallo di compagnia.

Nel 1908, con il grado di maresciallo di 3ª classe, partecipò al concorso per l’ammissione al corso speciale per sottufficiali allievi presso la scuola militare di Modena. Si collocò al primo posto fra trecento candidati. Ne uscì due anni dopo, nel settembre del 1910, con il grado di sottotenente e fu assegnato all’84° Fanteria. Nel settembre del 1911 l’Italia dichiarò guerra alla Turchia ed inviò un Corpo di spedizione in terra africana per occupare la Libia. Il 9 ottobre Messe partì da Napoli diretto in Tripolitania. Il reggimento di Messe partecipò al combattimento di Sciara-Zanja, presso Tripoli, guadagnandosi una medaglia d’oro e Messe ottenne, successivamente, una decorazione al valore. Dopo un anno fu però costretto a rientrare in Italia per curarsi una malattia. Il 17 settembre fu promosso tenente ed un mese dopo ripartì per la Libia, dove fu assegnato al 3° Battaglione dell’84° Fanteria. Fu promosso capitano nel novembre del 1915 e fu per due anni al comando di una compagnia. Lasciò la Libia alla fine del 1916. Giunto in Italia fu subito destinato al fronte, nelle file del 57° Fanteria. Messe partecipò a molte battaglie e gran parte del suo futuro prestigio di soldato fu conquistato durante il primo conflitto sui campi di battaglia.

Nell’agosto 1917 assunse interinalmente il comando di un battaglione, guadagnandosi la seconda decorazione al valore. Nell’ottobre ricevette una terza decorazione al valore ed il 12 dello stesso mese fu ferito in combattimento. Ricevette la promozione a maggiore nell’ospedale di Udine. Il 24 ottobre 1917 l’Italia si trovò ad affrontare, a Caporetto, lo sfondamento causato dall’attacco austro - tedesco che minacciò di dilagare nella pianura padana. Per evitare l’accerchiamento le truppe italiane dovettero ritirarsi. Il 27 ottobre Messe fu trasferito all’ospedale di Milano. Rientrò in servizio a fine novembre ed il 3 dicembre riprese il comando del battaglione. Nel gennaio 1918 assunse il comando del IX Reparto d’assalto della 18ª Divisione. Il Comando supremo dell’esercito italiano aveva fatto tesoro dell’esperienza di tante dure battaglie. I tedeschi, al comando del giovane tenente Erwin Rommel (il generale della seconda guerra mondiale), avevano messo in crisi quattro divisioni italiane grazie all’adozione di una nuova tecnica. Grosse pattuglie si infiltravano nelle linee italiane, approfittando del cattivo tempo ed attaccavano alle spalle i reparti schierati a difesa ed abituati ad avere il nemico di fronte. Fu, allora, costituito il corpo degli “arditi”, reparti scelti d’assalto ed addestrati ad una simile guerra, fatta di rapide incursioni  e senza il rispetto di tecniche militari antiquate che erano costate al nostro esercito migliaia di morti. Messe, con il suo reparto d’assalto, nel maggio-giugno del 1918, si guadagnò un’altra decorazione al valore a Grazigna. Nella battaglia del Solstizio, o seconda battaglia del Piave (una delle più sanguinose di tutta la Grande Guerra), impiegato con il suo battaglione di “Fiamme nere” nella zona di Col Moschin ad incalzare da vicino le retroguardie austro-ungariche, si meritò una prestigiosa decorazione: la Croce dell’Ordine Militare di Savoia.

Il 24 giugno, nella zona di Monte Asolone, si distinse in valore con i suoi arditi (spesso il combattimento era all’arma bianca) al punto da meritare un’altra decorazione. Il nostro esercito rimase praticamente inattivo per tutta l’estate del 1918. Si preparò un piano offensivo in grande stile perché si intendeva sconfiggere definitivamente gli austriaci, prima di un armistizio non desiderato con il nemico ancora sul territorio italiano. L’esercito italiano in meno di un mese abbandonò le posizioni difensive e mosse all’attacco di quelle nemiche del Grappa, cui seguì l’attacco principale alle linee austriache del Piave, davanti al Montello. Il 24 ottobre (un anno dopo Caporetto) scattò l’offensiva italiana, ma l’attacco italiano non poté effettuarsi per la piena del fiume. La battaglia si sviluppò sul Grappa e gli italiani impegnarono il grosso delle forze austriache del fronte settentrionale.

Il 29 ottobre Messe fu ferito ad una gamba da una bomba a mano e ricoverato in ospedale. Il 25 novembre, a guerra finita, fu inviato in convalescenza. Riprese servizio il 9 gennaio del 1919. Nel marzo successivo il suo reparto d’assalto fu sciolto ed egli fu assegnato al deposito di Padova. Il 13 maggio 1919 fu promosso tenente colonnello per meriti di guerra. Nel luglio successivo è assegnato al 1° Fanteria e promosso, ad agosto, comandante del reparto Arditi del Corpo d’armata della capitale, in forza al Deposito del 2° bersaglieri di stanza a Trastevere. Qui il tenente colonnello Messe incaricò un giovanissimo bersagliere di organizzare delle recite con i soldati. Quel giovane soldato che saldava i conti con la patria era Eduardo De Filippo! Il grande attore napoletano, non ancora ventenne, era abbastanza conosciuto, recitava da tempo ed aveva addirittura il privilegio della “serata d’onore”. Messe lo incaricò “di organizzare delle recite con i soldati” e lo stesso Eduardo, anni dopo, racconterà: «Scelsi gli elementi più adatti e mi misi al lavoro. I risultati furono eccellenti. Ogni sabato i bersaglieri rinunciavano alla libera uscita per assistere allo spettacolo dei loro commilitoni, opportunamente guidati e coadiuvati dallo stesso Eduardo e da sua sorella Titina.

Messe, destinato nel giugno del 1920 al 1° Reggimento d’assalto, si imbarca il 14 dello stesso mese a Brindisi per l’Albania e sbarca nel porto di Valona il giorno seguente. Qui si guadagna un’altra decorazione al valore. A causa di una malattia rimpatria in Italia ed è ricoverato il 27 giugno nell’ospedale di Francavilla Fontana. Nel settembre è assegnato al 2° Reggimento bersaglieri del quale comanderà, uno dopo l’altro, i tre battaglioni, nell’ordine IV, XVIII e II. Il 7 aprile 1921 si sposa con Maria Antonietta Venezze. Dal matrimonio nasceranno due figli: Filomena e Gianfranco. Nel luglio del ’21 è nominato giudice supplente del Tribunale Militare speciale di Roma, ufficio che conserva fino al 5 aprile del ’23, quando è promosso aiutante di campo effettivo di re Vittorio Emanuele III. Ricopre la carica per quattro anni ed al termine è nominato aiutante di campo onorario del re. Il 1° maggio 1927 è assegnato al 9° Bersaglieri in qualità di comandante facente funzione ed il 27 novembre è promosso colonnello e diviene comandante effettivo del reggimento.

Dopo otto anni, il 16 settembre 1935, lascia il comando del reggimento ed è posto a disposizione del Ministero della Guerra. Il 20 ottobre è incaricato del comando della III Brigata Celere di stanza a Verona. Ne diviene il comandante effettivo il 1° gennaio successivo, all’atto della promozione a generale di brigata. Il 26 febbraio del ’36 parte da Napoli per l’Eritrea, dove giunge il 4 marzo. Il 22 febbraio è nominato vice comandante della Cosseria e partecipa alle fasi finali della conquista dell’Etiopia (ottobre 1935 – maggio 1936). Rientra in Italia nel settembre e due mesi dopo è destinato all’Ispettorato delle truppe celeri. Il 1° aprile 1938 è comandante facente funzioni della III Divisione Celere “Principe Amedeo Duca d’Aosta” di Verona. Il 30 luglio successivo è promosso al grado di generale di divisione e ne diviene comandante effettivo. Nell’aprile del ’39 è nominato vice comandante del Corpo di spedizione in Albania e partecipa alle operazioni per la conquista del Paese delle aquile al comando della divisione “Centauro”. Durante queste operazioni ottiene l’ottava decorazione al valore.

La conquista dell’Albania “fu una passeggiata” ma rivelò «la miserevole condizione dell’esercito». Mussolini non tenne in nessun conto il rapporto del maresciallo Badoglio che poneva in rilievo gli errori compiuti durante la conquista, in particolare durante lo sbarco. Nel maggio del ’40 è destinato al comando interinale del Corpo d’armata Celere e nel novembre è di nuovo in Albania, dove viene nominato comandante del Corpo d’armata speciale e partecipa, dal dicembre all’aprile del ’41, alla «sciagurata campagna di Grecia». Durante questa campagna Messe ottiene la promozione a generale di corpo d’armata per “merito di guerra” con la seguente motivazione: «assunto in critica situazione il comando di una grande unità già duramente provata, riusciva a centuplicare le forze e la volontà ed a troncare così l’azione irruente del nemico proteso alla conquista di una delle più importanti basi marittime d’Albania. Organizzava quindi in breve una solida barriera difensiva, sulla quale il suo Corpo d’Armata esaltato dal suo esempio e dalle sue virtù incitatrici di capo, resisteva incrollabilmente ai rabbiosi, replicati attacchi dell’avversario. Dopo aver gradualmente troncato ogni capacità reattiva, balzava poi alla controffensiva, premendo ed inseguendo il nemico fino alla sua totale dissoluzione».

La Grecia però non era l’Albania e l’esercito greco si batté con coraggio e determinazione ed alla fine il prestigio di Mussolini e del comando militare italiano risultò profondamente scosso. I tedeschi si resero conto che l’alleato italiano, ancora fermo alle esperienze della prima guerra mondiale, non era in grado di affrontare autonomamente una guerra. Anche Messe dovette cominciare a nutrire simili dubbi. In verità un tentativo di riforma del vecchio ordinamento dell’esercito italiano c’era stato con il generale Baistrocchi, il quale aveva tentato di creare un esercito moderno, fatto di unità bene armate e, soprattutto mobili. Baistrocchi fu però destituito e tra i motivi ci fu anche la sua opposizione alla partecipazione dell’Italia alla guerra civile spagnola. Fu sostituito con il generale Pariani che volle ad ogni costo creare le cosiddette “divisioni binarie”, in pratica una brigata rinforzata con un reggimento di artiglieri. Le nostre divisioni rimasero inferiori come dimensioni rispetto a quelle di altri eserciti, senza riserve e, quindi, impossibilitate a manovrare in profondità. Ci si preoccupò, soprattutto, di mobilitare tutte le divisioni possibili in termini di quantità, ma senza dotarle di mezzi adeguati alla guerra moderna. Per Pariani sarebbero state sufficienti, in mancanza o penuria dei materiali, le sole “forze morali”. In queste condizioni l’Italia si avviò a combattere una guerra nuova, per la quale era impreparata, ma anche demotivata e con scarsa o nessuna simpatia per l’alleato tedesco, che ispirava, ad ogni livello, più timore che fiducia.

Fu così che entrammo in guerra , «senza una idea chiara di quello che dovevamo fare, con poco denaro, senza materie prime e con scarsezza di viveri, con forze armate strutturalmente inadatte alla guerra mediterranea, con esercito scosso da inopportune riforme, non addestrato ed armato in modo scarso ed arcaico» (MESSE, Come finì la guerra in Africa, Milano 1946). Se già le nostre forze armate erano “strutturalmente inadatte alla guerra mediterranea”, figuriamoci per una guerra tra colossi condotta in steppe sterminate e con temperature polari. Eppure si volle a tutti i costi l’intervento, a fianco dei tedeschi, nell’immensità delle steppe sovietiche. L’esercito italiano si accorse subito, dal semplice soldato al Comandante del Corpo di spedizione, che l’impresa era a dir poco folle, non solo inadeguata a causa dell’armamento piuttosto arcaico, ma anche per l’enorme differenza che v’era nel modo di condurre la guerra e nella mentalità dell’alleato tedesco. Anche la popolazione russa ed ucraina fu subito tratta a fare le debite differenze: il soldato italiano, in genere, non si macchiò di delitti e fu visto, perciò, senza particolare odio dalla popolazione, pur restando, comunque, un invasore da combattere.

Nel giugno del 1941 Messe rientrava in Italia e a Padova, sede del comando del Corpo d’Armata Speciale, riceve, la notte del 13 luglio, l’ordine telefonico di sostituire il generale Francesco Zingales, comandante del Corpo d’Armata autotrasportabile, ammalatosi durante il trasferimento in Russia. Così Messe si trovò a sostituire Zingales nel comando del Corpo di spedizione italiano in Russia. Il CSIR era formato da 3.000 ufficiali e 58.000 soldati, in tutto 62.000 uomini con 5.500 automezzi di ogni genere. Messe non ci mise molto a capire che il termine autotrasportabile era semplicemente un eufemismo che, se non fosse stata una tragedia immane, oseremmo definire ridicolo. Infatti mentre metà del Corpo di spedizione avanzava velocemente, l’altra metà lo seguiva a piedi, per centinai di chilometri, creando in mezzo un pauroso vuoto, con i magazzini, i depositi di munizioni, gli ospedali e le officine fermi per la scarsezza dei mezzi di trasporto. Il CSIR, secondo gli ordini del nuovo capo di S.M., generale Cavallero, avrebbe dovuto essere utilizzato in modo unitario, ma era praticamente impossibile mantenere unite le diverse divisioni che procedevano a “motorizzazione alternata”. Di questo Messe si rese conto, ma il suo potere decisionale era limitato dal fatto che il CSIR era incorporato nella I Armata tedesca. Nonostante la penuria di mezzi, in particolare di carri armati pesanti e di cannoni anticarro più potenti, i nostri soldati si comportarono, diciamo così, onorevolmente, se vi può essere onore nel combattere ed uccidere.

Il 15 settembre il CSIR al completo, ed era la prima volta, partecipava alla grande offensiva che aveva come obiettivo Kiev e l’accerchiamento delle forze sovietiche che la difendevano. Lo stesso Messe definì la battaglia come la «manovra di Petrikowka», alla fine della quale furono catturati ottomila soldati sovietici (MESSE, La guerra sul fronte russo, Milano 1947). Nel novembre i nostri soldati entravano a Stalino e a Gorlovka, ma il sopraggiungere del rigido inverno russo, determinò un arresto delle attività belliche. Messe, in una lettera a Cavallero, lamentava la scarsità di viveri e di vestiario, specialmente di scarpe. Solo alcuni reggimenti, per iniziativa personale dei loro comandanti, avevano i valenkij, gli stivali di feltro, in dotazione all’esercito sovietico, che facevano respirare il piede e consentivano al sangue di circolare; tutti gli altri avevano scarponi in cuoio e suola di gomma regolamentari, che si riveleranno una trappola. Messe, per far fronte a questa disastrosa situazione, fece acquistare in Ungheria e in Romania vestiario invernale. Fu, comunque, una misura insufficiente: il CSIR ha oltre 3.000 casi di congelamento. La strategia dello spazio con l’aiuto del “generale inverno” attuata dai sovietici aveva avuto di nuovo successo, prima con Napoleone ora con le armate nazifasciste. Hitler ha ora un disperato bisogno di uomini e mezzi e, perciò, accetta la sciagurata proposta di Mussolini di aumentare il contingente italiano ed elevarlo ad armata. Il fronte è senza confine e il territorio che le armate tedesche si lasciano alle spalle è immenso e deve costantemente essere presidiato. È preda tedesca e da esso i tedeschi traggono tutto quello che possono. Degli alleati non hanno fiducia, specialmente degli italiani che socializzano troppo con la popolazione locale.

I tedeschi premono e Mussolini non sa dire di no. Né Cavallero a Mussolini. Nasce così l’ARMIR, l’armata italiana in Russia, già in progetto da mesi. Altre divisioni male armate e poco equipaggiate, sono inviate nell’inferno russo, a morte certa. Le relazioni, i consigli ed i moniti di Messe, come quello di modificare gli automezzi per adattarli al clima polare, non sono presi in considerazione. La decisione dello Stato Maggiore di inviare sul campo di battaglia automezzi dipinti in giallo-verde, visibilissimi nella steppa innevata, ha del surreale ed è, per i nostri soldati, tragica. Il comando dell’armata è affidato al generale Gariboldi. È quasi certamente una manovra di Cavallero per bloccare Messe «che cominciava a crescere troppo nella considerazione del Duce e del Paese». Ma altri tre generali (Dalmazzo, Caracciolo e Gariboldi) sono più anziani e secondo il criterio dell’anzianità vigente nell’esercito italiano, hanno la precedenza sul generale mesagnese che, scoperto quello che si intende fare, si reca a Roma, parla con Mussolini e gli spiega che è un suicidio inviare in Russia un’armata senza mezzi, senza carri armati ed automezzi idonei. Ma Mussolini ha già deciso e per il Duce «al tavolo della pace peseranno assai più i 200.000 dell’ARMIR che i 60.000 del CSIR».

Nasce l’VIII armata italiana (ARMIR) e il CSIR, il 3 giugno 1942, riprende il suo precedente nome, 35° corpo d’armata. Altre sette divisioni arrivano dall’Italia per far parte dell’armata. Il 35° corpo d’armata (ex CSIR) è adesso aggregato alla XVII armata tedesca. Il 23 settembre Messe scrive a Gariboldi, dopo molte richieste verbali, e chiede di essere sostituito nel comando. In precedenza, e precisamente il 31 agosto, aveva avanzato la stessa richiesta a Mussolini. Il motivo è puramente personale: tra Messe e Gariboldi non c’è intesa né fiducia e i rapporti non sono dei migliori, con grave pregiudizio per la condotta della guerra. Due giorni dopo la richiesta è accolta e Messe rientra in Italia il 1° novembre. Il 30 novembre riceve la promozione a generale d’armata «per meriti di guerra». Al comando del CSIR aveva in precedenza guadagnato la croce di commendatore dell’ordine militare di Savoia e ben due croci di guerra tedesche. A metà dicembre riceve un’altra decorazione germanica. Gli uomini e il materiale inviati in Russia sarebbero stati utilissimi in Africa settentrionale, dove gli eserciti dell’Asse erano sul punto di capitolare perché allo stremo delle forze dal momento che di fronte avevano avversari di gran lunga superiori in numero, equipaggiamento ed armamento.

Cavallero, un bravo generale più preoccupato però delle beghe politiche romane che dei problemi militari, designa Messe quale comandante dell’armata in Tunisia. Questa designazione, comunicata il 21 gennaio 1943, parve a Messe, secondo quanto scrisse Ciano, «un colpo mancino tiratogli da Cavallero per sbarazzarsene, poiché anch’egli deve essere convinto che in Tunisia non ci sono per noi possibilità di sorta e vuole che Messe, in una partita disperata, perda la sua reputazione e magari finisca in un campo di prigionia» (CIANO, Diario 1939-43, Milano 1946). Una conferma indiretta si può avere dal colloquio, presente Cavallero, che Messe ebbe con Mussolini il 23 gennaio a palazzo Venezia. Il Duce disse a Messe che avrebbe trovato un esercito ancora in buone condizioni, con armi e mezzi sufficienti. Messe fece presente che a lui risultava una situazione diversa, specialmente riguardo agli automezzi, alla cui deficienza era da attribuire la perdita delle divisioni di fanteria durante la ritirata. Cavallero restò in silenzio: evidentemente, a dire dello stesso Messe, aveva male informato Mussolini al ritorno del suo recente viaggio in Tripolitania o, peggio, il Duce non voleva arrendersi di fronte all’evidenza ed ostentava ottimismo. Una decisione sensata, tra l’altro logica per chiunque, avrebbe fatto risparmiare all’Italia molti lutti. Mussolini, però, era ormai preda di un forte stato confusionale, al punto che pretese da Messe, e quindi dalle truppe italiane in Africa, una resistenza ad oltranza, almeno sino all’autunno inoltrato, e ciò per evitare uno sbarco angloamericano sul suolo italiano, ancora una volta sottovalutando le forze avversarie e, in particolare, la capacità bellica degli americani.

Messe raggiunse l’ultimo fronte dove ancora si resisteva, il 31 gennaio 1943, assumendo il comando della I armata, composta da quattro divisioni di fanteria italiane e due tedesche, oltre a ciò che restava del D.A.K. di Rommel ed altre forze minori, per un totale di poco più ci centomila uomini. Ma anche in Africa la partita era ormai chiusa, nonostante alcuni favorevoli contrattacchi e la costituzione di una testa di ponte in Tunisia. Anche per lo stesso Rommel «rimanere più a lungo in Africa è un vero suicidio». Lo dice a Mussolini il 9 marzo ed il giorno dopo ad Hitler. È tutto inutile e l’abile generale tedesco viene esonerato. Gli alleati premono, americani, inglesi e francesi dall’Algeria e l’VIII armata inglese dalla Libia. Messe, che difendeva con la sua armata il fronte sud, resiste bene sino al 10 maggio, poi si ritira. L’11 maggio si combatte ancora accanitamente, ma è un sacrificio inutile perché «l’enorme sproporzione delle forze ed il progressivo esaurimento delle munizioni di artiglieria, lasciano prevedere che la resistenza non potrà protrarsi a lungo» (MESSE, op. cit.).

Il 12 maggio Mussolini comunica a Messe: siccome «gli scopi della resistenza possono considerarsi raggiunti, lascio V.E. libera accettare onorevole resa». La sera stessa Messe è promosso Maresciallo d’Italia. Il giorno dopo Messe e ciò che resta della I armata sono fatti prigionieri. Messe, prigioniero degli inglesi, è trasferito in Inghilterra. Il 5 settembre l’Italia firma a Cassibile, in Sicilia, l’armistizio, reso noto l’8 settembre. La guerra, nell’ultimo periodo conosciuta in Italia a causa dei bombardamenti ma sino ad allora quasi estranea agli italiani eccetto che per coloro che avevano congiunti al fronte, si trasferisce rovinosamente sul nostro suolo. Hitler ha da tempo pronto il piano “Alarico”, cioè l’invasione ed occupazione dell’Italia. La resistenza sulla penisola italiana serviva ad evitare che la guerra giungesse sul territorio tedesco. Mussolini, precedentemente arrestato, era liberato al Gran sasso da paracadutisti tedeschi e, una volta libero, costituì la Repubblica di Salò. Al Sud occupato dagli angloamericani, operava il governo Badoglio. Messe è rimpatriato il 18 novembre 1943 e si pone subito al servizio del governo di Badoglio. È nominato capo di stato maggiore generale e ricoprirà tale carica sino al 1° maggio del 1945.

Il 27 marzo 1947 è collocato nella riserva, dopo 46 anni di servizio militare e dopo aver percorso tutti i gradi possibili, da soldato semplice a capo di stato maggiore generale. Alla fine della sua carriera militare, poteva vantare quattro promozioni per meriti di guerra, quattro decorazioni dell’ordine militare di Savoia, tre medaglie d’argento, una medaglia di bronzo, due croci di guerra al valor militare, quattro croci al merito di guerra. Era stato tre volte ferito in combattimento durante la prima guerra mondiale e aveva sostenuto, nel corso della sua lunga carriera, 19 campagne di guerra. Successivamente, si dedicò all’attività politica, divenendo anche scrittore di cose militari. Pubblicò due volumi di memorie: Come finì la guerra in Africa (Milano, Rizzoli 1946) e La guerra al fronte russo (id., 1947), rare eccezioni nel panorama della cosiddetta «memorialistica difensiva… di livello quasi sempre inqualificabile per disinvoltura e faziosità», in quanto i suoi libri sono «limitati alle onorevoli esperienze di comando dell’autore» (ROCHAT, Seconda guerra mondiale, in Storia d’Italia, Firenze 1978, vol. II). Nel 1953 è eletto senatore indipendente nelle liste della Democrazia Cristiana nel collegio di Brindisi. In seguito è eletto deputato nelle liste monarchiche e, successivamente, in quelle liberali (1963). Nel pieno clima della guerra fredda, nel marzo del 1955, insieme ad altri esponenti del combattentismo, tra cui dodici medaglie d’oro, aveva fondato l’Unione Combattenti d’Italia, con carattere spiccatamente anticomunista e ne aveva assunto la presidenza. «I due pilastri fondamentali», come li definì in suo discorso al Teatro Lirico di Milano il 4 dicembre 1955, erano la concordia e il patriottismo. Le polemiche che ne scaturirono furono roventi (MESSE, Il combattentismo nella vita politica italiana, Roma 1956).

A ben vedere la fondazione dell’UCI, con gli obiettivi che si proponeva, ad oltre un decennio dalla fine del secondo conflitto, ma nel pieno della Guerra fredda, anche alla luce di quanto sta emergendo dagli archivi americani, disegnano un quadro abbastanza fosco che pone non pochi interrogativi non del tutto chiariti. Messe era a conoscenza della proposta avanzata da Montanelli nel 1954, durante il governo Scelba, all’ambasciatrice americana in Italia, Clare Boothe Luce, di creare una organizzazione segreta anticomunista con il compito di fiancheggiare eventuali golpisti? Montanelli intende offrire a Messe la guida dell’organizzazione terroristica, fa il nome del maresciallo nelle lettere che invia a Clara Luce. Le lettere sono state ritrovate negli archivi della Library of Congress di Washington dallo studioso italiano Mario Del Pero e pubblicate recentemente dal periodico “Italia contemporanea”, organo dell’Istituto Nazionale del movimento di liberazione. In esse Montanelli fa presente che il maresciallo Messe era il più adatto per un simile compito, a differenza di altri, perché era «uno dei pochi generali usciti dalla guerra con onore». È logico supporre che la proposta di porre Messe a capo dell’associazione dei «100mila bastonatori» di comunisti sia stata avanzata da Montanelli o dopo che questi ne aveva parlato con Messe, e che quindi avrà conosciuto il progetto, oppure, ammesso fosse un’idea del giornalista, quest’ultimo era sicuro della risposta positiva del generale, tanto da proporlo a capo dell’associazione segreta, sia per il suo provato anticomunismo che per il prestigio di cui godeva negli ambienti militari e di destra.

L’ultimo maresciallo d’Italia moriva a Roma il 18 dicembre 1968. Fu uno dei «generali della dittatura», estratti da Mussolini «dai quadri dell’esercito regio che nell’ottobre del ’22 lo avevano portato al potere secondo il disegno della monarchia e della casta militare» (BUCCIANTE); giocò un ruolo non di secondo piano nel nostro Paese nel periodo delle due guerre ed oltre; fu un militare e un politico abbastanza famoso e controverso, ancora, come abbiamo visto, tutto da studiare e scoprire alla luce degli avvenimenti che lo videro protagonista di questo «secolo breve».


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