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Speciale sul Maresciallo d'Italia Giovanni Messe



 

 

La rinascita delle pietre e la restaurazione delle coscienze

con questa frase, che accompagnava una lunga riflessione di Marcello Ignone, esordimmo qualche anno addietro quando RADICI fece capolino sul sito internet. Questa frase la riproponiamo oggi come segno di continuità di questo Istituto, che ha registrato qualche cambiamento negli sforzi di chi «deve tirare il carretto», non certo nelle intenzioni o nei programmi. Nel corso di questi anni di vita assieme “RADICI” , abbiamo più volte approfondito alcune tematiche con l’intento di suscitare tra i lettori un dibattito o stimolare la loro sensibilità. Sarebbe inutile elencarle tutte, ma su due di esse ritorniamo con piacere perché ci sembrano di estrema attualità per alimentare il dibattito in corso. Sul numero 9/10 di ottobre del 2002 lanciammo, l’iniziativa «Un euro per Muro Tenente», una cifra simbolica – una provocazione, se vogliamo - che doveva focalizzare l’attenzione verso quest’area archeologica che rischiava, e rischia ancora oggi, di essere nuovamente ricoperta da una coltre di terra in attesa di un probabile progetto di recupero per la realizzazione di un parco archeologico.

La nostra era una semplice provocazione: non chiedevamo, infatti, il versamento di nessuna somma. Invitavamo, piuttosto, i lettori ad esprimere il loro parere sulla opportunità o meno di rendere partecipi di questo ambizioso progetto i privati cittadini e le realtà imprenditoriali presenti sul territorio. Eravamo, e siamo convinti, che da sola l’Amministrazione comunale non sia in grado di far fronte, da sola, alla realizzazione di quel progetto. Suggerivamo anche la costituzione di una fondazione che, gestendo euro pubblici e privati, accomunasse un capitale che scommettesse sulla cultura. Il nostro invito è rimasto circoscritto a quella provocazione, raccolta certamente in maniera sbagliata da parte di quanti hanno detto: «Un euro, d’accordo, ma prima chi ha amministrato nel corso di questi decenni faccia un “mea culpa”». Siamo convinti che non sono i «mea culpa» (o soltanto quelli) che fanno andare avanti un progetto e così quel sogno ha registrato solo qualche entusiasmo e molto apprezzamento da parte di amici. Tra questi, proprio il prof. Gert Burgers, che approvò l’iniziativa e ci incoraggiò a proseguire sulla stessa strada. Oggi registriamo una sensibilità differente anche attraverso l’impegno manifestato dall’assessore alla Cultura, prof. Luigi Argentieri, il quale senza mezzi termini, lancia un grido d’allarme affinché Muro Tenente non ricada nell’oblio dei ricordi. Egli sostiene che si è di fronte una fase importante, perché Mesagne non perda l’opportunità di gestire quest’area destinata a parco archeologico. Quindi, con la speranza che i tempi siano maturi, auspichiamo che in questo dibattito vengano coinvolti tutti: Istituzioni politiche, espressioni culturali presenti sul territorio, i singoli cittadini, perché non vada vanificato quanto sin qui fatto, non si perda questo luogo della memoria che raccoglie le nostre RADICI.

L’altro punto su cui ritorniamo a parlare è la figura di un nostro illustre concittadino, sul quale il dibattito è sempre aperto: il Maresciallo d’Italia Giovanni Messe. Di lui abbiamo più volte discusso su queste pagine: ritenevamo giusto che se ne parlasse, soprattutto per capire quali fossero le ragioni che hanno suscitato polemiche da parte di molti concittadini nei confronti di Messe. Giovanni Messe è figura di notevole spessore nella storia d’Italia e dopo lunghi anni di silenzio - da quando cioè l’Amministrazione comunale dell’epoca promosse la costruzione di un monumento a questo figlio di Mesagne - di lui non si è più parlato per circa trent’anni sino a quando questo Istituto, in occasione del 40° Raduno Nazionale dei Bersaglieri svoltosi a Brindisi nel maggio del 1992 si fece promotore di un convegno per commemorare, nell’ambito di quella manifestazione, Giovanni Messe. Il 7 maggio di quell’anno, nell’aula magna dell’Istituto tecnico commerciale «Einaudi», si svolse una partecipata manifestazione alla quale presero parte il Gen. C.A. a R. Giambartolomei, componente dell’Istituto Studi e Ricerche della Soc. di Storia Militare, il prof. Donato Rinaldi, presidente regionale dell’Associazione Nazionale Bersaglieri e il prof. Marcello Ignone, presidente dell’Istituto Culturale Storia e Territorio. Nell’occasione si diede alle stampe un’agile monografia sul personaggio. Successivamente sono venuti nuovi contributi, sino a giungere al convegno promosso dall’Amministrazione comunale (ottobre del 2000) ed alla successiva pubblicazione degli atti (febbraio 2004), nei quali, con sommo rammarico, vanno constatate lacune che hanno impedito un efficace contribuito a fugare dubbi e polemiche sulla persona. Quella emersa è una storia a metà: lo si legge tra le righe degli interventi; lo si intuisce nelle scelte operate a monte da chi ha promosso l’evento. «Intelligenti pauca»: Messe non è morto in battaglia, ma a casa sua e piuttosto avanti negli anni. E dunque, perchè approfondirne la figura sotto l’aspetto della carriera militare, della quale tutti gli riconoscono il proprio valore, e non scandagliare la sua attività politica attraverso la lettura degli atti parlamentari?

Sono infatti tanti gli interrogativi, che non hanno trovato risposta durante i lavori del convengo e che avrebbero meritato attenzione perché lasciarono spazio alle polemiche da parte degli avversari politici. Fu Messe capace di scrollarsi di dosso gli anni del regime? Seppe integrare la sua attività parlamentare nella vita democratica della nuova Repubblica? Quale considerazione ebbero i componenti del C.L.N. nei suoi confronti? Il dubbio più inconfessabile è che quello svolto sia una sorta di «processo», meglio dire di una «istruttoria» non conclusa con una sentenza, che evidentemente riguarda la collocazione del busto di bronzo, lì dove l’Amministrazione di quegli anni aveva deciso di collocarla e cioè nel Piazzale San Michele Arcangelo. Utilizzando il lessico dei processi del periodo intermedio e leggendo le risultanze scritte (gli atti del convegno), si potrebbe dire che nemmeno l’«inquisitio» è stata completata. Al di là del giudizio politico-culturale che spetta agli amministratori circa la «vexata questio» del busto, un giudizio strettamente culturale ci sia consentito. Anzi, un’esortazione: si continui ad approfondire l’argomento, magari spendendo anche meno fondi per la ricerca, ma puntando sulla «passione» dei ricercatori. Non è detto, infatti, che un libro costoso sia sempre un buon libro e che un onorario con i massimi tabellari applicati, sia il risultato di un’efficace e scrupolosa condotta del professionista che lo richiede.


La presentazione degli atti del convegno sul generale Giovanni Messe ha visto a margine dell’iniziativa un’interessante mostra documentaria sul generale Giovanni Messe, ultimo Maresciallo d’Italia, allestita dalla Biblioteca comunale «U. Granafei» di Mesagne.
 

La raccolta di atti e documenti è stata ospitata nel torrione del castello Normanno-Svevo ed è stata visitata da diverse centinaia di persone e scolaresche. La documentazione raccolta fa parte del costituendo «Fondo Messe» a disposizione nella Biblioteca comunale. «Ci siamo impegnati a riempire il vuoto di informazione che c’era», ha spiegato il direttore della Biblioteca, Domenico Urgesi, il quale ha precisato: «Infatti, della grande produzione pubblicista di Messe, nella Biblioteca comunale c’era soltanto “La mia Armata in Tunisia”, edizioni Rizzoli 1960. Abbiamo cercato di rintracciare sul mercato librario pubblicazioni e documenti che riguardassero Messe o le vicende in cui egli svolse un ruolo importante. Cosa non facile perché sono piuttosto rari e ricercati dai bibliofili». Tuttavia, nella mostra ha fatto bella vista un ordine del giorno diramato da Messe il 9 maggio 1942 al momento della conclusione delle operazioni del Csir mentre del settimanale “Oggi” è presente «L’inchiesta sui dispersi in Russia» pubblicata nel 1950 e «L’Italia e gli alleati dall’8 settembre al 25 aprile». Ed ancora pubblicazioni come «Centomila gavette di ghiaccio», «Come firmai l’armistizio di Cassabile» e tanti altri manifesti e prime pagine di quotidiani. Dal generale Boscardi è stata donata una collana sulla guerra di liberazione mentre il generale Aldo Giambartolomei ha dato in dono alcune riviste storiche, che parlano del generale Giovanni Messe. Ed ancora il signor Paolo Resta ha offerto alcune relazioni stilate dallo stesso Messe sulla campagna di Russia e di Tunisia. Hanno fatto bella mostra anche dei manifesti elettorali che promuovevano l’elezione a senatore di Messe. Infine, nella mostra sono state esposte diverse tavole a colori, ricavate dalle copertine della “Domenica del Corriere”, riguardanti episodi della prima e della seconda guerra mondiale. In una di esse, quella del 21 luglio 1918, è raffigurato l’allora maggiore Messe che sorregge un morente portabandiera del IX reparto di Arditi. Il soldato muore gridando «Forza Arditi. Viva l’Italia».

(t. cav.)


Gli Atti del convegno Messe. Noterelle su divulgazione e metodo storico.

Illustrerò brevemente l’aspetto formale del libro, che rappresenta l’obiettivo di rivivere oggi un periodo cruciale del primo Novecento, come se fossimo contemporanei di quegli avvenimenti, accompagnando quei quarant’anni con le immagini più significative. Abbiamo tenuto presente quanto lo storico André Marrou scriveva nell’opera La conoscenza storica (Il Mulino, 1975, pp.88-89): «[…]la conoscenza dell’altro può esistere soltanto se io mi sforzo di andargli incontro; dimenticando per un momento la mia persona, uscendo da me per chinarmi su di lui […] sì, l’incontro con l’altro suppone, esige che noi “lasciamo in sospeso”, chiudiamo tra parentesi, dimentichiamo per un momento ciò che siamo, per aprirci su di lui». È evidente come questo metodo valga anche nella vita quotidiana, nella capacità di saper ascoltare gli altri; e qui si chiama empatia.

Il concetto era già stato espresso da Benedetto Croce, che pur riferendosi ad altri problemi storici, affermava: «[…] quel problema è così legato al mio essere come… la storia di un amore che sto coltivando o di un pericolo che m’incombe; ed io lo indago con la medesima ansia, sono travagliato dalla medesima coscienza d’infelicità, finché non riesco a risolverlo» (Teoria e storia della storiografia, Laterza, 1948, p.5). In questo senso, per il grande filosofo, «ogni vera storia è storia contemporanea» (ivi, p.4). Bisogna però dire che a volte lo studioso si “innamora”, per così dire, del personaggio indagato. A mio parere l’antidoto a questo rischio sta nel mantenersi bene a distanza dal soggetto, sia con il semplice esercizio mentale di autocritica, sia contestualizzando il soggetto nel fiume degli avvenimenti a lui contemporanei. Questo è il substrato inconfessato (ma confessabile, come vediamo!) degli Atti del convegno Messe. In poche parole, l’aspetto formale del libro di cui stiamo parlando non è altro che l’applicazione di questi principî.

L’idea-base è stata quella di scegliere delle immagini emblematiche. Primo problema: esistono immagini emblematiche? Se cerchiamo delle immagini emblematiche del secondo Novecento oppure di oggi, dico di dieci o di venti anni fa, avremmo certamente delle difficoltà. Così non si può dire della prima metà del Novecento, specialmente dei primi decenni, quando il veicolo principale di informazione, e anche di propaganda ideologica, era il settimanale, e tra tutti i settimanali, il più diffuso era «La Domenica del Corriere». Achille Beltrame per oltre quarant’anni ne disegnò le copertine, cogliendo su di esse gli aspetti più significativi della vita economica, politica, militare, di costume, della società a lui contemporanea.

La magnifica immagine utilizzata nella copertina di questo libro sta sull’ultima pagina della «Domenica del Corriere» del 21 luglio 1918. È la prima immagine pubblica di Giovanni Messe, quella che lo consacra come un eroe, già noto per aver realizzato importanti azioni di guerra con i suoi Arditi. Altra copertina non meno importante è quella del maggio 1915: è la dichiarazione di guerra all’Austria proclamata da Vittorio Emanuele III davanti ad una sterminata folla romana; altrettanto quella del 20 settembre 1917, che raffigura una grandiosa manifestazione patriottica di una folla milanese. In un’altra copertina Beltrame raffigurava gli Arditi, il primo settembre del 1918, in una parata che vedeva assieme all’Italia la Francia, gli Stati Uniti, l’Inghilterra, nazioni che meno di venti anni dopo sarebbero diventate nemiche. Tra le tante tavole di Beltrame, queste mi sono sembrate emblematiche della mentalità popolare durante la grande guerra, quella che fu intesa come la 4a guerra di indipendenza.

Oggi può sembrare strano che quelle copertine potessero avere l’importanza che noi, sulla scia di illustri studiosi, gli abbiamo attribuito; ma, pensiamoci un attimo: 80-100 anni fa non c’era la televisione, non c’era il cinema; ma c’è di più, l’analfabetismo era enorme. Ecco perché una copertina come quella di Beltrame era molto più incisiva di 100 articoli ben scritti ed argomentati. E oggi, che siamo bombardati da migliaia di immagini, non siamo in grado di ricordarne una che rappresenti un decennio! Ciò testimonia che le immagini, che quotidianamente ci vengono propinate, sono prive di un senso di continuità: il loro scopo si esaurisce nell’immediatezza. Le copertine di Beltrame invece erano un programma, un messaggio dai vasti contenuti, come quella del 27 luglio 1941, che raffigura la partenza festante dei soldati italiani per la Russia o quella del 7 dic. 1941, che ci fa rivivere i primi rigori dell’inverno russo. Abbiamo completato le tavole a colori con un riferimento al ruolo svolto dai bersaglieri e, per ultima, abbiamo riprodotto la copertina del 15 novembre 1942, quella del commiato di Messe dai suoi soldati in Russia. Il settimanale non lo dice, ma oggi sappiamo che Messe lasciò quel comando dietro sua richiesta, per i suoi forti contrasti di carattere strategico e tattico con i tedeschi, prima che col gen. Gariboldi. Ma non finiscono qui le tavole a colori; le tav. 5,6,7 e 8 rappresentano alcuni combattenti vittime delle guerre fasciste, ai quali fu attribuita la medaglia d’oro al valor militare, e due di essi venivano dal territorio brindisino. Purtroppo ho scoperto solo a libro stampato che tra i tanti militari che morirono combattendo, invece, a fianco degli angloamericani, ve ne fu uno di Manduria, Cosimo Moccia, morto a Udine nel dic. ’44. A queste tavole si intrecciano, poi, le foto in b/n che rappresentano alcuni momenti della carriera militare e politica di Giovanni Messe.

Secondo problema: ma tutto questo apparato iconografico non ha forse lo scopo di celebrare eccessivamente un personaggio ancora discusso, un militarista di destra, ecc. ecc.? Rispondo, come scrisse il Croce, che la storia o è contemporanea oppure non è: nelle due direzioni, sia verso gli avvenimenti e il personaggio che si studia, sia cercando a ritroso le origini di avvenimenti a noi contemporanei, o meglio, di problemi a noi contemporanei. Penso, comunque, che se si usasse il bilancino della politica anche nei lavori storiografici, si renderebbe un cattivo servizio alle discipline storiche. Ma se guardiamo con attenzione le tavole di Beltrame, è vero che in esse leggiamo la propaganda militarista, l’ideologia nazionalista presso un popolo che allora, nel 1915-18 ebbe oltre 500.000 disertori. Ma queste copertine, specialmente quella del 21 luglio 1918, rappresentano in realtà, un sogno: quello dell’unità territoriale e culturale dell’Italia. E chi erano gli autori di quel sogno? Un siciliano, Ciro Scianna, ed un pugliese, Giovanni Messe. Oggi possiamo guardarla con distacco quella copertina e, nello stesso tempo, possiamo dire che quel sogno si è avverato, sebbene con altri strumenti, tra i quali l’enorme sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, la radio e la televisione soprattutto, e con altri contenuti. Oggi il concetto e il sentimento di nazione non è più quello di cento ma nemmeno di sessanta anni fa. Oggi l’essere italiani non è più fondato sul nazionalismo, bensì sull’europeismo e sull’internazionalismo: lo mettono in evidenza i sondaggi. E se non bastasse, è sufficiente andare indietro con la memoria ad appena due mesi fa, quando ci fu l’attentato di Nassiryia. Tutti ricorderete che furono migliaia le persone ai funerali, voluti dal presidente Ciampi in piazza Venezia, e milioni furono gli italiani incollati davanti ai televisori a soffrire per gli italiani uccisi dal terrorismo e a chiedersi perché doveva accadere anche a noi, andati in Iraq per portare cibo, medicine e l’ordine civile. Emerse allora un sentimento di italianità che travalica destra e sinistra e si proietta nella globalità del mondo attuale.

Spero che il ricordo di quell’avvenimento non svanisca presto. Purtroppo manca un Beltrame dell’oggi. Il Convegno, i cui Atti sono ora pubblicati in questo libro, fu voluto per capire ed approfondire (entrare in simpatia) la figura di Messe. Rimane una lacuna: la vicenda di Giovanni Messe in rapporto al periodo storico immediatamente successivo alla fine della guerra. Ma adesso non possiamo più evitare di rispondere alla domanda capitale, che è questa: pur tra luci ed ombre, i mesagnesi possono andare fieri di aver avuto Giovanni Messe come concittadino? Credo di sì. Non solo come i siciliani possono essere fieri di Ciro Scianna, o i trentini di Cesare Battisti. Ma anche perché rivestì tutti i gradi militari solo grazie alle proprie capacità tecniche. E perché mise le sue capacità al servizio del ricostituito esercito cobelligerante al fianco delle potenze antifasciste. Sulla attualità della coerenza morale di Messe, poi, bisogna dire che egli avrebbe certamente potuto chiedere a Mussolini qualsiasi cosa, come fecero altri generali, per primo Badoglio, ma lui non lo fece. La carriera di Messe sta lì a dirci che egli fu interprete di uno dei caratteri fondanti della società borghese, quello dell’autopromozione dell’individuo. In questo senso egli sfondò l’aristocrazia sabauda. Fu uno dei pochi casi in Italia, di un giovanotto venuto dal nulla che divenne generale e poi comandante in capo delle Forze Armate. In epoca monarchica, il principio dell’eguaglianza era un principio astratto, per cui i proletari sentivano che il loro destino era già segnato e che solo una rivoluzione socialista avrebbe potuto cambiare le cose. Per il movimento socialista era solo il partito che avrebbe rafforzato le reali possibilità dei proletari di varcare le barriere imposte dal loro stato di nascita. E questo era un ideale che affratellava al di là della nazione, come dimostra la vita di Eugenio Santacesaria, che morì in Spagna combattendo contro i fascisti.

Giovanni Messe, invece, facendo perno su un’altra idea, diversa da quella socialista, quella di nazione e di monarchia, scommise sulle proprie forze, come tanti altri. Ma come pochi altri, invece riuscì nell’intento. E rimase fedele a quell’idea per tutta la vita. Oggi le due idee, di nazione e di universalità, per fortuna si sono fuse (forse): come dicevo prima, il sentimento di nazione travalica destra e sinistra. Oggi il sentimento della nazione italiana esiste davvero, non è più un sogno, ma esso è fondato sul nostro sentirci internazionali per natura e per cultura. L’universalità della cultura italiana (che a Benedetto Croce fece vedere il fascismo come parentesi passeggera), oggi sembra divenuta (o sta per divenire) veramente un fatto di massa. Non è forse questo che ci dice il presidente Ciampi ogni giorno? Eppure non ce ne rendiamo pienamente conto. Convivono nel simbolo rappresentato dalla bandiera italiana le idee di Messe e di Gobetti, di Cesare Battisti e di Ciro Scianna, di Garibaldi e di Antonio Gramsci. Ci sono ancora delle scorie, è vero, nel senso che i malintesi della nostra unificazione nazionale a volte ritornano, come il divario tra Nord e Sud, indotto dalla monarchia sabauda, che è tuttora stridente. Ma questo è un altro tema.

Per concludere. A che cosa serve questo libro? Per la Biblioteca, questo è il 18° volume in ordine cronologico, in un territorio che fino a 15-20 anni fa era quasi privo di istituti culturali dotati di continuità operativa. La biblioteca comunale di Mesagne non è una università, non è una scuola. Essa offre, nei limiti delle risorse disponibili, servizi culturali e di informazione a tutte le fasce della popolazione, aiutando il cittadino mesagnese a riconquistare o a formarsi una identità collettiva, per quanto possibile in una società così frammentata. E affinché questa formazione di identità collettiva non sia celebrativa, né dogmatica, bensì critica e storicizzata, accanto alle informazioni culturali e bibliografiche, abbiamo prodotto anche vari libri, come quello di cui stiamo parlando. Comprendere il nostro tempo e il nostro territorio, comprendere il nostro passato perché se ne traggano nel presente precetti di azione per migliorare il futuro oppure orientarlo. Questi principî abbiamo applicato nella nostra opera, nelle nostre pubblicazioni. E vogliamo pensare che essi abbiano raggiunto il punto più alto in questa ultima pubblicazione.

Domenico Urgesi


L’ultimo maresciallo d’Italia, Giovanni Messe, divide ancora la sua città natale e fa parlare nuovamente di sè.

È accaduto nella serata di presentazione degli atti, sabato 7 febbraio, quando nell’auditorium del castello si sono trovati a confronto due distinte realtà: quella degli studiosi e quella dei politici. Un uomo che per mezzo secolo è stato dimenticato dai suoi concittadini e dalla classe politica poiché ritenuto un personaggio scomodo ed ingombrante. Così, mentre una classe politica cittadina alimenta un dibattito culturale, con iniziative concrete, quali possono essere la promozione dello stesso convegno e pubblicazione dei relativi atti, un’altra classe politica è completamente assente. E sull’argomento non ha fatto sentire la propria voce. Da tanti anni è in discussione la collocazione, o meno, del busto bronzeo che - realizzato dall’artista Cesare Marino e a lui dedicato, offerto da alcuni cittadini per essere collocato su un monumento appositamente costruito davanti alla scuola media “Materdona” - non è stato mai posato ed tuttora muto testimone delle controverse vicissitudini politiche di questi anni. «Lu ssurdatu», come qualcuno ha chiamato quel busto, fu anche salvato dalla fusione grazie all’intervento di un frate carmelitano, padre Anastasio Filieri, che lo strappò dalle mani di un rigattiere e lo affidò al nipote Giuseppe Messe. Questo perché, del personaggio militare, prima, e politico, poi, è stata offerta negli anni una visione «municipalizzata» degli accadimenti, di cui egli si era reso protagonista, da una classe politica cittadina evidentemente troppo presa dall’ideologia. Messe, infatti, è stato accusato di aver promosso una «crociata anticomunista», con l’invasione della Russia. Operazione militare che, diventata una disfatta, determinò l’abbandono al proprio destino di migliaia di soldati, molti dei quali non hanno fatto più ritorno in Patria perché morti di stenti o assiderati. Ed ancora è stato criticato per l’impegno politico, che lo ha visto senatore nel partito monarchico prima, e poi nel partito Liberale e nella Democrazia cristiana. Una visione dei fatti completamente distorta dalla realtà che in parte è svanita grazie al lavoro svolto da alcuni docenti universitari, i quali hanno consegnato all’opinione pubblica una serie di fatti e circostanze, attestati da documenti di prima mano conservati nei 26 faldoni nell’archivio militare, che hanno dato nuova luce alla figura del generale Giovanni Messe, ridandogli quella dignità negata per decenni.

«Il convegno ci ha offerto l’occasione per approfondire la conoscenza di un personaggio che ha svolto un ruolo di primo piano nelle vicende militari della nostra nazione attraverso vicende del secolo appena trascorso – ha spiegato il sindaco, Mario Sconosciuto -. E, sebbene ogni epoca abbia un suo volto specifico che non si può rispecchiare interamente nel presente, la comprensione del passato, tanto più di un passato recente, può aiutarci ad intendere le ragioni del vivere presente. Vogliamo augurarci che gli studi e le ricerche di storia locale, contribuendo a rimembrare le nostre radici, siano di giovamento al vivere civile».Il primo cittadino ha sottolineato nel suo intervento che «l’impostazione del volume emerge chiara sin dal sottotitolo: “Guerra, Forze Armate e Politica nell’Italia del ‘900”, dove da una parte vi è la ricostruzione, sgombra da intenti agiografici e aliena da indugi localistici, del profilo di un “uomo di valore e di valori” e dalla carriera soprattutto di un soldato segnato da un codice comportamentale, dall’altra appaiono, felicemente descritte e ricostruite, le questioni più rilevanti della prima metà del ‘900, dentro le quali si dispiega la vicenda di Giovanni Messe che percorre sul campo la carriera militare. Credo di poter affermare – ha continuato – che questo duplice intento sia stato raggiunto grazie ad approcci ed apporti diversi, grazie alla composizione di tessere di memoria che sebbene di origine, di tradizione e portata diversa, contribuiscono a formare il ritratto di un uomo all’interno di vicende tra le più complesse e drammatiche della storia dl nostro paese, tuttora oggetto di ricerche».

E l’ex sindaco, Damiano Franco, nel suo intervento ha precisato che «Mesagne con il convegno del 2000 ha colmato un debito morale con Messe. Un personaggio che è appartenuto alla divisone politica che ha caratterizzato nel ‘900 la società italiana. Adesso bisogna recuperare il busto bronzeo e collocarlo nella biblioteca comunale». Niente di più. Nessuna proposta di intitolazione di piazze o di vie. Da parte degli storici, al contrario, è stato chiesto con chiarezza che il personaggio riceva la giusta rivalutazione da una Mesagne che troppo presto ha dimenticato l’illustre figlio. Il prof. Massimo De Leonardis, docente presso l’università Cattolica di Milano, dopo aver tracciato un excursus della vita militare e civile di Messe, ha detto: «Il generale Messe esce dalla seconda Guerra mondiale con grande prestigio. Un Messe che ha goduto a pieno della fiducia degli alleati ma che è stato fedele al giuramento fatto al Re. Messe non è stato un fascista ma ha svolto i compiti che un soldato è comandato a fare dai suoi superiori. I nemici di Messe sono state alcune forze politiche che hanno ostacolato l’ascesa del generale. E la Resistenza deve molto a quet’uomo, divenuto dopo l’armistizio Capo di Stato Maggiore del ricostituendo esercito italiano, perché se armi, munizioni e viveri erano paracadutati ripetutamente in quei luoghi lo si deve all’azione e ai piani disposti da Messe. Il volume che è stato realizzato è solo un primo passo di una indagine che dovrà proseguire in futuro perché se si deve costruire la memoria collettiva di un popolo questo va fatto con onestà. E Messe è una tappa fondamentale di questa ricostruzione».

E Domenico Urgesi, direttore della Biblioteca «Granafei» di Mesagne ed organizzatore dell’incontro di approfondimento storico-culturale, dopo aver spiegato la parte editoriale del volume ha precisato: «I mesagnesi possono essere fieri di aver avuto come concittadino il generale Messe». Il generale Enrico Boscardi, del Centro Studi e ricerca sulla guerra di Liberazione di Roma, ha sottolineato: «Ho chiesto se a Mesagne c’è una via o una piazza dedicata al maresciallo d’Italia perché è giusto rendere onore a quest’uomo». «I mesagnesi  hanno impiegato mezzo secolo per scoprire questo grande personaggio» ha sottolineato Luigi Argentieri, assessore comunale alla Cultura. Egli è uno dei due storici locali - l’altro è Marcello Ignone - che per primo ha imposto un dibattito culturale di ampio respiro sul personaggio militare e che hanno rivalutato la figura di Messe. «Durante lo studio della biografia di Messe – ha detto Argentieri - ho scoperto una figura di uomo eccezionale e mi sono vergognato, come mesagnese, di non averlo conosciuto prima. Ormai è tempo di fare ciò che avremmo dovuto fare già da tempo intitolandogli una strada o una piazza».

Già una piazza. E Messe sta per perdere anche la sua potenziale piazza. Lì dove si trova da decenni il muto monumento. Infatti, un sodalizio di anziani ha stilato una proposta affinché il manufatto sia dedicato ai caduti di Nassiriya, meritevoli anche loro, per carità, di un ricordo che vada oltre la cronaca, ma non si vorrebbe che dietro questa inattaccabile richiesta ci fosse un tentativo di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dal dibattito culturale circa la collocazione del busto sul monumento. La professoressa Rosita Orlandi, dell’Università di Bari, dopo aver spulciato documenti negli archivi militari per ricostruire scientificamente la biografia di Messe, a proposito della proposta di collocare il busto bronzeo del generale nella biblioteca comunale, ha commentato: «Secondo me il busto deve essere visto da una gran parte di gente e non so se dalla biblioteca passi  tanta gente. Ho stimato molto quest’uomo per la sua serietà, competenza ed onestà». Quello della Orlandi non è un modo per sottovalutare la fruibilità della biblioteca comunale quanto il tentativo di ampliare la visione globale del personaggio. Perché il monumento a Messe potrebbe essere anche un’attrattiva storico-culturale che porterebbe in città gente, compresi gli studenti, da ogni parte d’Italia che vogliono approfondire la storia contemporanea attraverso i protagonisti, uno dei quali è stato il generale Messe. Orlandi, ancora, ha precisato il rapporto che Messe ha avuto con i suoi uomini: «Messe ha difeso i suoi uomini anche dagli attacchi politici». Poi una frecciatina l’ha riservata all’argomento “dell’epurazione” scaturito da un intervento. La Orlandi ha precisato: «Messe appena è arrivato dalla prigionia ha pensato di dover fare chiarezza all’interno dei quadri dell’esercito per l’atteggiamento che essi avevano assunto durante le fasi belliche. In particolar modo l’attenzione si è posata sui comandanti e non sui soldati».
«Mesagne cerchi di onorare bene questo suo personaggio a cui tutti noi vorremmo assomigliare un po’» è l’invito giunto dal maggiore generale Angelo Dello Monaco, mesagnese, comandante del Comando generale autonomo della Sardegna, presente all’incontro. Egli ha detto, tra l’altro: «Più volte negli anni ho chiesto agli amministratori che si sono succeduti di rivalutare la figura del maresciallo d’Italia Messe. Un personaggio che non è assolutamente controverso»

«Il busto bronzeo del generale Messe o si colloca sul monumento o resta a casa mia», ha sottolineato senza livori polemici, ma con decisone il nipote Giuseppe Messe, non incline a consegnare il busto del maresciallo d’Italia, «la cui fruibilità storica in biblioteca o nel museo resterebbe solo degli avventori».Così, infine, il figlio di uno dei finanziatori dell’opera artistica, dello scultore Cesare Marino, precisa: «Farò rispettare la volontà di mio padre. Il busto, o va sul monumento o resta dov’è».

 Tranquillino Cavallo


Pubblichiamo di seguito (e con il medesimo titolo) la breve nota, scritta dal nostro direttore sul numero di luglio del mensile «ArtVentuno», rivista sulla quale egli cura una rubrica sul mercato del libro antico.  

Quanto vale l’ultimo maresciallo d’Italia, il generale Giovanni Messe? Da 20 euro in su, se pensiamo alla maggior parte delle sue pubblicazioni; molto di più se ci si riferisce ad autografi, magari consegnati ad una foto con dedica, o a quell’eccezione, tra i volumi, costituita da «La 1ª armata italiana in Tunisia», volume pubblicato dall’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’esercito, nel 1950. L’ultimo catalogo di libri antichi della Libreria Guida (Napoli), invece, pone in vendita, a 20 euro, «La guerra al fronte russo» di Messe, militare nato a Mesagne il 1883 e morto a Roma nel 1968, il quale, dopo aver partecipato alla guerra di Libia ed al primo conflitto mondiale, fu, nel 1939, vicecomandante delle truppe di occupazione in Albania. Generale di corpo d’armata per merito di guerra dopo la campagna di Grecia, Messe fu a capo del corpo di spedizione italiano in Russia (Csir), nel 1941-42 con i gradi di generale d’armata. Fu anche sul fronte africano e, promosso maresciallo d’Italia divenne poi capo di stato maggiore generale dell’esercito del regno del Sud, carica che assunse raggiungendo Brindisi, dopo l’8 settembre, da un campo di prigionia in Inghilterra, e che conservò fino al termine della guerra di liberazione. Ebbene l’edizione che viene posta all’attenzione è quella pubblicata da Rizzoli cinquant’anni addietro, nel 1954, e inserita nella collana di memorialistica sull’ultimo conflitto mondiale. Si tratta della terza edizione, quella «accresciuta di una inchiesta sui dispersi in Russia», alla quale seguiranno una quarta ed una quinta edizione, tutte e due nel 1964, entrambe «accresciute ed aggiornate». Ben più ricercata, invece, è la prima edizione di quest’opera, datata 1947, alla quale ne seguirà una seconda, sempre lo stesso anno. Perchè avere un «maresciallo d’Italia» negli scaffali? Primo perchè un pugliese; secondo perché il libro resta tappa fondamentale per comprendere molte cose sugli avvenimenti successivi delle «Centomila gavette di ghiaccio», pagina della storia italiana, che ancora suscita tanta emozione.

(a. scon.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Il direttore Domenico Urgesi illustra la mostra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Badoglio

 

 

 

 

 

 

 


Cavallaro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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