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Giovanni Rini (1836-1919)


di
Angelo Catarozzolo

Un palazzo in degrado in piazza IV Novembre, una fondazione benefica nota solo agli "addetti ai lavori", è quanto restava fino a pochi anni fa della munificenza di un nobiluomo mesagnese, il cav. Giovanni Rini. Finalmente su quell'edificio restaurato è stata posta una lapide con il suo nome e l'Opera, da lui voluta a sostegno delle fanciulle rimaste orfane, è stata ripresa con attività sociali consone al volontariato del nostro tempo, grazie all'attuale consiglio di amministrazione. Ma della figura di Giovanni Rini manca un riferimento documentale che vada oltre i beni patrimoniali legati all'istituzione umanitaria e gli scarni dati anagrafici. Unico documento nel quale si possa cercare di "leggere" la sua personalità è il testamento istitutivo dell' «Ente Rini-Scazzeri». Un suo profilo biografico si può delineare dallo spirito che pervade le articolate disposizioni testamentarie, dalle quali emerge indubbiamente la delicatezza dei sentimenti del suo nobile animo verso le creature provate dalla privazione degli affetti più cari e perciò esposte ai rischi e ai pericoli di una possibile emarginazione. Il suo gesto di attenzione umanitaria verso i minori è mirabile testimonianza cristiana di grande attualità, considerando quanto accade oggi nei confronti proprio di fanciulli e adolescenti.

Giovanni Rini, nacque a Mesagne l'11 settembre 1836 da Giuseppe e Teresa Piccinni. Al fonte battesimale ricevette i nomi di Giovanni Battista Antonio. La scheda anagrafica municipale annota: "Cavaliere della Corona d'Italia". Le ricerche sino ad ora effettuate sulla sua personalità non hanno dato alcun utile risultato, e né ci sarebbe una sua fotografia, se le nipoti - le signorine Caterina e Raffaella Scazzeri - non l'avessero offerta. A loro, poi, va un particolare ringraziamento per il dono del bass9rllievo marmoreo dell'artista mesagnese Cesare Marino, ora collocato nella sede dell'Ente. Egli, dunque, gentiluomo mesagnese, emerse per censo e condizione sociale e si distinse per la nobiltà più vera, quella del cuore. Ebbe palpiti di paterna tenerezza per le fanciulle, provate dalla carenza degli affetti domestici, e pensò di accoglierle nella propria casa istituendo l'«Orfanotrofio de' coniugi Rini e Scazzeri» (Testamento redatto il 4 maggio 1915).

Dotato di sani principi morali, indicò la finalità dell'opera "per l'educazione cattolica e civile delle orfanelle", da istruire con la scuola primaria e professionale, e fornirle di dote, sedi buona condotta. Riscosse profonda stima per l'esemplarità dei costumi e semplicità di vita; breve e significativa, dunque, è la dedica nel ricordino di morte: "Dagli onesti rimpianto". Avvertì con coscienza civica il senso dello Stato nell'Italia risorgimentale e democratica, e nell'atto costitutivo dell'opera fece chiaro riferimento alle istituzioni ecclesiastiche e civili. Scelse tuttavia il regime dell'autonomia per la fondazione, così come precisa nel testamento: "L'Istituto sarà Ente morale autonomo, soggetto alle disposizioni del Codice civile e delle leggi ecclesiastiche; ma assolutamente indipendente dalla Legge sulle Opere pie (IPAB) e da quelle affini, sia presenti che future”.

Fu cattolico convinto e coerente, come si evince dalla scelta dell'indirizzo educativo da dare alle convittrici: volle che la loro formazione fosse affidata alle suore della carità, cui affidava la direzione dell'Istituto, e riservò la presidenza e la sorveglianza all'Arcivescovo di Brindisi. La configurazione giuridico-cattolica dell'Ente viene confermata dalla clausola: "se si tenterà di mutare l'indirizzo cattolico o di sopprimerlo, il patrimonio passerà al Romano Pontefice che nomino fin da ora erede". Sposo affettuoso, lasciò alla consorte la completa fruizione del patrimonio dell'Istituto “vita natural durante”, e la piena proprietà degli altri beni. Onorò i vincoli parentali, disponendo un vitalizio per la sorella Concetta e costituì legati di benefici spirituali per i genitori, per i fratelli Gaetano, Saverio, Adelaide, oltre che per sé e per la moglie. Manifestò ancora amore per la cultura e "legò a favore della Biblioteca «Ugo Granafei» l'intera libreria contenuta in due scaffali con la targa: Libreria Cav. Giovanni Rini". Le numerose citazioni, attinte dalle volontà espresse dal testatore, offrono, dunque, una possibile lettura della personalità di Giovanni Rini, del culto che egli ebbe per i valori umani e cristiani, intrisi di fede e di morale, di giustizia e di solidarietà.

Morì il 29 aprile 1919. La fondazione eretta Ente Morale con Regio Decreto del 20 Novembre 1931 n. 1717 ed iscritta al Registro delle Persone giuridiche al Tribunale di Brindisi il 24 febbraio 1989, n. 155, fu resa autonoma, secondo il suo desiderio, con il decreto di privatizzazione della Regione Puglia del 22 aprile 1992, n. 99. Compagna della sua vita fu la nobildonna brindisina Raffaella Scazzeri, figlia di Gaetano e di Anna Mugnozza, nata il 3 settembre 1863 e deceduta in Mesagne il 15ottobre 1951. Di lei, tumulata nella tomba di famiglia, sulla lapide cimiteriale, tuttora esistente é stato scritto: "Unico scopo della sua lunga vita fu fare del bene e vi riuscì". Il culto del focolare domestico vissuto nella comunione sponsale accrebbe la sensibilità di Giovanni Rini verso i minori provati dalle sofferenze della vita, a causa della privazione dei genitori.

Qualche anno prima di tale ultimo atto giuridico tuttavia è iniziato un faticoso lavoro a tutela del patrimonio dell'Ente con il recupero di beni immobili in città e di fondi rustici, destinati al degrado. Prima che all'incedere del tempo, tuttavia, per tutelare il patrimonio dell'Ente si dovette fare fronte all'assalto degli uomini che, nei primi decenni del secolo, poco oltre la morte del benefattore, tentarono di far annullare alcune volontà del defunto e di svilire quindi l'intero suo atto di ultima volontà (cfr. deliberazione n. 23 della Congregazione di Carità del 16 aprile 1925, nella trascrizione di Antonio Pasimeni).


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