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Francesco Muscogiuri (1851-1919)




 
di
Marcello Ignone

Muscogiuri fu discepolo di Francesco De Sanctis, che lo volle Capo di Gabinetto del Segretario generale al Ministero della Pubblica Istruzione nel 1880, quando il grande critico letterario era ministro. In precedenza, ed esattamente nel 1875, era stato a Roma, chiamato dall’allora ministro Bonghi, per classificare i libri della Biblioteca “Vittorio Emanuele”. Francesco Muscogiuri nacque a Mesagne l’11 gennaio 1851 (il padre era di Torre S. Susanna e la madre di Mesagne), compì i suoi primi studi a Brindisi, successivamente frequentò il liceo “Palmieri” di Lecce, senza, però, conseguire la licenza liceale. Si trasferì, quindi, a Napoli, dove frequentò, tra il 1870 ed il 1874, la facoltà di Lettere, laureandosi. Intraprese, l’anno dopo, la carriera di professore. Insegnò nel ginnasio di Nicosia, nel licelo “Campanella” di Reggio Calabria, al “Palmieri” di Lecce, al liceo di Chieti, al “Genovesi” di Napoli, nella scuola Fonseca-Pimental e nel liceo di Padova. Nel 1889 fu eletto membro effettivo della Giunta Provinciale Amministrativa di Lecce, provocando non poco scalpore per le posizioni che spesso assunse contro i provvedimenti della G.P.A. stessa. Nel 1890 fu nominato delegato scolastico del mandamento di Mesagne e nel 1893 Ispettore onorario per i Monumenti e Scavi, carica che tenne sino al 1913. Nel 1894 gli fu conferito il titolo di Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia e, nel 1900, divenne Ufficiale dello stesso Ordine. Nel 1903 fu incaricato, presso la Biblioteca dell’Università di Napoli, di compilare un catalogo speciale delle opere riguardanti gli studi danteschi. La compilazione del catalogo lo tenne occupato sino al 1906. Dal 1907 al 1910 fu comandato a prestare servizio presso il Ministero della Pubblica Istruzione. Dopo un’altra breve parentesi d’insegnamento, chiese di essere collocato a riposo. Nel 1912 si ritirò in pensione e si trasferì definitivamente nella sua Mesagne, dove, in precedenza, ed esattamente nel 1882, si era sposato e dove aveva anche ricoperto la carica di Sindaco f.f. per due volte, dal 30.11.1893 al 19.7.1894 e dal 5.12.1894 al 16.1.1895.

In qualità di amministratore si distinse, come del resto aveva fatto in seno alla G.P.A., per correttezza e capacità amministrativa. Promosse opere di pubblica utilità, quali la trasformazione della palude Scarano in Villa Comunale, lo spostamento della colonna votiva della Madonna del Carmine, da piazza Municipio (l’attuale piazza IV Novembre) al Largo Scarano (l’attuale Villa Comunale). Fece costruire tre cisterne pubbliche per alleviare, almeno in parte, il problema dell’approvvigionamento idrico. Infine completò il Teatro Comunale. Presidente della Congregazione della Carità, si dimise per incompatibilità con la carica di sindaco, dalla quale si dimise per incompatibilità con la carica di Delegato Scolastico, almeno queste furono le motivazioni ufficiali. Il Consiglio Comunale respinse le dimissioni, ma il Muscogiuri fu irremovibile e allora si dimise da assessore effettivo e, quindi, da sindaco facente funzioni. Il 6 aprile 1919 morì l’amata moglie, Rosina Profilo. Il 3 dicembre dello stesso anno morì anche il nostro Muscogiuri. Aveva 68 anni. Non lasciò eredi e, perciò, volle destinare gran parte dei suoi beni alla Congregazione di Carità, non smentendo la sua famosa generosità. Volle, altresì, destinare la sua biblioteca alle scuole elementari di Mesagne, “a scopo di lettura e di studio per insegnanti e alunni”. Tale biblioteca comprendeva in origine oltre 1500 volumi e nel 1986, ciò che restava dei volumi, passò alla biblioteca comunale “Granafei”. Muscogiuri fu autore di molte opere di critica letteraria, tra le quali ricordiamo:

  • Note letterarie (Lecce 1877);
  • Il Cenacolo (Roma 1878);
  • Wolfango Goethe ed il Faust (Roma 1883);
  • Di alcuni caratteri meno popolari della Divina Commedia (Firenze 1889);
  • Catulliane (Firenze 1889);
  • Teodoro Körner (Firenze 1891);
  • Due donne del primo impero (Napoli 1903).

Pubblicò, tra il 1873 e il 1902, anche numerosi articoli su varie riviste, quali Nuova Antologia, Rivista Europea (sotto la direzione del De Gubernatis), Gazzettino Letterario di Lecce, Natura ed Arte, Nuova Rassegna, Hesperia e molte altre. Studi, conferenze e traduzioni dal latino e dal tedesco, completano la figura intellettuale di Muscogiuri, che fu uomo di vasta cultura, anche se è considerato un critico minore. Per invitare a riflettere sulla figura di questo letterato mesagnese, si riporta un episodio, pubblicato dallo stesso Muscogiuri su Natura ed Arte nel 1893, nel contesto di un più vasto saggio biografico su Francesco De Sanctis, morto dieci anni prima, nel 1883. Un amico del Muscogiuri presentò al grande critico irpino, alcuni articoli del giovane intellettuale mesagnese apparsi sul Pungolo, scritti in occasione della traslazione delle ceneri di Ugo Foscolo da Londra a Firenze. Muscogiuri aveva appena vent’anni, ma la sua prosa era “tutta lampi e epifonemi”. Il De Sanctis lesse gli articoli a scuola. Disse che l’autore aveva “un’eccellente attitudine alla critica” e volle conoscerlo. Ma il Muscogiuri era assente, e solo la sera seppe del desiderio del maestro. Andò a trovarlo a casa per ringraziarlo del benevolo giudizio.

Il De Sanctis fu cordiale e lo intrattenne su molti argomenti. Poi gli disse:
-  Perché non vi iscrivete alla facoltà di filosofia e lettere?

Muscogiuri, arrossendo e chinando il capo, rispose mortificato:
-  Non posso. Non ho la licenza liceale. Sono stato riprovato in una materia, il greco.
-  Male, caro mio. Avete dunque una decisa avversione per le lingue!
-  Non credo, perché so il francese, il latino ed il tedesco.

Il De Sanctis sgranò gli occhi dubbioso e soggiunse:
-  Spero non sia una jattanza.
-  Provi, professore.
-  E sia. Ecco qui un giornale tedesco arrivatomi ieri. Vi è un articolo che parla di me; traducete.

Il Muscogiuri tradusse con tanta perizia che il De Sanctis ne fu meravigliato. Lo stesso fece con un’ode di Catullo.
-  Traducete. È la prova del fuoco!

Ma il giovane Muscogiuri se la cavò molto bene e il De Sanctis, stringendogli la mano, esclamò:
-  Bravo! Se vi manca la licenza, vuol dire che ne farete di meno. Io non ho nessun titolo, e non pertanto…
-  Ma per lei è diverso – osservò umilmente il giovane mesagnese.
-  Andate, andate, caro, e non temete. Venite a trovarmi spesso, e frequentate la mia scuola. Penserò io al resto.

Da quel momento il Muscogiuri fu tra i più assidui e diletti discepoli del De Sanctis.

Dall’elenco precedente si può notare che l’ultima pubblicazione del Muscogiuri è “Due donne del primo impero”, lavoro già compiuto nel 1902  e poi pubblicato l’anno seguente. Ben sedici anni prima della morte, Muscogiuri aveva, quindi, esaurito la sua vena di scrittore e critico? In un appunto manoscritto dello stesso Muscogiuri si legge: «Ma, o forse per eccesso di lavoro – poiché egli ebbe costante il sentimento del dovere nel disimpegno del suo ufficio, come si rileva dalle relazioni annuali dei presidi dei licei di Chieti e di Napoli e da una deliberazione del Collegio dei professori del Liceo “Genovesi” – o per cagioni, nel gennaio del 1902 egli si ammalò gravemente, e fu costretto, per consiglio dei professori Fazio e Cappozzi, a chiedere l’aspettativa per motivi di salute». Successivamente, e precisamente nel novembre del 1902, Muscogiuri fu richiamato in servizio, ma di fatto non riprese più l’insegnamento attivo e nonostante fosse titolate di lettere italiane nei licei, fu comandato a prestare servizio dapprima presso la Biblioteca dell’Università di Napoli e, dopo, presso la Biblioteca di S. Pietro in Maiella, sempre a Napoli. Successivamente “fu chiamato in missione presso il Ministero della Pubblica Istruzione”. Si rileva, infatti, dallo stesso appunto manoscritto, che «il Muscogiuri non può tornare all’insegnamento senza il pericolo di vedere rovinata per sempre la sua salute ancora cagionevole». Alla luce di gravi motivi di salute, quindi, si spiega la fine delle pubblicazioni nel 1902, a soli 51 anni.

Questi motivi di salute, comunque, non impedirono al Muscogiuri, una volta a Mesagne, di dedicarsi all’attività politica. Per conoscere il suo pensiero politico è sufficiente riportare alcune notizie apparse su alcuni giornali del tempo. Il 6 novembre 1892 dovevano svolgersi le elezioni generali per il Parlamento. Va detto che dalla nascita dello Stato unitario i governi succedutisi avevano avuto tutti vita più o meno breve e mentre il Muscogiuri scrive, al governo c’era, dal maggio 1892, il Giolitti che aveva preso il posto del di Rudinì e vi rimarrà sino al novembre del 1893, quando sarà sostituito dal Crispi.  I nomi dei candidati per il collegio di Brindisi erano quelli di Monticelli, Capece–Minutolo, Saturnino Chiaia e del nostro Muscogiuri. Da “Il Corriere meridionale” del 25 settembre 1892 (Anno I – n. 25) si apprende che Monticelli e Capece-Minutolo avevano già accettato la candidatura, mentre gli altri due non avevano ancora dichiarato pubblicamente le loro decisioni in merito. Da una lettera del Muscogiuri al Corriere”, pubblicata il 29 settembre successivo, si apprendono le ragioni del rifiuto di candidarsi al Parlamento. Ecco il testo della lettera pubblicata da “Il Corriere Meridionale” di Lecce il 29.9.1892:

LA PROSSIMA LOTTA POLITICA NEL COLLEGIO DI BRINDISI
Riceviamo e pubblichiamo:
Mesagne, 27 sett. 1892

Caro Bernardini,
mi domandi se, fra tante affermazioni e smentite, sono o non sono un candidato. Veramente prima che queste elezioni prendessero l’aspetto di traffico nel disprezzo di qualsiasi idea le avevo [manifestato] il proposito di porre la mia candidatura nel collegio di Brindisi. Mi confortavano nell’alto fine la maggior parte dei miei concittadini e molte persone ragguardevoli e amici di Brindisi, di Latiano e del mandamento di Salice. Mi ho dovuto ritrarmi dalla lotta, non so se più attonito o disgustato. Disgustato di vedere un Ministero, che pur non avendo dato al paese alcuna prova di sapienza politica ed essendosi mostrato abile solo nell’agguato parlamentare, chiede alla Nazione impoverita una Camera servile, un branco di giannizzeri, che uniformino ai suoi ignoti disegni; disgustato da dividere una fungaia di candidati moderati progressisti e radicali, che affratellati nella dolce ambizione di salire, si naturalizzano ministeriali e intonano una peana al governo; attonito infine di sapere che gli elettori di questa mia diletta provincia, già fieri e indipendenti, non si piegano più, come un tempo, alla forza della ragione ma alla ragione della forza. E così via. Io volendo rimanere qual ero, né sapendo accomodarmi alla circostanza, mi ritraggo dalla lotta, e fo voti che anche questa putrefazione, come dice il De Cesare, ridondi a fortuna della patria. E poiché dopo questa mia dichiarazione, che pubblicherai nel Corriere, il silenzio si farà sul mio nome, permetti che io rilevi una frase che, comparsa la prima volta nella Tribuna, ha fatto il giro di molti giornali. Han detto che io sono moderato intransigente. Ecco: se moderato vuol dire non avere più fede nelle vane e tumultuarie riforme politiche, e averne invece molta nella risurrezione di un partito che dette Roma all’Italia e la prosperità alla Nazione, e che superando infinite difficoltà politiche e finanziarie e trovando nella indipendenza diplomatica, l’isolamento non già, ma la considerazione delle grandi potenze d’Europa, lasciò lo Stato ordinato all’interno e rispettato all’estero – sono moderato, e me ne tengo. Ma se si chiamano radicali coloro che invocano semplificazione degli ordinamenti amministrativi, il ritiro delle truppe dall’Africa sterile e fatale, il distacco dalle potenze centrali e la politica delle mani libere, la riduzione delle spese militari e il miglioramento delle oneste classi lavoratrici sotto l’impero di una legislazione democratica, sapiente e progressiva – sono per questo verso un radicale anch’io, meno clamoroso forse dei radicali di professione, ma non meno fervido e sincero di essi. Questo sono e questo penso. A quei molti o pochi elettori del mio collegio che conoscono già, e apprezzano questi intendimenti, e che avrebbero onorato il mio nome del loro suffragio, tanto più nobile e solenne quanto meno sollecitato ed imposto, rendo grazie vivissime. Possono essi mandare al Parlamento un uomo che sappia interpretare i voti e i dolori di queste contrade, alle quali il governo nega il pensiero, la fortuna, il sorriso e Iddio la pietà.
Ti stringo cordialmente la man
 aff.mo   Francesco Muscogiuri

A questa lettera del Muscogiuri fece seguito un articolo molto critico, a firma di Raffaele De Cesare, pubblicato da “Il Corriere” il 2 ottobre. Si può comprendere il pensiero politico del Muscogiuri anche dalle deliberazioni consiliari del periodo in cui fu, appunto, consigliere comunale e sindaco, oltre che dalla corrispondenza e dagli articoli. Una deliberazione consiliare è particolarmente indicativa, non solo del suo pensiero politico ma soprattutto dei sentimenti di solidarietà che egli nutrì verso le classi sociali meno abbienti. Il 7.11.1893 si discusse animosamente, in seno al Consiglio Comunale di Mesagne, sulla proposta del Muscogiuri di elevare il tetto massimo della tassa “focatico” a lire 300 e, nel contempo, di esonerare dalla stessa tutti coloro che non figuravano nei ruoli delle imposte dirette. Il sindaco di allora, Antonio Profilo (lo storiografo), espose le difficoltà pratiche a cui si sarebbe andarti incontro accettando la proposta del Muscogiuri: non far pagare le tasse a tutti i non iscritti nei ruoli delle imposte dirette, avrebbe comportato un danno molto grave per l’erario comunale, a causa della perdita di 3 o 4 mila lire per effetto dell’esonero. E poi la difficoltà di chiedere ed ottenere l’autorizzazione reale per l’elevazione della tassa “focatico” era non di poco conto. Se poi pochissimi non iscritti nei ruoli delle imposte dirette avevano prestato reclamo, era, per il Profilo, segno che c’era stata assuefazione alla tassa, e perciò era ritenuta giusta.

Muscogiuri, nel suo intervento, ritenne che il Profilo avesse voluto fare della “rettorica”, in quanto se il sindaco avesse consultato i ruoli presso l’esattore, avrebbe rilevato che tutti i proletari, pur trovandosi riportati per due lire nel ruolo “focatico”, ne pagavano in effetti quattro di lire, con le multe e le spese, e ciò stava a dimostrare che alle scadenze la povera gente era impossibilitata a pagare. Il Nostro affermò allora che era fin troppo evidente e “non bisognevole di ulteriori dimostrazioni che la sua proposta si basasse su ragioni vere di equità e giustizia per le classi lavoratrici”. Ricordò che la percentuale imponibile per la tassa focatico era oscillante da un minimo di lire 0,90 ad un massimo di lire 1 per cento gravante sul lavoro, cosicché il limite massimo imponibile colpiva il reddito di appena diecimila lire, mentre coloro che possedevano un reddito superiore finivano per essere colpiti con una percentuale di molto inferiore a quella che gravava sul lavoro. Chiese se ciò fosse giusto e se rispondesse ai canoni della democrazia fiscale, che vuole che le imposte siano pagate in proporzione da chi più possiede. Rammentò, inoltre, che simile principio fu da poco bandito dal Presidente del Consiglio dei Ministri e ricordò, ancora una volta, che la sua proposta era basata sulla ragione che chi più ha più deve pagare e sul ricordo, dimenticato troppo presto dal sindaco, del brutto inverno (invernata infame) che le classi lavoratrici avevano dovuto affrontare. Richiamò alla memoria le inaudite sofferenze subite dal popolo nell’inverno precedente; rammentò che tutte le tasse (da quella sugli animali da tiro ai dazi sul consumo) gravavano sui proletari, i quali finivano così per sopportare i maggiori aggravi dello Stato e del Comune. Ribatté l’argomento dell’Amministrazione Comunale, che paventava la perdita di duemila lire accettando la proposta, osservando a tal proposito che alla perdita si sarebbe facilmente trovato rimedio, ma se anche così non fosse stato, non era, in definitiva una perdita importante, anzi era “irrisoria” ed in più l’accettazione della proposta avrebbe impedito un palese atto di ingiustizia contro le classi lavoratrici, “fonte della nostra ricchezza”.

Sperò, quindi, che giustizia fosse fatta per ragioni di equità e diritto oltre che per un atto di solidarietà concreta verso i poveri e si riservò, in sede di bilancio, di dimostrare che il Comune non avrebbe perso una sola lira una volta che la sua proposta fosse stata accettata (dalla deliberazione n. 66 del 7.11.1893). Dopo gli interventi di alcuni consiglieri comunali, il Muscogiuri presentò la seguente proposta: «Il Consiglio convinto che la tassa focatico com’è ora ripartita, non risponde ad equità e si risolve in danno delle classi povere, delibera di elevare il massimo della tassa focatico a lire trecento, esonerando dal pagamento della stessa tutte le famiglie che non figurano sui ruoli delle imposte dirette o che tali imposte non paghino, salvo notoria agiatezza». La proposta del Muscogiuri fu messa ai voti per appello nominale ed approvata. Nel Consiglio Comunale del 10.11.1893 si discussero le dimissioni da sindaco di Antonio Profilo, fatte pervenire l’8 novembre, e di quattro assessori componenti la Giunta. Le dimissioni erano motivate da impegni dei diretti interessati. Il Muscogiuri, durante la seduta, disse che tali dimissioni erano dovute sia alla crisi che era sorta all’interno della Giunta dopo l’aumento, che lui aveva proposto, del massimo della tassa focatico, e questo aumento riguardava solo alcune famiglie di Mesagne, che ad una interrogazione presentata dal dott. Cavaliere su certi “comportamenti” della Giunta Municipale (deliberazione n. 67 del 7.11.1893). Nonostante tutto, però, l’intero Consiglio Comunale, tra cui lo stesso Muscogiuri, pregò i dimissionari di soprassedere. Furono concesse 24 ore di tempo per la risposta, che giunse negativa. Il 12.11.1893, con deliberazione n.71, il Muscogiuri fu eletto assessore effettivo, insieme al dott. Cavaliere, per sostituire due degli assessori dimissionari, mentre in una seduta successiva furono surrogati gli altri due assessori dimissionari e il Muscogiuri, divenuto assessore anziano a causa della sua maggiore età sul Cavaliere, divenne presidente del Consiglio Comunale e, dal 5.12.1893 (deliberazione n. 75), Sindaco facente funzioni. Egli stesso ebbe subito a precisare che la Giunta era in carica per sentimento di dovere e che la stessa era speranzosa di poter affidare subito l’amministrazione della cosa pubblica “a mani più esperte”.


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