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Articolo di Roberto Alfonsetti su Benedetto Croce


L’articolo, di cui qui si riporta, apparso sul “Corriere della Sera del 16 aprile 1962, a firma del giornalista-scrittore Domenico Bartoli. Lo spunto era offerto da una mostra che, in quei giorni, si teneva a Bari, a cura della Libreria-Editrice «G. Laterza & Figli», relativa a cimeli editoriali ed epistolari riguardanti B. Croce, G. Gentile ed altre figure di primo piano (basti citare lo storico A. Omodeo), le cui opere, pubblicate, appunto, da Laterza, avevano costituito il fulcro e il nucleo della collana storica e filosofica della Casa barese. Fu appunto un giudizio, non proprio lusinghiero, che Croce aveva espresso sul Gentile filosofo e politico e che era stato ospitato sulla “Storia d’Italia”, insieme col rifiuto, da parte di Laterza, di modificarlo), ad accelerare un processo di allontanamento e, appunto, di rottura, già in atto per le divergenze ideologiche e filosofiche tra i due pensatori.

Roberto Alfonsetti 

 

Dal Corriere della Sera di lunedì 16 aprile 1962, pagina 3.

Drammi della cultura e dell’amicizia fra i cimeli di un editore
LA ROTTURA FRA CROCE E GENTILE DOCUMENTATA ALLA MOSTRA DI LATERZA

La pubblicazione della «Storia d’Italia» condusse all’epilogo una crisi che la polemica filosofica e politica avevano già fatto maturare  - la casa editrice barese serba da sessant’anni un carattere familiare – una delle rare concessioni alla frivolezza.

Roma, aprile.

Le copertine della casa editrice Laterza spiccano con i loro colori e disegni nella biblioteca di qualunque persona appena colta. Rosso mattone quelle che racchiudono le opere di Benedetto Croce, severamente grigie quelle della preziosa collezione «Gli Scrittori d’Italia», ma piuttosto bizzarre le altre della non meno famosa «Biblioteca di cultura moderna». Queste portano un laborioso e intricato disegno floreale che lascia al centro lo spazio per il titolo e i nomi dell’autore e dell’editore Vito Laterza ci ha spiegato che la complicata copertina, oramai abbandonata ma fortemente impressa nel nostro riconoscente ricordo, riproduce uno schizzo di William Morris, architetto, decoratore, poeta e agitatore socialista, vissuto in Inghilterra nella seconda metà del secolo scorso. Fu una delle poche concessioni che il rigoroso editore facesse alla frivolezza, al gusto del tempo.

La piccola mostra che la casa Laterza ha organizzato nella Libreria Einaudi di Via Vittorio Veneto espone soltanto poche decine di libri, dei quali può essere orgogliosa. E insieme a questi volumi presenta alcuni documenti che spiegano al visitatore, fin troppo sobriamente, un’attività di sessant’anni. Che la più coerente, la più illustre casa editrice italiana di questo periodo sorgesse a Bari, e nella Bari del principio del secolo, è un fatto che rivela la grande capacità di iniziativa, la tenacia e l’immaginazione dei pugliesi. Fin dall’inizio la ditta portò il nome di Giuseppe Laterza (Gius. Laterza & Figli, come si legge in fondo ad ogni copertina e frontespizio). Ma Giuseppe era soltanto un attivo artigiano, un falegname di paese. Il suo nome venne preso da uno dei figli, Vito, quando, nel 1885, ancora minorenne, aprì un negozietto di cartoleria che poi sviluppandosi, divenne libreria, tipografia e casa editrice. Di questa il fondatore e il capo, nel 1901, fu un altro dei figli di Giuseppe, Giovanni Laterza. L’impresa ebbe sempre quel carattere familiare, che serba tuttora.

Nel 1901 Giovanni Laterza andò a Napoli ed ebbe due incontri importanti per lui e per la cultura italiana: vide Francesco S. Nitti e Benedetto Croce, e da loro ricevette indicazioni e suggerimenti per il suo programma editoriale. L’incontro con Croce fu certamente il più fecondo, e diede inizio a una collaborazione che doveva durare per più di quarant’anni. Ma lo studioso napoletano non fu tenero con il visitatore pugliese. Poco incline ai sentimentalismi, aveva forse una certa diffidenza per le iniziative di quello sconosciuto. Ma Laterza insiste: «Dopo che abbiamo avuto la fortuna di parlare a lei e al professor Nitti – gli scrive - …noi ci mettiamo interamente a loro disposizione». E Croce, nel 1902, consiglia Laterza a presentarsi «con una fisionomia determinata, ossia come editore di libri politici, storici, di storia artistica, di filosofia, eccetera: editore di roba grave».

Così fece lo sconosciuto pugliese, sprezzante del facile successo e deciso a fare opera di cultura, anche rischiando di consumare «il risparmio radunato da un’intera famiglia di lavoratori». Vennero sempre più copiosi i consigli di Croce, uscirono i libri da lui indicati (primo, L’Italia d’oggi di Bolton King e Thomas Okey, ancora utilissimo allo studioso). E Laterza fu lo strumento consapevole del rinnovamento della cultura italiana, intrapreso da Croce. La sua abilità amministrativa, la sua parsimonia gli permisero non di consumare, ma di moltiplicare i risparmi di quella «intera famiglia di lavoratori», cioè dei suoi fratelli che si erano affidati a lui. Non è detto che la «roba grave» debba mandare in rovina chi la pubblica.

I carteggi di Croce, per sua volontà resteranno chiusi molti anni ancora. Ma le lettere esposte nella piccola mostra della Libreria Einaudi ci permettono di intravedere qualche briciola dell’immenso epistolario. L’uomo si rivela volitivo, quasi imperioso, talvolta aspro, preoccupato sempre della sua opera di rinnovatore della cultura italiana, coerente senza debolezze alle idee e alle preferenze che aveva fatto proprie, Laterza lo segue, ma anche gli tiene testa: non ha rinunciato a pensare per conto proprio. Scoppiano, talvolta, piccoli incidenti: il filosofo vuol vedere la carta nella quale sarà stampata la sua opera, e l’editore gli replica con energia e vivacità (1906). Due temperamenti vigorosi, difficili; due teste dure. Vengono gli altri collaboratori: Giovanni Gentile per primo, Lombardo Radice, Gargiulo e anni dopo De Ruggiero, Omodeo, Flora, Luigi Russo e così via. Molte figure affiorano per un momento: Amendola, Missiroli, Salvemini, e molti altri. Il giovane Missiroli raccomanda di mandare per recensione un libro di Oriani a «Mussolini Benito, direttore dell’Avanti» (1922).

Ma quello che conta soprattutto è il grande disegno culturale, ispirato da Croce, perseguito con grande intelligenza e tenacia da Giovanni Laterza: la diffusione di La Critica, le traduzioni dei grandi filosofi tedeschi alle quali si dedicano umilmente Croce stesso e Gentile, i classici della serie famosa «Gli scrittori di Italia», cominciata nel 1910.

Ecco l’Estetica crociana e il Breviario. Ed ecco, sotto, i conti dei diritti d’autore: dieci per cento per l’Estetica, quindici per cento per il Breviario, e i compensi per le innumerevoli traduzioni (ma, leggiamo, l’editore spagnolo «non pagò»). Questi conti, intestati a «Croce B.», sono compilati con una scrittura minuta ed antiquata nella quale sembra di riconoscere l’assiduità di qualche vecchio impiegato.

La parte forse più significativa della mostra è quella del tempo fascista, quando Croce e Laterza espressero quasi interamente quello che restava, in Italia, di cultura indipendente. Il patriota Croce, che aveva tremato nei giorni di Caporetto, come si legge in una lettera commossa, si trovò a rappresentare l’antifascismo dal «manifesto» in poi, e a dare così nuova forma al proprio patriottismo. Laterza fu solidale pienamente con lui, con pericolo dei propri affari editoriali. Ci sono di questo molte testimonianze a volte impressionanti: coraggiose resistenze alla censura, proteste per il sequestro di opere come la «Storia d’Europa» dell’inglese Fisher, e repliche franche e perfino pungenti  a lettere e intimazioni delle autorità.

Per la storia della cultura italiana la cosa forse più curiosa consiste nei documenti della definitiva rottura fra Croce e Gentile, esposti al pubblico, crediamo, per la prima volta. L’occasione fu data dalla pubblicazione della Storia d’Italia dal 1871 al 1915, al principio del ’28. Gentile protestò vibratamente in una lettera a Laterza perché Croce lo aveva attaccato abbastanza pesantemente in quell’opera sia come filosofo, sia come «non limpido consigliere pratico» (pagina 254 e 255). Lo studioso siciliano chiedeva a Laterza di far cancellare le parole più offensive dalla seconda edizione del libro. Croce rifiutò recisamente ogni rettifica, e così si ruppero per sempre i rapporti fra Gentile e il suo editore, come quelli fra Gentile e il suo vecchio amico napoletano. Fu l’epilogo di una crisi che prima la polemica filofosica e poi quella politica avevano lungamente fatto maturare.

Queste cose suscitano la nostra curiosità e, immaginiamo, quella del pubblico. Perché Franco e Vito Laterza, eredi e continuatori di Giovanni, non pubblicano un libro organico di memorie e di lettere ? Andrebbe collocato accanto a quelli di Gaspero Barbèra.

Domenico Bartoli


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