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L'ultimo numero (maggio 2000)


EDITORIALE - Continuando a ripensare la storia

Con un po’ d’orgoglio, ma anche con tanta soddisfazione, entriamo nel quarto anno di pubblicazione di RADICI. Esordimmo, in quel primo numero di maggio del ’97, con il titolo “Ripensiamo la nostra storia”, sottolineando che “la storia locale deve necessariamente riguardare vicende concrete per essere comprese e fruite, attualizzandole il più possibile, lungo una linea di svolgimento che dal passato conduca tutti noi al presente, evitando che si crei confusione soprattutto se privilegiamo luoghi, palazzi e monumenti tralasciando gli uomini, i protagonisti, coloro che hanno calcato la nostra terra lasciando orme più o meno profonde”. In questi anni di cammino insieme crediamo di aver contribuito (e qui risiede il nostro orgoglio) a riscoprire e far parlare quei protagonisti, cioè quegli uomini, alcuni dei quali il tempo avrebbe sottratto alla nostra memoria riponendoli in un cassetto dei ricordi destinato a non essere mai più riaperto. Invece, li abbiamo posti all’attenzione dei lettori dando così voce al loro agire quotidiano e grazie a loro abbiamo cercato di comprendere quel patrimonio di cultura, tradizione, arte che ci hanno lasciato. Durante questo cammino non abbiamo tralasciato quei palazzi, quei monumenti o luoghi tanto cari alle nostre radici, così in perfetta sintonia abbiamo cercato di calarli nella realtà della nostra vita: le cose al servizio degli uomini.

Quattro anni di attività che ci hanno visto puntuali nella periodicità - un impegno non sempre facile - ma che abbiamo potuto rispettare grazie a tutti coloro che hanno creduto nei nostri sforzi, sostenendoci anche finanziariamente e qui un grazie particolare va a tutti coloro che attraverso le pagine della rivista hanno voluto essere presenti pubblicizzando la loro attività; ed un grazie sentitissimo va a chi, in nome della cultura, ci sostiene senza che il suo nome appaia: un intellettuale cosa può fare, forse mettere la sua foto sulla rivista per dire che ci sostiene? Grazie, ovviamente anche a quanti hanno contribuito con i loro contributi scritti. Talvolta è stato grazie alle lettura dei loro articoli che siamo riusciti ad allargare i nostri consensi e dalle nostre parti – visto che le statistiche parlano chiaro: si è poco avvezzi alla lettura, il rischio era quello di leggerci addosso. Invece, grazie a voi non riusciamo a soddisfare le richieste ed abbiamo la necessità di aumentare la tiratura (nota dolente, se pensiamo al perfetto equilibrio raggiunto tra costi e copie stampate).

Inoltre, in questa occasione e a distanza di anni dall’originario progetto, ci piace ricordare un caro amico, una persona che attraverso il suo amore per la nostra terra ci aveva da sempre sollecitato a dare alle stampe una rivista come RADICI, che parlasse della nostra terra e dei suoi uomini a supporto di un progetto più ampio che accomunasse tutta la Terra d’Otranto (comprendente le tre province di Brindisi, Lecce e Taranto). Purtroppo non abbiamo avuto il piacere di potergliela far leggere, perché una tragica fatalità ci ha privati della sua preziosa collaborazione: parliamo di Giovanni Cingolani, fondatore della rivista “Lu Lampiune” e della casa editrice del Grifo. Alcune delle comuni intuizioni, maturate in piacevoli colloqui, nel corso dei quali ognuno era trincerato dietro pile di libri, hanno dato vita a RADICI. Coerenti, quindi con l’intenzione di “ripensare la nostra storia” espressa nel primo numero, vogliamo continuare pazientemente a tenacemente a comporre il mosaico, recuperandone le tessere, a scrivere e “riscrivere” la nostra storia, per capire chi siamo stati, ma soprattutto per cercare di scorgere dove andiamo. Ecco perché facciamo non un “bilancio” di questi anni: quando si inizia a farli significa che la fine è vicina e noi invece – i lettori ce lo consentano – ci sentiamo ancora giovani, con tanti progetti e tante cose da realizzare. Perciò più che dire “Auguri” a RADICI, preferiamo utilizzare un latino comune anche a chi non è avvezzo a parlare la lingua che fu di Cicerone e a dirgli “Ad maiora!”. E da settembre i lettori capiranno anche il perché.
 


LA MADONNA DELLE GRAZIE

La Chiesa si trova sull'attuale Strada Provinciale che collega Mesagne a S. Pietro Vernotico, a quattro Km. circa dall'abitato di Mesagne in Contrada Madonna delle Grazie. C'è da ritenere che questa contrada viene citata nei documenti antichi sia col nome di Grazia, sia col nome di S. Maria della Grazia. Stando a quello che asserisce Giovanni Antonucci questa Contrada, anticamente, era denominata col toponimo "Lama della Grazia". Questo particolare molto importante - il fatto cioè che si tratti di una Lama (depressione del terreno in cui defluiscono le acque siano esse piovani siano esse sorgive) - ci consente di affermare che ci troviamo di fronte ad una zona carsica, ricca certamente di grotte, da sempre abitata (cfr. i rinvenimenti delle tracce messapiche e romane) e che certamente nel periodo compreso tra il V e il VII sec. ha consentito ai sopravvissuti della guerra Gotica di trovare riparo; Con essi la zona torna a rivivere. Altro elemento che ci garantisce la carsicità del terreno è rappresentato dal fatto che esiste, a tutt'oggi, l'accesso ad una grotta, da noi chiamata "Vora" (dall'aggettivo "Vorace", in quanto capace di inghiottire tutte le acque che verso di lei vanno a concentrarsi).

Le "Vore" sono aperture naturali del terreno di grandi grotte sotterranee. Il fatto, quindi, che si trattasse di una zona abbastanza depressa e ricca certamente di grotte "sub divo" ci consente di affermare che fu senza dubbio abitata dai primi uomini che sono apparsi nelle nostre zone e mantenuta viva nei secoli, con molta probabilità, proprio per la ricchezza di acqua, elemento indispensabile per la vita dell'uomo e per talune sue attività, in particolare la lavorazione del lino, per la quale la nostra zona è storicamente famosa. Le notizie che si ricavano dallo Scoditti riguardo tutta questa vicenda sono poche e molto frammentarie. Ci dice, infatti, che il toponimo "La Grazia" trae le sue origini da un antico insediamento, precedente all'attuale, ricordato da tempo immemorabile. Il nostro asserisce di aver appreso tali notizie da un manoscritto, consultato nella Biblioteca Nazionale di Napoli, poi smarrito, che attribuisce al Mannarino, nel quale, insiste, è scritto che il luogo della Madonna della Grazia "…un tempo famosissimo e miracoloso" frequentato continuamente da devoti e "…con nuovo e ricco fabbrico" fatto costruire da Angelo Pilato. Sempre dallo Scoditti, che riprende Serafino Profilo, apprendiamo: "Il beneficio cioè l'appannaggio, la rendita della Chiesa della Grazia, sarebbe stato istituito nel 1486 (XV sec.) da Angelo Pilato".

Sempre Scoditti riferisce che l'attuale, e antica chiesetta, è senza dubbio quella fatta costruire, sul finire del quattrocento, da Angelo Pilato. Prosegue, facendo riferimento allo scritto del Mannarino, che questa chiesetta, "sub divo", era stata costruita su una più vecchia. Le prove di questa asserzione le riconduce al fatto che nei primi decenni di questo secolo, il nuovo proprietario, Domenico Semeraro, ritrovò un pavimento, sotto quello allora esistente, nell'atto di farne il nuovo con un rialzo; ricoperto a sua volta col pavimento attualmente visibile. Le conclusioni, a questo punto, sono che nella chiesa attuale ci sono quattro diversi strati di pavimento: l'attuale; quello del Semeraro; quello scoperto dal Semeraro che decise di ricoprire; e il pavimento preesistente. Il fatto poi che alla fine del cinquecento la località fosse molto famosa e continuamente frequentata da devoti ci garantisce che questo luogo, vuoi per qualche miracolo avvenuto, oppure per una tradizione ben conservata nei secoli, fosse ben conosciuto dai mesagnesi che continuavano e continuano una tradizione dalle origini incerte, quella della "pascaredda" celebrata il martedì dopo Pasqua. Se ci soffermiamo a riflettere su tutti questi particolari e sul fatto che la Chiesa si trova sulla antica via che da Napoli portava a Lecce, sulla cosiddetta "Strada di Puglia" non possiamo fare a meno di affermare che si tratta di un sito rupestre molto più antico di quello fin ad oggi supposto

. Pur se oggi non vi sono tracce visibili di questo insediamento, questo non significa che esso non sia mai esistito in quanto, per onestà intellettuale, bisognerebbe fare delle ispezioni adeguate nelle vicinanze della chiesa in maniera da riesumare il sepolto dalle sedimentazioni storiche e dalle modifiche subite dalla stessa zona. Non va, inoltre, dimenticato che non avrebbe nessun senso avere un insediamento religioso se non vi fossero fedeli che lo frequentano. Un insediamento è vivo per i suoi abitanti. Leggiamo dallo Scoditti: "Nel tratto Mesagne - Cellino S. Marco, l'antica Strada di Puglia coincideva con le due odierne vie secondarie che, una in continuazione dell'altra, portano direttamente da Mesagne a Cellino, passando per le contrade Madonna della Grazia, Specchia ed Uggio. Ciò si deduce anche dal seguente fatto: a qualche miglio di distanza da Mesagne (la città vecchia, non la nuova) vi è, sulla via che da Mesagne porta alla contrada Madonna della Grazia, una contrada denominata Petra ti lu Migghiu (Pietra del Miglio). Ora, tale toponimo, esistente già nella seconda metà del XVI secolo, come risulta dal Catasto di Mesagne dell'anno 1590, ci attesta in modo sicuro che, sulla via in oggetto, vi erano una volta, le pietre miliari; e se vi erano le pietre miliari vuol dire che essa era una strada di grande importanza; e questa strada, dato il suo percorso, non poteva essere altro che l'antica "Strada di Puglia".

Leggiamo dal PRATILLI F. M.: "Da Messagna menava dirittamente l'Appia a Brindisi, e benché per quel tratto di miglia sette in circa non riconosca, che qualche vestigio dell'antica selciata, vedesi non di rneno in molti luoghi la solita ghiaia: e cosi stimo che fusse stata ancora né tempi della repubblica, dapoicche per que' luoghi non vi ha troppe vestigia di sparse felci: se pur queste non siano, o né vicini campi sotterrate, o altrove per abbellire le convicine terre, e castelli trasferite. Di antiche fabbriche altresì non vi si vede cosa di ragguardevole, né tampoco di antiche inscrizioni, a riserba di un frammento di rustico marmo in cui poco lontano da Brindisi sulla strada regia, che cola mena, poc'oltra del torrente, che chiamano volgarmente Masina, pericoloso a guadarsi nell'inverno". Che questo sito sia da sempre stato abitato lo dimostra anche il fatto che nella pubblicazione: "Repertorio dei Beni Culturali Archeologici della Provincia di Brindisi" viene affermato (S 6 p. 103): "Madonna delle Grazie - Presso l'antica chiesa, rinvenimenti di iscrizioni messapiche e di una iscrizione latina su lastra marmorea; rinvenimento di un sepolcro in laterizio", confermando l'affermazione precedente del Pratilli. Un altro prezioso aiuto ce lo fornisce anche il nostro concittadino AGOSTINO CAMPI che in occasione di una denuncia scrive:

"Al Sig, P. Eletto dal Comune di Mesagne Agostino Campi del fu Marco del Comune di Mesagne nella stessa domiciliato la fa conoscere, come possedendo un podere vicinato alla Grazia, e per giungere in detto podere si passa per una strada carrozzabile difesa dall'uno e dall'altro lato da siepi, strada poco carrozzabile antichissima, che conduceva da Mesagne a Brindisi. Un certo Vincenzo Manigrasso marito di Maddalena Pacciolla ha avuto la temerarietà di devastare la siepe con qualche dippiù di terreno della detta strada in guisa che collà scatena, che ivi fece lasciò un vuoto per non passarci più traini, altrimenti volendo rovescerebbero dentro il fondo di esso Pacciolla di cui n'è la padrona; dippiù la detta Pacciolla tiene un albero di fico col tronco piegato sulla detta strada, che colli suoi rami impedisce il passaggio, e sì per l'una, come per l'altra causa lo prega il supplicante dare le analoghe disposizioni all'oggetto e condannare i rei alle spese del giudizio e l'avrà a grazia.

Mesagne 7 ottobre 1829

Agostino Campi supplica come sopra."

Quello però che sbalordisce sono i frammenti di affreschi venuti alla luce in questi giorni. I resti di affreschi si trovano nella zona più antica, sopravvissuta alle varie modifiche, ed alterata al suo interno e all'esterno sia a livello strutturale che architettonico. Gli elementi sopravvissuti ci dicono che la facciata dell'antica chiesetta (che si trova inglobata alle spalle della chiesa attuale) era a capanna (IX sec.). La porta è aperta a Sud e sull'architrave si trova un elemento caratteristico delle costruzioni classiche greche. Si tratta di una trave in pietra finemente lavorata che come elemento decorativo si trova, sia in Albania che in Grecia, sulle chiese costruite tra il IX e X sec. Il suo interno è particolarmente umido (a causa dell'acqua che continua a defluire nel sottosuolo) e le sue pareti sono coperte da un intonaco, non molto antico, rifatto per dare uniformità alla stanza sostanzialmente modificata. Dai piccoli sondaggi effettuati ci si accorge che la dinamicità dell'ambiente è stato notevolmente modificato nei vari interventi effettuati sulla struttura ricoprendo e danneggiando, se non proprio in certi casi distruggendo, i magnifici affreschi in essa contenuti. Di squisita fattura e di ineccepibile bellezza questi affreschi sono stati eseguiti certamente dalla famosa scuola di affreschi salentina molto nota nel periodo dell'Impero costantinopolitano, nell’ambito del quale ha operato per svariati secoli. Gli affreschi, dovrebbero risalire ad un periodo compreso fra il IX e l'XI sec. questo sia per la tipologia dell'immagine e delle cornici, sia per i colori usati, caratteristici di quel periodo.

Si tratta di due diversi Santi racchiusi in due diverse cornici che andavano a collocarsi all'interno di una logica propria della iconografia bizantina dove oltre alla "Desis", pitturata al di sopra della zona celebrativa (alle spalle dell'altare), venivano poi collocati a diversi livelli varie raffigurazioni di Santi e ripetuta, due o tre volte, l'immagine del Santo a cui era dedicata la cappella o chiesa. Altre tracce di affresco si trovano sulla parete sinistra, entrando, e sono pitturati su di un muro in apparenza piano, che privato dell'intonaco e dal riempimento per rendere piana la parete, si incurva all'interno quasi a voler dare vita ad un piccolo abside che potrebbe tranquillamente essere elemento decorativo dell'originaria costruzione senza alcun dubbio di rifacimento ad opera di monaci basiliani molto numerosi, come ho già avuto modo di scrivere, in quel periodo storico. Sotto la struttura vi è la costruzione di una cisterna per conservare le acque piovane utilizzata certamente, nella modifica definitiva, da coloro che vi abitarono. Questa cisterna ha tutta l'apparenza di una antica grotta modificata, in un secondo tempo con fabbrico, per ottenere l'attuale struttura. Lasciando ora la parte vecchia e spostandoci sulla parte nuova, appare immediatamente che questa è costruita in stile bizantino con inquinamenti barocchi. Le finestre sono in stile romanico, esisteva un rosone, chiuso, sulla facciata, anche questa a capanna. Si ha la sensazione che, chi ha fatto costruire la chiesa attuale, abbia voluto conservare elementi architettonici preesistenti quasi a volere che l'antico non cadesse nel totale oblio.

La chiesa è stata costruita ad una navata a pianta basilicale interrotta dall'elemento che definisce il presbiterio (zona sacra) quasi a voler ricordare l'elemento dell'iconostasi proprio delle chiese bizantine. L'interno dell'attuale chiesa è arido ha solo dei tentativi di dinamicità architettonica rappresentati da alcove costruite ai due lati ed un altare di recente fattura con aride squadrature e completamente privo, stranamente, di elementi barocchi in auge nell'epoca della sua costruzione. Al suo interno, sul lato sinistro, è presente, in una teca di legno chiusa da vetri, la statua della Madonna che allatta: rilettura teologica dell'antica divinità pagana della fertilità che rinforza la mia tesi da sempre sostenuta riguardo il fatto che la località è stata meta di pellegrinaggio, fin dai tempi dei Messapi. Un altro importante elemento che riguarda questa Madonna è che essa appartiene alla cultura costantinopolitana e non a quella della chiesa romana. La Madonna che allatta il Bambino è stata oggetto di grande devozione in tutto il Meridione d'Italia invocata come "Vergine protettrice della Città" fin dal XIV sec., questo stando alle fonti in nostro possesso. Questa immagine era, comunque, da molto prima del XIV secolo, diffusa in tutta l'area del litorale Adriatico ed è una delle madonne più antiche venerate in Puglia. L'immagine ripropone, come ho detto sopra, in probabili connessioni con istanze devozionali da ricercare nella cultura più arcaica delle nostre popolazioni, in particolar modo, quelle rurali, tutte le memorie che ad essa possono essere ricollocate e che da essa scaturiscono.

Resta un mistero la sua presenza in questa chiesa, o probabilmente, è naturale se vogliamo immaginare che la chiesa più antica era dedicata proprio al culto di questa Madonna. Resta comunque il fatto che questo luogo sacro è da sempre meta di pellegrinaggio della nostra gente. Se ci fermiamo, infatti, a riflettere possiamo facilmente capire che il Martedì dopo la Pasqua non ha alcuna attinenza con le feste della chiesa cattolica ma ha delle affinità col mondo pagano sia esso messapico sia esso romano: con la festa mobile dell'inizio dell'anno e le "rogationes" per i raccolti, e con le feste ebraiche che festeggiano in questo periodo il mese di Nissan cioè dell'inizio dell'anno (anche questo mobile) e della primavera, la risurrezione della terra che torna a ricoprirsi di fiori e frutti. Non trascuriamo poi che nelle nostre tradizioni contadine le Rogazioni: processioni per ottenere da Dio benedizioni per la fecondità dei campi, anche se in modo più attenuato rispetto a prima, sono ancora oggi comuni in alcune località del nostro Salento. E non tralasciamo l'altro importantissimo elemento: l'orientalità della nostra Terra Salentina legata al cordone ombelicale fin dai tempi antichi alle genti che l'hanno abitata, alla cultura illirico-messapica prima e costantinopolitana poicon la divisione dell'Impero romano in Impero d'Occidente e Impero d'Oriente nel quale noi eravamo collocati. Solo la colonizzazione forzata e quindi l'imposizione della "cultura cattolica europoea" ha modificato l'assetto culturale della nostra terra costringendo la popolazione ad esiliare in un oblio storico, che ancora oggi i più tentano di negare, leggendo forzatamente tutto all'ombra di una Roma Imperiale che malgrado abbia posseduto queste terre non è mai riuscita, se non in parte, ad imporre ai suoi abitanti la sua cultura e la sua religione. Fino ad uno passato recente le nostre più antiche tradizioni erano gelosamente conservate all'interno del privato famigliare quasi come un prezioso cimelio e fra queste, oltre ai riti intensi dedicati ai defunti, vi erano le Rogazioni, atti penitenziali che chiedevano a Dio, durante le processioni, copiosi raccolti. Questa è La Madonna della Grazia, una sovrapposizione di popoli, culture, religioni che il miracolo della vita e la determinazione di un popolo hanno voluto mantenere viva; era ed è meta, a titolo diverso, di uomini vivi che in armonia col passato e garanti di una memoria atavica conservano inconsciamente e gelosamente il luogo come reliquia di una realtà antichissima che ancora oggi ci appartiene.

Per concludere, oltre a ringraziare la famiglia di Salvatore Vitrugno per l'aiuto offertomi, Antonio Pasimeni per il materiale di ricerca e le foto e Marcello Ignogne per il materiale di ricerca, voglio anche indicare un altro elemento che apre nuove possibilità di ricerca: la presenza del simbolo dell'Ordine dei Gesuiti posto sulla parte estrema del piccolo campanile. Non so a quale titolo e perché questo simbolo sia presente in questo luogo. Sarà, forse, la chiesa stata ingrandita per fungere anche da stazione di sosta per i Padri dell'Ordine dei Gesuiti che si recavano verso Lecce o viceversa verso Napoli o Roma? Oppure è una semplice congettura dovuta a uno dei vari padroni del sito che aveva qualche simpatia per quest'Ordine Religioso? Notiamo il particolare dello stemma: Il sole con all'interno scritto il monogramma cristiano IHS. O si tratta forse della volontà di uno di questi Padri, notoriamente ricchi, originario dei nostri luoghi, che ha voluto far edificare, qualcosa in un piccolo Santuario alla Vergine Maria? Tutte possibilità da verificare in un futuro prossimo, documenti permettendo. Pubblico, comunque, come appendice, l'atto di donazione redatto dal Notar Carmine Magno, datato 7 Gennaio 1769, della famiglia Pilato a Nicola Rampino:

"Donatio juris eligendi Cappellanum

in Beneficium de familia Pilato

sub titulo Sancte Marie Gratiarum

pro prima vocatione tantum

- ad favorem Nicolai Rampino -

Die Septima Mensis Januaris, Secundae indictionis, Millesimi Septingentesimi Sexsagesimi Noni. In terra Messapie - Nos Marcus Vitus Capodiece da Messapia degius ad vitam ad contractus Index: Carmelus Magno de dicta Messapia Publius, a Deg. authoritate Notarius; Tepes que B. Angelus Rosato, Nicolaus Profilo di Pietro, et Donatus delle Grottaglie omnes de dicta Messapia viri licterati. Nella presenza nostra costituiti Gaetano, Marcello, Pietro, e Benedetto Tofana fratelli utringue confinanti noi con Rocco Tomaso, Vincenzo, e Vittoria Pressa fratelli, e sorella respettivamente, e la vedova Angiola Pressa di Mesagne; li quali rispettivamente agono, ed intervengono alle cose infratte per essi stessi, e ciascuno di essi respettivamente, loro eredi, e successori; ed a maggior zelo detta Vittoria interviene alle cose infratte coll’espresso consenso presenza, ed autorità di Carmine Pignatelli di Mesagne suo marito presente, ed il suo consenso con giuramento prestante; ed essa Angela interviene alle cose infratte coll'espresso consenso, presenza, ed autorità del indetto Giudice a contratti Mundualto per essa eletto presente, ed il suo consenso prestante da una parte - e Mastro Nicola Rampino di detta Mesagne il quale similmente agge, ed intenzione alle cose instatte per esso stesso rispettivamente, spontaneamente asseriscono in presenza nostra e di D. Rampino presente - essi rispettivamente, avere, tenere e possedere come veri Signori, e padroni elius di eligere, nominare, e presentare il Cappellano, o sia il Rettore nel Beneficio, o più beneficii ridotti in uno de jure patronatus Laicorum da familia Pilato, sotto il titolo di Santa Maria delle Grazie, che al presente di proprietà del Cl.o D. Antonio delle Grottaglie di detta Mesagne toties quoties dictum Beneneficium veni legatum liur vocare contingerit in p. et in futurum; Per essere cioè essi de Tofana figli, ed eredi della Sig. Elisabetta Pressa, figlia, ed erede della Sig. Anna Mauro, figlia ed erede siti in salubro novo ed terra, in loco volgo dicto la strada della Porta nuova- Juxsta notarius confines ubis et volnerunt - ad consilium sapientis - Unde -" .


Rinvenimenti in contrada Epifani

E’ grazie all’opera di un escavatore impegnato in un lavoro per la realizzazione di un gasdotto in contrada Epifani che sono venute alla luce alcune testimonianze archeologiche interessanti. Si tratta di materiale fittile, tegole per intenderci, appartenenti al periodo del domino romano e, precisamente, alla Roma imperiale. Testimonianze di un nuovo insediamento umano che va ad aggiungersi a quelli già esistenti in zona come ad esempio quello scoperto a pochi metri dalla masseria omonima: durante i lavori di costruzione di una casa vennero fuori delle basole stradale. Oppure i rinvenimenti di masseria Simoni dove sono stati riscontrati frammenti fittili di età ellenistica e un pozzo del periodo romano. L’insediamento si trova su di una strada di notevole importanza strategica che metteva in comunicazione l’entroterra con i porti dell’Adriatico. Ed ancora un collegamento privilegiato che univa trasversalmente il Limitone dei Greci, la via Appia e la via Traiana. Lungo il percorso di questa arteria, piccola ma importante, sorsero diversi villaggi che il tempo ha completamente cancellato o trasformato. E in contrada Epifani sembra, il condizionale per il momento è d’obbligo, sia venuta alla luce uno di questi insediamenti. Sul posto si è subito recata la dott.ssa Assunta Cocchiaro, della soprintendenza archeologica di Taranto, la quale ha dato disposizione affinché nei prossimi giorni sia fatto un lavoro ricognitivo dell’area circostante ed uno scavo per riportare in superficie eventuali altre testimonianze storiche. Se ciò dovesse verificarsi si sarebbe aggiunto sicuramente un altro tassello molto importante al mosaico archeologico della città di Mesagne utile a comprendere meglio gli usi, i costumi e soprattutto la cultura di un popolo che ha abitato le nostre contrade e di cui è rimasta fortunatamente ancora intrisa la nostra terra.

Mentre chiudiamo questo numero in tipografia, apprendiamo di un nuovo, importante rinvenimento archeologico nel centro cittadino. Si tratta di una tomba a semicamera di età ellenistica (I-II sec. a. C.) affrescata e di notevole valore storico.Ne daremo un dettagliato studio sul prossimo numero.


Liberty: tecniche di realizzazione

Ritornando a parlare dell’architettura Liberty – “RADICI” si è occupata più volte dell’argomento, illustrando gli esempi più significativi in Mesagne, -non va trascurata la citazione e, quindi, la descrizione di alcune tecniche decorative e costruttive anch’esse sulla via del tramonto ed in fase di estinzione, che ne costituiscono parte essenziale e autentica caratteristica. Parliamo, ancora una volta, di quel filone dell’architettura basata su rappresentazioni floreali degli inizi del secolo che Mesagne mostra ancora in pochissimi ma non trascurabili esempi, tipici e caratteristici dell’area salentina. Abbiamo già accennato, infatti, su come l’architettura Liberty abbia ricoperto, nei pochi anni della sua manifestazione, diverse forme e diverse tendenze, tutte però accomunate dallo stesso motivo di base: quello della linea curva, della asimmetria, e soprattutto del motivo floreale. Nella sua diffusione in area salentina, poi, ricoprì una immagine del tutto particolare e significativa come pure unica e singolare - basti considerare in talune circostanze quanto fu  influenzata dall’architettura moresca (una idea la si può avere osservando Villa Murri, sita sulla Via provinciale per San Vito dei Normanni). Sul nostro territorio, il motivo maggiormente caratteristico della rappresentazione di questa tipologia artistico-architettonica, è dato dalla decorazione delle facciate delle “case in linea”, realizzate soprattutto agli inizi del secolo, tra gli anni 1910 e 1930, che fecero scaturire questo piccolo fenomeno urbanistico-edilizio ed architettonico.

Abbiamo visto la Villa, il Palazzo, ma la forma più diffusa è senz’altro questa, di importanza decisamente secondaria, ma che raggiunge veramente una notevole diffusione, se si considera la concentrazione in tale brevissimo periodo. Appare come il raggiungimento dell’architettura a portata di tutti: bastava poco per rendere più bella la facciata di un’abitazione da quella immediatamente seguente. Non dobbiamo tralasciare di valutare che il periodo architettonico di ostentazione, fastoso per eccellenza e più vicino negli anni, era stato quello dell’architettura barocca, il cui motivo, però, era riservato, nell’edilizia privata, ad una fascia di committenti a dir poco benestanti. Il Barocco, dunque, necessitava dell’imponenza e dell’importanza per poter essere ostentato ed essere veramente apprezzato, e pochi erano quei committenti che potevano permetterselo. Tutto questo non accade nel microcosmo del fenomeno decorativo  liberty, dove sembra quasi trovare una sotto-architettura minore votata ad essere diffusa con maggiore facilità ed ampiezza, nella tipologia abitativa più comune ed economica, comunque accostata alla manifestazione pittoresca e suggestiva di altre abitazione più lussuose, che restavano in ogni caso peculiari di tipologie edilizie più ricche quali la villa od il palazzo. La tipologia della casa in linea, insomma, nelle espansioni dei comuni oltre i vecchi centri storici, in quasi tutti i territori di area salentina, trova una sua identità architettonica nella decorazione della facciata che avveniva con stilemi floreali, talvolta neoclassici e talvolta ibridi misti, quasi eclettici. Ed anche qui si potrebbe approfondire e catalogare queste tre diverse correnti stilistiche nella corrente principale.

Attraverso talvolta semplici fregi ed ornamenti dei soli prospetti delle abitazioni, quasi mai ricche e lussuose, si raggiungeva perciò l’obiettivo di distinguere e caratterizzare una casa da un’altra; ed  ancora, attraverso l’abilità del semplice muratore (l’architetto era un lusso conoscerlo in quegli anni, figuriamoci incaricarlo) si riusciva, anche nel piccolo, ad essere partecipi di una corrente stilistica architettonica allora in voga. Era un modo, economico, di fare architettura. Il muratore, che assumeva pure il compito di intonacatore ed artista, era anche l’ “architetto”. Ma era la figura che rendeva unica e particolare l’abitazione della persona comune, con una decorazione basata su immagini floreali che quasi sempre venivano scolpite sugli architravi delle porte di ingresso o delle “balconate” realizzandole con l’ausilio di diverse tecniche ed imitandole da esempi più rinomati. La tecnica più comune si basava sulla lavorazione della “pietra leccese”, una pietra bianca, le cui cave sono molte frequenti nelle zone circostanti i comuni di Cavallino e Cursi, siti nella provincia di Lecce, ma che alla fine dell’800 e agli inizi del 900 erano decisamente ancora più diffuse in quasi tutto il Salento. Il muratore, dunque, si rendeva scultore nella lavorazione di questa pietra che avveniva con appropriati strumenti e tecniche tramandate dal non lontano periodo barocco. Alcune facciate divenivano delle vere opere d’arte, ed abbiamo avuto modo di osservarle oltre che nella nostra Mesagne, anche nei comuni immediatamente vicini come San Pancrazio Salentino o San Donaci, centri urbani posti ancora più in prossimità alla provincia leccese, vero epicentro di questa abilità creativa.

Dove la pietra leccese costituiva ancora un lusso per determinati committenti, che non volevano rinunciare agli ornamenti o fregi sulla facciata della loro abitazione, o perchè particolarmente costosa la pietra, o perchè particolarmente costoso lo scalpellino, ci si orientava nell’utilizzo del “tufo”, pietra la cui reperibilita nelle cave non andava oltre i 10-15 Km, e pietra soprattutto di lavorazione più semplice. La pietra tufacea infatti è molto più tenera e porosa e, pur consentendo una lavorazione di minor precisione, data la friabilità della stessa, dava la possibilità, decisamente più agevole, di ottenere una decorazione se pur grossolana, ma tale da far contenere i costi. L’effetto non era lo stesso, ovviamente, come pure la durata, e le maestranze del periodo probabilmente consigliavano poco questo risultato. Sembra che fu questo uno dei motivi che portarono ad “inventare” un’altra tecnica, anche questa derivante dalla imitazione di altre più antiche, basata su una ri-invenzione del “bassorilievo”. Il bassorilievo nell’arte è un metodo usato già ai tempi degli scultori del vicino Oriente antico, come anche dell’Egitto antico, che tecnicamente veniva utilizzato nella rappresentazione di figure sporgenti dal piano di fondo, anche meno del loro volume naturale, fino al rilievo, dalla base di fondo, schiacciato, dando con questo una infinita varietà di aspetti a tale metodologia artistica. Pertanto, non si può fare a meno di riscontrare un’analogia tra la tecnica del bassorilievo e quella dell’“intonaco graffiato”,  quest’ultima basata quasi sullo stesso principio, ed usata come alternativa nelle decorazioni delle facciate e nella rappresentazione di immagini talvolta anche sacre  (vedi Foto)


Si stendevano, infatti,  sovrapposti due strati diversi di intonaco realizzati quasi sempre con diverse colorazioni. In seguito si disegnava sopra il soggetto da voler rappresentare (ad esempio delle ghirlande di fiori, oppure delle maschere di impronta apotropaica, ecc), infine si toglieva “graffiando” con appositi strumenti la parte interna del disegno oppure quella esterna a secondo di quale delle due dovessero essere predominante come dimensione. L’effetto era quello durevole di un disegno sporgente qualche millimetro dal piano. Ritornando poi a parlare delle tecniche strettamente connesse alle radici del territorio salentino – inteso come comprensorio delle tre province di Brindisi, Lecce e Taranto - una molto importante e legata alla fabbrica vera e propria, era la copertura dei vani con le volta realizzate in carparo e tufo. Non che le volte siano state inventate a Mesagne, ma certamente quelle così chiamate “a squadro” ed “a spigolo”, sono tipiche delle nostre terre. Queste sono una evoluzione della volta a crociera più comune e riscontrata ovunque; prendono il nome la prima dalla forma della sua impostazione, appunto a evidenziare uno squadro ogni angolo della stanza (l’impostazione -“l’appisu”-, dove erano concentrate maggiormente le sollecitazioni, solitamente era in carparo, pietra più resistente del tufo); la seconda, invece, sembra sia da ricercare etimologicamente nel senso negli spigoli, che formano la proiezione della stessa (detta sia “a spigolo” sia “a spigoli”) in pianta. Alcuni edifici Liberty sono stati caratterizzati anche dall’utilizzo delle coperture piane realizzate con putrelle di acciaio e voltine, come la veranda sul prospetto principale della Villa liberty di cui RADICI si è già occupata un anno addietro (cfr. il numero di Aprile 1999). Avremo comunque modo di approfondire ulteriormente la descrizione delle coperture in generale e delle volte in pietra in particolare, come testimonianza importante di una tecnica costruttiva tramandata negli anni e di cui oggi si stanno perdendo inesorabilmente le tracce.

 


Arancini di Montalbano, il giallo con gusto

Andrea Camilleri, il settantacinquenne scrittore siciliano, non poteva rinunciare ad offrire al suo vasto pubblico un altro saggio delle proprie capacità. Nel giro di soli due anni, dopo la pubblicazione di ben cinque romanzi e una raccolta di racconti inediti, ha subito realizzato una seconda collezione di avventure del suo commissario. Gli “Arancini di Montalbano” sono venti storie indipendenti, aventi come protagonista incontrastato il commissario salvo Montalbano figura ormai familiare a tutti i fedelissimi lettori dei libri di Camilleri con il suo fare scontroso, la sua attitudine naturale a scorgere nella quotidianità ciò che invece è un indizio per le sue indagini, ma anche con le debolezze di un uomo comune: il gusto per la buona cucina tradizionale Sicilia, a quella della "cammerera” Adelina e del ristorante San Calogero, locale vicinissimo alla sua villa in riva al mare. Il gusto dei romanzi di Camilleri non resta, in ogni modo, solo culinario: la dimostrazione della volontà di perseguire un gusto invece propriamente letterario è riscontrabile a chiare lettere proprio nel racconto centrale di questo suo nuovo lavoro.

Il percorso di Montalbano tra la fantomatica Vigàta, Roma, Genova e New York, intrecciato con l’ironia amara dell’autore, giunge ad un lapidario colloquio telefonico fra Camilleri stesso e la sua creatura. Naturalmente, la lingua della loro comunicazione è quell’impasto corposo di italiano e siciliano che li accomuna e che ha contribuito a farne un caso letterario degli ultimi anni. Poche battute, e subito l’incidente si trasforma in un piccolo divertimento alle spalle di tutta quell’ala della critica che solo da pochi anni si è aperta ad un giudizio positivo circa le opere realizzate da Camilleri. Il “sittantino” che, nella notte romana, stava battendo a macchina un nuovo episodio delle indagini di Montalbano, questa volta alle prese con due cannibali nostrani, dovette abbandonare momentaneamente la scrittura del macabro racconto per rispondere all'insistente squillo del telefono: è proprio il commissario il quale, eludendo i mezzi tramite i quali è riuscito a superare il muro della fantasia e ad entrare nella realtà, si rifiuta di figurare in quella storia che ormai era giunta a termine, un racconto di “occhi fritti” e di “polpaccio in umido”, definita assolutamente ridicola e cruda, dal sapore troppo forte, ai limiti del buon gusto. E’ qui che Camilleri decide di intervenire in prima persona e, affermando di essere stato descritto come buonista, di essere stato accusato della scrittura di storie mielate e rassicuranti e di ripetitività, dichiara che la conseguenza è fin troppo semplice, banale ed insipida come il gusto della critica moderna: bisogna aggiornarsi, è necessario “spargerci canticchia di sangue sulla carta”, perché comunque non fa male a nessuno.

Il rifiuto di Montalbano invece persiste esprimendo chiaramente la volontà di Camilleri di rivendicare la sua sincera attitudine per storie mai drammatiche, misteriose, con una immancabile rivisitazione in chiave ironica di tutta la realtà che ci circonda, la stessa che permette al commissario di effettuare le due indagini. In tutti i racconti emerge allora la Sicilia dei nostri giorni, vista sotto l’ottica di una lente che distorce la realtà: una fantomatica Vigàta, in provincia di un’altrettanto inesistente Montelusa, cittadina capoluogo miracolosamente dimenticata dalla mafia, in cui accadono puntualmente omicidi e suicidi circondati da un alone di mistero e nella quale si svolgono indagini che non compromettono mai l’incolumità del commissario e dei suoi uomini. In tale contesto non mancano figure paradossali come quella dell’appuntato Cantarella, un sottoposto che sembra quasi preso in prestito ai tanti derisi colleghi dell’Arma, ma anche ampie descrizioni dei paesaggi costieri siciliani, di quel mare tanto amato da Montalbano. Al termine di questo lungo percorso la creatura di Camilleri non avrà mai abbandonato visi e virtù che lo contraddistinguono, il rifiuto di ogni compromesso ma anche l’attitudine lunatica; l’infaticata perseveranza nel lavoro ma anche la debolezza per la cucina tradizionale, l’unica capace di addolcire il suo umore “nivuro” come un cielo tempestoso. Lasciamo allora il commissario Salvo Montalbano nella sua casa di Marinella, sulla verandina in riva al mare, a gustarsi il meritato riposo alla vista rilassante dell’orizzonte, ma siamo sicuri che presto il telefono squillerà nuovamente e altre avventure nate dal genio del padre Andrea Camilleri saranno offerte al sempre più vasto pubblico.


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